giovedì 22 novembre 2012

Vi presento la crisi

Se ne parla tanto, ognuno di noi ci ha avuto a che fare e ne patisce le conseguenze, quasi tutte le decisioni che vengono prese in questo momento nel nostro Paese sono dettate dall'esigenza di uscirne: vista con gli occhi di un profano dei mercati finanziari, la crisi sembra una malattia molto pericolosa e infettiva, una calamità impossibile da prevedere e di fronte alla quale reagire è difficile.
Sono in pochi a sapere da cosa è partito tutto questo: l'atteggiamento tipico di chi ci governa è di scaricare la colpa sul governo precedente, mentre i politici si sbracciano nei salotti televisivi per attestare la propria innocenza e puntare il ditino contro chiunque capiti loro a tiro, cameraman compresi.
Smettiamola una buona volta di credere che trovare un capro espiatorio possa aiutarci ad affrontare meglio i nostri problemi e mettiamoci in testa una cosa: la politica c'entra ben poco, o almeno non quanto crediamo noi. 
Esiste un complesso sistema finanziario dei cui meccanismi la gran parte di noi è all'oscuro, ma sul quale dobbiamo interrogarci se vogliamo cercare di cambiare le cose.
Vi avverto: non è semplice. La distanza che intercorre tra questo e il mio post precedente è significativa: capirci qualcosa per una che non si è mai preoccupata di economia non è stata esattamente una passeggiata, ma ci sono poche cose nella mia vita che considero più interessanti del mio piccolo excursus nel mondo della finanza.
Lo dovevo a me stessa e al futuro che temo di non avere più.

Dopo la Grande Depressione, al divampare della quale contribuirono diversi abusi finanziari, in America vennero varate nuove leggi che posero dei limiti ai rischi che una banca poteva correre e che assicurarono la trasparenza delle informazioni finanziarie.
Un esempio è il Glass-Steagall Act del 1932, che prevedeva la separazione tra banche commerciali e banche di investimento: le prime operavano con i risparmi della clientela senza poter effettuare investimenti spericolati sui mercati finanziari, mentre le seconde potevano correre dei rischi, ma autofinanziandosi attraverso l'emissione di obbligazioni. In questo modo, quando banchieri e trader facevano un investimento sui mercati stavano bene attenti ad utilizzare i soldi in modo oculato, visto che le conseguenze sarebbero ricadute direttamente su di loro.
Gli operatori finanziari, di conseguenza, non avevano gli stipendi da sogno di cui godono ora: c'erano trader che facevano anche due lavori contemporaneamente per riuscire a mantenere tutta la famiglia e arrivare a fine mese.

Poiché in questo modo nessuno si divertiva, con Reagan (siamo negli anni '80) si affermò la dottrina economica del Neoliberismo, già promossa nei Paesi anglosassoni grazie a Margaret Thatcher e diffusasi ben presto in gran parte del mondo occidentale.
Secondo i neoliberisti, il libero mercato è capace di autoregolarsi grazie alla legge della domanda e dell'offerta: se c'è molta domanda di un bene specifico il prezzo di quest'ultimo aumenterà, ma quando il bene sarà troppo presente sul mercato il suo prezzo diminuirà e si passerà al bene successivo. 
Dunque, sostanzialmente, il mercato non ha bisogno né dello Stato né tantomeno delle sue regole. Reagan, ad esempio, appena eletto dichiarò che l'unico problema del mercato era lo Stato.
Le falle di questa teoria sono sotto gli occhi di tutti: essa si basa sul presupposto che tutti gli operatori finanziari, gli investitori, i piccoli risparmiatori e in generale tutti quelli che prendono parte ad operazioni finanziarie dispongano delle stesse informazioni ed abbiano un comportamento sempre razionale. 
Nessuna delle due affermazioni è vera, ma ci arriviamo.
Inoltre il Neoliberismo considera merci anche la sanità e l'istruzione, che fino a prova contraria sono diritti; non producendo un profitto immediato, però, esse sono per loro natura penalizzate rispetto ad altri beni, per cui non possono essere garantite.

Ad ogni modo, il Neoliberismo negli anni '80 portò all'avvio della deregolamentazione dei mercati finanziari, cioè alla riduzione o semplificazione delle leggi in base alle quali si fanno affari e vengono controllati i titoli. 
Ciò non avvenne tutto in una volta, ma attraverso delle tappe.
Tanto per cominciare, il Garn-St. Germain Act sancì la deregolamentazione delle casse di risparmio, istituti generalmente senza scopo di lucro che nascevano con l'obiettivo di raccogliere piccoli risparmi remunerandoli attraverso investimenti poco rischiosi come l'acquisto di titoli di Stato, con facoltà di erogare prestazioni di previdenza. 
Da quel momento, casse importanti come le americane Savings and Loan furono di fatto equiparate alle banche e cominciarono ad investire i soldi dei piccoli risparmiatori senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Quando fallirono, lo Stato dovette intervenire con 124 miliardi di dollari gentilmente concessi dai contribuenti americani.
Non fu l'unica brutta storia che coinvolse le S&L e caddero un pò di teste a Wall Street, volarono accuse di truffa e non fu piacevole. Ma capirono l'antifona? No.

Nel 1999 il Gramm-Leach-Bliley Act ("Atto di modernizzazione dei sistemi finanziari") promosse la fusione tra banche commerciali, banche d'investimento e compagnie di assicurazione abrogando di fatto il Glass-Steagall Act e portando alla creazione delle banche universali: il vantaggio era che i nuovi organismi erano too big to fail, troppo grandi per fallire. Un loro fallimento, infatti, avrebbe decretato la discesa nel baratro di tutta l'economia mondiale e lo Stato sarebbe stato obbligato ad intervenire attraverso i soldi dei contribuenti. 
Insomma, attraverso la fusione tra loro le banche e le compagnie assicurative si sono conquistate la libertà di correre rischi molto grossi con la sicurezza che lo Stato sarebbe corso in loro aiuto in caso di fallimento.
Già un anno prima che Clinton caldeggiasse l'Atto di modernizzazione, la Citicorp, seconda banca americana in ordine di importanza, si era fusa con la compagnia assicurativa Travelers Group per dare vita a Citigroup, la prima azienda statunitense a combinare servizi bancari e assicurativi dopo la Grande Depressione.


Un anno dopo, nel 2000, Clinton si inventò un nuovo modo per rendersi utile appoggiando il Commodity Futures Modernization Act, che bandiva qualsiasi tentativo di regolamentazione dei derivati esentandoli dalle leggi anti-scommesse.
I derivati sono contratti che permettono di comprare, vendere o scambiare qualcosa in una data futura, ma al prezzo attuale. La controparte che vende il contratto, di solito una banca, si assume il rischio che il bene in questione sia più costoso al momento dell'acquisto, ma in cambio prende una commissione.
Esempio: Ciccio compra un derivato per un litro di petrolio, che ora costa 1000 euro, che gli permette di comprare effettivamente il litro tra sei mesi. Se, trascorso questo periodo, al momento dell'acquisto il prezzo del litro di petrolio sarà di 1050 euro, il profitto di Ciccio ammonterà a 50 euro, da cui la banca potrà sottrarre la sua commissione. Comprando il derivato, quindi, Ciccio ha scommesso che il prezzo del petrolio salisse.
Ciccio è uno speculatore.
Esistono derivati anche su calamità naturali (scommetto che ci sarà una siccità in Burundi e che il prezzo del grano salirà, poi se ciò accade ci guadagno) e su altri derivati (in pratica si scommette che una scommessa futura possa aumentare di valore); se ciò su cui si scommette è presente nei paradisi fiscali, si può eludere facilmente il fisco; alcuni usano i derivati come fossero denaro vero e proprio, aumentando l'instabilità dei mercati.

Tra i derivati più famosi ci sono i Credit Default Swap, che permettono di scommettere sul fallimento di qualcun altro.
Se per esempio acquisto delle obbligazioni di un'impresa ma temo che essa possa fallire, chiedo ad un terzo di assumersene il rischio dietro compenso: se l'impresa fallisce, sarà lui a risarcirmi.
La speculazione con i CDS è facile: se scommetto che la Grecia possa fallire e la situazione peggiora, il mio CDS aumenterà di valore e potrò rivenderlo realizzando un profitto. Se però le compagnie di assicurazione che stipulano i CDS falliscono, si innescano enormi crisi finanziarie: non a caso nel 2008 è fallita la AIG, una delle più grandi compagnie assicurative del mondo.
I derivati, dunque, non sono sottoposti ad alcun controllo ma hanno un enorme potere sull'andamento dei mercati, al punto da contribuire all'esistenza di un mercato finanziario parallelo al quale accedono gli speculatori più importanti e che influenza l'intero Pianeta: il sistema bancario ombra, o shadow banking system, i cui organismi sono legati alle banche ma operano senza essere sottoposti al sistema bancario internazionale, essendo per di più registrati in noti paradisi fiscali.

Del sistema bancario ombra fanno parte anche le società veicolo, che hanno avuto una parte importantissima nella crisi del 2008. 
Nel 2000, infatti, oltre ai CDS si sono affermati i CDO e la cartolarizzazione dei mutui. Facciamo prima con un esempio.
Sono un'americana disoccupata, ma Bush mi ha convinta, grazie ad uno dei suoi famosi discorsi, ad acquistare una casa chiedendo aiuto ad una banca. Ne scelgo una dall'elenco telefonico, mi presento davanti ad uno dei suoi impiegati e chiedo di stipulare un mutuo. Il tizio non mi guarda nemmeno in faccia, non mi chiede garanzie che io possa restituire i soldi né tantomeno vuole sapere che lavoro faccio: mi presta tutta la somma senza fiatare ed io corro a comprarmi la villetta con giardino che ho sempre sognato.
Il mio è un mutuo subprime. I soldi che l'impiegato mi ha concesso, però, non provengono dalle casse della sua banca: il mio mutuo è stato affidato ad una società veicolo che l'ha diviso in pezzi chiamati obbligazioni, provvedendo poi a piazzarli sul mercato ben nascosti tra titoli affidabili.
Il giorno dopo mia madre va nella stessa banca a fare un versamento. Mentre l'impiegato compie l'operazione, comincia a parlarle in toni entusiastici di certi titoli molto ben valutati dalle agenzie di rating e dell'opportunità di fare un pò di soldi con un investimento minimo grazie ai tassi d'interesse. Mia madre ci crede e acquista un paniere di titoli affidabili tra cui si nascondono alcuni pezzi del mio mutuo.
Il paniere si chiama CDO e la pratica di spezzettare un credito per trasformarlo in obbligazioni che poi saranno rivendute sul mercato si chiama cartolarizzazione.
Diciamo che un parente danaroso mi lascia una bella eredità: sarò in grado di pagare le rate del mutuo, mia madre riavrà i suoi soldi e percepirà un interesse molto piccolo rispetto a quello che invece andrà alla banca.
E se rimango come sono, cioè disoccupata, e non riesco a pagare le rate?
Mia madre non riavrà mai i suoi soldi, e con lei tutti gli investitori ai quali sono stati rivenduti i CDO in cui si nascondevano pezzi del mio mutuo.
La banca, però, non perde nulla: quando ha affidato il mutuo alla società veicolo, quest'ultima le ha reso tutta la somma che ho chiesto per la casa, prima di trasformarla in obbligazioni. Dunque, fin dall'inizio alla banca non risultava nessun credito e ora che ho smesso di pagare non le risulta alcuna perdita. Intanto, però, ha potuto investire la somma sul mercato acquistando titoli per i quali altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari e si appresta a ricavarne interessi enormi.
Signore e signori, ecco a voi la crisi.

Tra il 2005 e il 2008 le stesse banche che avevano rivenduto CDO ai propri clienti cominciarono a scommettere attraverso i Credit Default Swap contro gli stessi titoli che stavano vendendo come estremamente sicuri. 
I CDS sui CDO funzionano in questo modo: l'investitore che ha acquistato un CDO paga una somma ad una compagnia assicurativa, in modo da avere indietro i soldi nel caso in cui la persona che ha stipulato il mutuo non riesca a ripagarlo. Purtroppo, però, anche le persone che non possiedono il CDO possono assicurarsi contro l'insolvenza attraverso il pagamento di una somma: le agenzie assicurative come l'AIG hanno adottato questo procedimento per fare cassa nell'immediato, ma quando i mutui non sono stati ripagati non sono riuscite a pagare nessuno di quelli che si erano assicurati. Lo hanno fatto perché sapevano che lo Stato sarebbe intervenuto per salvarle e scongiurare una crisi mondiale di proporzioni epiche.
Nel giro di pochi anni, infatti, mentre milioni di persone hanno perso tutti i loro risparmi, le banche hanno offerto enormi bonus ai propri operatori, forti degli enormi profitti derivanti dal fallimento altrui.
I prezzi delle case sono saliti vertiginosamente perché tutti volevano la villetta, tutti chiedevano prestiti (legge della domanda e dell'offerta, ricordate?). Si chiama bolla immobiliare e le bolle, si sa, prima o poi scoppiano: nel 2007 non c'era più nessuno che fosse disposto a chiedere prestiti e a comprare case, mentre c'era parecchia gente che aspettava di riavere i propri soldi.
Ciò che è successo dopo è storia: i prezzi delle case sono crollati del 32% in tre anni, milioni di persone si sono viste pignorare la casa appena acquistata e si sono ritrovate sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è raddoppiata, miliardi di dollari dei contribuenti sono stati usati per salvare le banche dal fallimento.

Avete visioni di banchieri appesi agli alberi a maturare? Toglietevelo dalla testa: molti di quelli che hanno causato la crisi e si sono arricchiti grazie ad essa sono stati addirittura promossi e potete vederli accanto ad Obama alla presidenza degli Stati Uniti. I mercati funzionano proprio come prima della bolla e non ci rimane che aspettare la prossima.
Intanto, a quelli di voi che vogliono conoscere nomi e cognomi di questi signori e sentono l'esigenza di approfondire, consiglio un film molto bello: Inside Job, diretto da Charles Ferguson e incentrato proprio sui meccanismi che hanno portato alla crisi del 2008, con interviste molto significative alle persone che contano, molte delle quali finite male tra silenzi imbarazzati degli intervistati e minacce all'intervistatore.

Per quanto mi riguarda, continuerò a scrivere a proposito dei mercati finanziari e del loro funzionamento: non sono affatto un'esperta, ma proprio per questo sono convinta del valore dell'informazione e del dialogo.
A breve ho intenzione di pubblicare un piccolo vocabolario economico con i termini della finanza di base: lo scopo è poter spiegare in parole semplici concetti che sentiamo tutti i giorni e sui quali si basa la nostra serenità, ma che in questo momento ci sembrano privi di senso.
Spero nella collaborazione e nei consigli dei lettori più esperti.
Stay connected.

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martedì 6 novembre 2012

Sistemi elettorali e altre porcate


Negli ultimi mesi c'è un tema che, pur essendo di importanza capitale per gli italiani, è passato un pò sotto silenzio: se ne parla, ma mai con la chiarezza dovuta, quasi en passant
Sto parlando della nuova legge elettorale, o meglio del tentativo di modificare il Porcellum.

Andiamo per ordine: cos'è il Porcellum?
Nel 2005 Roberto Calderoli (Lega Nord) firmò una legge alla quale lui stesso affibbiò l'appellativo di porcata (da cui il soprannome latineggiante) e che nonostante tutto fu votata da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc e Lega Nord, mentre fu osteggiata da Idv, Ds, Margherita e Rifondazione Comunista.
La legge introdusse un sistema proporzionale corretto con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi senza la possibilità di indicare preferenze.

Calma.

Tanto per cominciare, il territorio italiano in occasione delle elezioni viene diviso in collegi, detti anche circoscrizioni: per quelle del Senato c'è un collegio per ogni Regione, infatti secondo la nostra Costituzione esso è eletto a base regionale; per la Camera dei deputati, invece, le Regioni più estese vengono divise in zone più piccole, per cui abbiamo 26 collegi.
Ad ogni collegio viene assegnato un certo numero di seggi, cioè di posti in Parlamento, a seconda del numero degli abitanti presenti in zona: in ogni collegio, dunque, i partiti e/o i movimenti presentano le loro liste, in ognuna delle quali ci saranno i nomi di tanti candidati quanti saranno i seggi disponibili.
Diciamo, per esempio, che alla Puglia sono assegnati 10 seggi: ogni partito presenterà una lista di 10 candidati.

La lista viene detta bloccata quando l'elettore non decide direttamente i candidati che andranno in Parlamento; se invece si ammette il voto di preferenza, accanto al simbolo della lista prescelta l'elettore potrà apporre il nome del candidato che più lo convince.
Per riprendere l'esempio di prima, diciamo che in Puglia si sono presentati tre partiti con tre liste diverse, la A, la B e la C. Se la A prende 40 voti su 100, avrà diritto a 4 seggi. Mettiamo invece che la B e la C prendano 30 voti ognuna: otterranno 3+3 seggi. Se siamo in presenza di una lista bloccata, ad essere scelti saranno i primi quattro nomi della lista (mi riferisco alla A); se l'elettore, invece, ha espresso un voto di preferenza, vince chi ha conquistato più preferenze.

Abbiamo appena considerato un sistema proporzionale puro, dove ad un certa percentuale di voti corrisponde l'esatta percentuale di seggi.
In questo modo, però, si consente l'accesso in Parlamento anche alle minoranze, che pur rappresentando un numero ridotto di elettori, con questo sistema arrivano ad avere un forte peso decisionale e quindi potrebbero insidiare la maggioranza. 
Per favorire la stabilità, quindi, il sistema viene adottato in una forma corretta,  che prevede sostanzialmente due meccanismi: la soglia di sbarramento, cioè una percentuale al di sotto della quale non si ottiene alcun seggio, e il premio di maggioranza, ovvero un numero di seggi in più concessi al partito, movimento o coalizione che siano riusciti ad ottenere la maggioranza.
Sempre considerando l'esempio di prima, mettiamo che in Puglia si sia presentata anche una quarta lista, che chiameremo D, la quale su 100 voti ne ha presi 3. Poiché solitamente la soglia di sbarramento è il 4 o il 5%, la lista D non avrà diritto a nessun seggio e non sarà rappresentata in Parlamento. Potrebbe però promuovere una coalizione con la lista C, nel qual caso riuscirebbe ad ottenerne qualcuno.

Questo dunque il sistema introdotto dal Porcellum.
I problemi da affrontare sono tanti. Tanto per cominciare, ricordiamo che fine ha fatto il governo del centrosinistra eletto nel 2006 per pochi voti: aveva una maggioranza talmente risicata che dopo appena due anni abbiamo dovuto votare di nuovo.
Quello di maggioranza, infatti, è un concetto insidioso se riferito ad un sistema proporzionale. Se noi adottassimo un sistema maggioritario, per il quale chi ha più voti vince, in Parlamento ci andrebbe solo chi ha preso la maggior parte dei voti. 
Se Pippo prende 51 voti (il famoso 50+1) contro Mauro che ne prende 49, Pippo governa il Paese e Mauro fa opposizione.
Per tutelare le minoranze, invece, il nostro sistema proporzionale prevede che, se Pippo prende 40 voti, Mauro 30 e Mimmo altri 30, governano tutti e tre, solo che su 10 sedie gli amici di Pippo ne occuperanno 4, quelli di Mauro 3 e quelli di Mimmo altre 3. Nel momento in cui bisogna prendere una decisione, se Mauro e Mimmo si alleano contro Pippo, quest'ultimo si troverà in minoranza pur rappresentando la maggioranza degli elettori: i suoi 4 amici avranno voglia di sgolarsi, gli altri 6 vinceranno senza sforzo.
Nel primo caso, dunque, Pippo godrà di una maggioranza assoluta; nel secondo, di una maggioranza relativa.

La sentenza n°4071 della Corte Costituzionale, inoltre, ha stabilito che il concetto di premio di maggioranza è incostituzionale, perché si regalano seggi in più a deputati per i quali non ha votato nessuno. 
Napolitano preme da mesi perché si trovi una soluzione a questo problema e minaccia di intervenire attraverso un decreto se i partiti non riusciranno a trovare un accordo.
Il testo dovrebbe essere pronto entro il 13 novembre e già l'11 ottobre scorso abbiamo assistito ad un grande cambiamento: è stata votata una proposta del senatore Malan che, oltre a reintrodurre il voto di preferenza (prima del Porcellum, infatti, agli italiani era permesso esprimerla), stabilisce un premio di maggioranza del 12,5%
PdL, Lega e Udc sono per il si, mentre Idv e Pd hanno votato contro.

Perché tornare al voto di preferenza?
Secondo i politici favorevoli (anche se all'interno dei partiti la polemica infuria) è per andare incontro ai tanti italiani che vorrebbero poter decidere chi mandare in Parlamento e chi no, in modo che se il candidato non dovesse mantenere le sue promesse, il suo elettorato potrebbe evitare di rieleggerlo e limitare i danni.
Stiamo dimenticando, però, che gli stessi corrotti contro i quali vorremmo avere più potere sono stati eletti proprio col sistema delle preferenze: parliamo di Fiorito, Maruccio e Zambetti
Quest'ultimo, poi, ci porta ad un secondo problema: visto che comprare voti oggi è diventata una pratica usuale, chi ci dice che il politico di turno non abbia comprato le sue preferenze dalla mafia
Ancora: quanti saranno quelli che prometteranno trattamenti di favore e posti di lavoro, magari di rilevanza pubblica, a destra e a manca pur di ottenere una base elettorale ampia?

Il punto principale, però, non è quello delle preferenze: se se ne parla tanto è perché si vuole distogliere l'attenzione dalla fregatura principale, cioè il premio di maggioranza molto, troppo basso.
Le ultime elezioni siciliane, infatti, ci hanno confermato un dato preoccupante: il primo partito è quello dell'astensionismo, che sottrae a chiunque la possibilità di avere una vera maggioranza. Gli avversari di Crocetta non hanno fatto altro che ripetergli di avere una maggioranza finta con la quale non sarebbe andato da nessuna parte ed è questa, con le dovute proporzioni, la situazione alla quale va incontro il Paese, visto che nessuno in questo momento ha una base elettorale del 45%, l'unica che permetterebbe di governare in pace.
Facciamo due conti: secondo gli ultimi sondaggi, Pd, Sel e Idv insieme non arrivano che al 35%. Sommando il premio di maggioranza, arriverebbero al 47,5% e dovrebbero chiedere aiuto all'Udc, che però è sempre più lontana. Anche se si riuscisse ad ottenere una megacoalizione per arrivare alla maggioranza assoluta, il Parlamento sarebbe troppo eterogeneo per assicurare una certa stabilità.

Ora, premesso che addirittura il Porcellum assicurava un minimo di 340 seggi alla Camera dei Deputati e il 55% dei seggi al Senato alla coalizione vincente, il fatto che il premio di maggioranza sia stato fissato ad una percentuale ridicola la dice lunga sull'intenzione dei nostri politici di andare al voto.
Quella del 12,5%, infatti, è una percentuale proposta dai partiti che oggi sono in caduta libera nei sondaggi e che quindi hanno paura, qualora si votasse con l'attuale legge elettorale, di perdere gran parte dei seggi alle Camere. La paura è quella di dover lasciare il posto ai candidati del Movimento 5 Stelle e sappiamo quanta simpatia ci sia tra gli schieramenti.
Non dimentichiamo, inoltre, che molti dei deputati che sarebbero portati a lasciare la sedia sarebbero finalmente costretti ad affrontare i procedimenti legali ai quali si sottraggono regolarmente, anche se in questi giorni si parla tanto di limitare l'ingresso in Parlamento ai non condannati: questa gente sa benissimo che, se non si lasciano procedere le indagini, non si può condannare nessuno. 
Altra storia sarebbe se si impedisse l'ingresso agli indagati: chiunque lo proponga deve subire l'appellativo di giustizialista, ormai molto di moda.

Altro piccolo dettaglio: ci stanno terrorizzando sulla possibilità che, con un governo non stabile e senza una buona base elettorale, il nostro spread potrebbe aumentare smisuratamente, rendendo vani gli sforzi fatti fino ad ora.
Poiché però se la proposta elettorale passa non ci sarà alcun modo di evitare l'instabilità in Parlamento, è molto probabile che la maggioranza finisca per appoggiare un nuovo governo Monti, in modo da rassicurare i mercati e i pochi cittadini che ancora si fidano dei tecnici.
Insomma, stanno firmando le carte per il Monti bis.

Due, le obiezioni obbligatorie: Monti è un tecnico che ci è stato imposto per affrontare una situazione di emergenza che non può che essere transitoria, visto che nessuno lo ha eletto e che il mestiere dei politici dovrebbe essere proprio quello di governarci. 
Riconfermando il governo dei tecnici, questi individui si assicurano uno stipendio e uno dei pochi posti di lavoro fissi e ben retribuiti rimasti in Italia senza nemmeno l'incomodo di dover prendere delle decisioni, visto che ovviamente il potere esecutivo rimarrebbe nelle mani di Monti.
In secondo luogo, visto che il centrosinistra è pieno di europeisti che urlano allo scandalo quando si mettono in discussione i principi politici di una Unione per entrare nella quale nessuno ha votato, è strano che nessuno di loro abbia preso in considerazione le leggi europee per le quali non si può cambiare sistema elettorale nell'anno precedente alla fine della legislatura.

Si capisce, il tempo è poco, bisogna correre.
E qualsiasi cosa facciano, ricordatevi che è per il nostro bene.

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