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martedì 12 febbraio 2013

Terrorismo di Stato

Durante una crisi economica e politica, l'ultima cosa di cui avevamo bisogno era assistere alle dimissioni di un importante capo spirituale come il Papa: l'ennesimo abbandono da parte di un uomo percepito come una guida da tante persone in tutto il mondo. 
Ciò conferma la sensazione che il nostro periodo storico non sia difficile perché mancano i soldi o perché la morale è andata a farsi benedire: il vero problema è nell'assenza di istituzioni e guide per il popolo, che si ritrova solo ad affrontare ciò che di più triste c'è nella vita di un individuo, ovvero la perdita dei punti di riferimento. D'altra parte forse il senso di smarrimento è l'unica cosa che giustifica le correnti apocalittiche del momento, tra profezie e misteri religiosi incentrati sulla fine del mondo che, come al solito, è vicina.

Poiché uno Stato non può governare serenamente se il popolo si sente abbandonato e messo da parte, verrebbe da aspettarsi un tentativo di riavvicinamento della politica ai cittadini, soprattutto a quelli appartenenti alle fasce più deboli, non fosse altro che siamo in campagna elettorale e proprio ora, dopo seicento anni, ci ritroviamo senza Papa. 
Invece no, sembra ce la stiano mettendo tutta per farsi odiare: dagli scandali bancari a sinistra alle false promesse a destra, a tecnici che si ricordano di abbassare le tasse quando non sono più al governo, fino alle piazze, dove la gente comincia finalmente ad arrabbiarsi e riceve, neanche a farlo apposta, una carica di mattonate fra i denti. 
Basandoci su fatti di cronaca anche molto recenti appare infatti evidente che, in occasione di una crisi, l'unica contromisura adottata sia la repressione di ogni protesta, anche e soprattutto con metodi discutibili. C'è chi se ne occupa già da un pò. 

Si dirà: in molti casi sono i manifestanti a cercarsela, la polizia è tenuta a contenere la violenza e la politica non può che condannarne l'uso. 
Ci sono però dei casi eclatanti che hanno fatto molto discutere; solo per citare Anarchopedia (che su questi temi è particolarmente attendibile): 
  • Marcello Lonzi, ucciso nel carcere di Livorno l'11 luglio 2003;
  • Federico Aldrovandi, assassinato il 25 settembre 2005;
  • Riccardo Rasman, morto a Trieste il 27 ottobre 2006;
  • Aldo Bianzino, trovato morto nel carcere di Perugia il 14 ottobre 2007;
  • Gabriele Sandri, ucciso da un “colpo accidentale” l'11 novembre 2007;
  • Giuseppe Uva, violentato e ucciso in caserma il 14 giugno del 2008;
  • Stefano Cucchi, ucciso durante custodia cautelare il 22 ottobre 2009.
Sono in molti a pensare che quelli appena citati siano casi isolati e che nessuno può sapere davvero come sono andate le cose. Il post non è pensato per scendere nel merito delle vicende di ognuno di questi ragazzi, ma una riflessione va fatta: Giovanardi ha affermato che la causa della morte di Cucchi è da ricercarsi nel fatto che era anoressico e tossicodipendente. Quindi se per caso chi legge è affetto da anoressia o ha una dipendenza, cerchi di non finire mai in cella per una notte, altrimenti potrebbe essere scambiato per un albanese senza dimora e rimetterci la pelle a causa di misteriosi eritemi. Giovanardi docet.

Se pensiamo alla violenza utilizzata oggi dalle istituzioni viene naturale fare un parallelo con episodi del passato che ognuno di noi ha studiato sui libri di storia. 
Ovviamente non cerco di paragonare i disordini delle piazze con i Campi di concentramento nazisti, i Gulag o i Laogai, ma vado oltre e mi pongo una domanda: perché il potere per imporsi ha bisogno di infliggere sofferenza ai cittadini? Abbiamo visto recentemente poliziotti inseguire manifestanti pacifici e colpirli in pieno volto: che bisogno avevano di terrorizzarli e far loro del male? E come mai ancora oggi Paesi apparentemente civili come ad esempio l'America permettono l'uso pesante della tortura in centri di detenzione come Abu Ghraib e Guantanamo?
E non ditemi che gli americani si sono difesi: più del 90% delle persone torturate era innocente

No, siamo di fronte all'uso della violenza da parte di poteri consapevoli. E' quella che Naomi Klein, sul cui libro Shock Economy è basato il video ospitato in questi giorni dal blog, chiama Dottrina dello Shock: per la giornalista esiste un legame tra il capitalismo e la violenza che si traduce nella percezione da parte del potere delle tragedie collettive come di opportunità economiche
Ricordate? Ne avevamo già parlato in merito all'uso di guadagnare sui disastri ambientali in ambito bancario. 
Il potere, dunque, "sfrutta la devastazione e il disorientamento per realizzare i principali obiettivi del programma neoliberale: privatizzazione della ricchezza pubblica, deregolamentazione dell’attività economica e riduzione delle spese assistenziali." (Fonte)

Se avete stima della Klein e volete approfondire attraverso le sue parole, vi consiglio di guardare il video per intero e di leggere il suo libro, di cui ho trovato il meraviglioso incipit.
Il libro si riferisce in particolare agli esperimenti condotti da alcuni psichiatri negli anni Cinquanta e Sessanta  che, basandosi su una teoria di Milton Friedman e servendosi di varie torture psicologiche e fisiche, disorientavano i pazienti e ne distruggevano le strutture psichiche per crearne altre. La stessa teoria contemplava la distruzione delle strutture economico-sociali esistenti per attuare quelle neoliberiste suddette.
Per quelli che invece non hanno fiducia nelle fonti che ho riportato fino ad ora, lasciamo che i fatti parlino da soli.

Nel 1963 fu redatto un manuale di 126 pagine, il Kubark Counterintelligence Interrogation, da e per i militari della CIA. Era uno dei testi utilizzati presso la School of the Americas, una sede di addestramento dell'esercito statunitense situata a Panama. Tra gli allievi, come ricorda Wikipedia, troviamo nomi illustri: Manuel Noriega e Omar Torrijos (Panamá), Leopoldo Galtieri e Roberto Eduardo Viola (Argentina), Hugo Banzer Suárez (Bolivia). 
Il manuale enumera una serie di tecniche utilizzate per estorcere informazioni e cita il progetto Mkultra, basato sul tentativo di controllare la mente umana e chiuso solo nel 1973. Il testo è rimasto segreto fino agli anni Novanta, mentre ora è consultabile in versione censurata.
Proprio nel 1973 hanno avuto inizio alcune delle dittature più sanguinose del Novecento: in Cile con Pinochet, in Argentina con Videla, in Gran Bretagna con la Tatcher, in Bolivia con Banzer, in Polonia con Jaruzelski, e poi in Cina, Sudafrica, Russia e infine negli Stati Uniti dell'11 settembre, data in cui è cominciata la minaccia fantasma degli attacchi terroristici i quali, come sostenuto anche da Michael Moore in Fahrenheit 9/11, sarebbero stati costruiti a tavolino per mettere la popolazione in ginocchio e poter giustificare una guerra sanguinosa come quella che ha distrutto l'Iraq.

Insomma, sarà una coincidenza, ma più guardiamo alla storia e più appare evidente il legame tra violenza psicologica e fisica per indurre all'obbedienza.
Torniamo ancora più indietro nel tempo: parliamo dei nazisti e di cosa avveniva nei campi di sterminio. La mancanza di cibo, le percosse, le torture, le camere a gas e le interminabili ore di lavori forzati sono ormai tristemente note. Ma date un'occhiata a cosa dice questo sito
"Questa malignità gratuita e deliberata aveva effetti, certo, sul piano fisico,  ma anche e soprattutto su quello psicologico: secondo Primo Levi, l’intento principale era distruggere la personalità del deportato, umiliarlo e offenderlo fino al punto di favorirne l’assuefazione, cioè l’avvio della sua trasformazione da essere umano in animale. A queste parole si possono affiancare quelle di Sergio Coalova: «La nostra personalità è ormai del tutto compromessa: la sottile perfidia dei nazisti riesce, nel breve volgere di pochi giorni, a trasformare in un branco di esseri abbrutiti coloro che avevano osato opporsi alla loro belluina violenza e alla loro arroganza di dominatori»"
E ancora:
"Il nazismo aveva ideato una vera e propria scienza della distruzione della personalità, tale da gettare l’individuo nell’angoscia più totale, riversando su ognuno l’agonia di tutti i compagni."

Cambiamo Paese, cambiamo periodo storico. Questo è un estratto dell'intervista ad un desaparecido sopravvissuto a ben cinque campi di concentramento argentini:
"A differenza dei precedenti colpi di Stato, il cosiddetto Processo (di Riorganizzazione Nazionale) non è stato una semplice accelerazione delle pratiche vigenti. E' stato il radicamento del terrore nella comunità - terrorismo di Stato - con il pretesto di eliminare la guerriglia già quasi inesistente, ma con l'obiettivo in realtà di impiantare un nuovo modello economico e sociale, congelando ogni tentativo di resistenza. 
Le deportazioni forzate e gli assassinii, che potevano colpire chiunque - un sindacalista, un dirigente studentesco, un guerrigliero, un semplice oppositore, ma anche familiari o amici di uno di loro -, insieme alle notizie che trapelavano sulle atrocità che si commettevano nei campi, installarono profondamente il terrore nel Paese. Il campo di concentramento si estendeva alla società. Il risultato è stato una comunità nella quale predomina la mancanza di impegno politico, di qualunque orientamento, e un esacerbato individualismo."

Eccoci finalmente alla chiave di volta, al nucleo del problema: indurre nei cittadini uno stato di terrore è fondamentale per l'affermazione del potere. 
Reagire con violenza ingiustificata durante manifestazioni pacifiche e convincerci di essere costantemente sotto attacco da parte di altre popolazioni o di altre culture serve a suscitare in noi un sentimento pericolosissimo: la paura. E la paura è ciò che ci rende obbedienti.
Il potere si basa sull'obbedienza. Secondo questo sito, fattori dell'obbedienza sono:
  • le informazioni
  • la paura delle sanzioni e delle ritorsioni
  • l'obbligo morale che ognuno di noi sente verso una legge, una norma o un'autorità riconosciuta
  • l'interesse personale di chi obbedisce
  • l'identificazione psicologica col governante
  • l'esistenza di zone di indifferenza per cui determinate situazioni ci lasciano "neutrali" perchè, apparentemente, non ci riguardano o coinvolgono
  • la mancanza di fiducia in se stessi e di una forte volontà
  • la tendenza ad evitare qualsiasi responsabilità
  • l'abitudine, che consolida tutti gli altri punti summenzionati.
Pensate a tutte le volte in cui, travolti dalla rabbia per l'ennesima dichiarazione offensiva di un politico, per le limitazioni imposte da una legge scritta dai ricchi per i ricchi, per un fatto di cronaca nera che vi tocca nell'intimo, vi siete trattenuti dallo scendere in piazza, dallo scrivere lettere di protesta o addirittura dal menare le mani. 
Scommetto che il motivo per cui avete desistito è contemplato nell'elenco che ho appena riportato.

Un'ultima domanda merita risposta: come mai ci sono persone che lavorano per il potere? Dal poliziotto che picchia il manifestante al torturatore del campo di sterminio, infatti, il sistema appena descritto si basa su una serie di comuni mortali che usano la violenza in tutte le sue forme giorno dopo giorno, rivolgendosi contro i propri simili per terrorizzarli e favorirne così la manipolazione da parte delle istituzioni. Come si spiega?
Una possibile risposta si trova nell'esperimento raccontato nel sito nel quale ho trovato l'elenco di cui sopra, nel quale ad un volontario veniva chiesto di torturare con delle scariche elettriche un altro soggetto legato ad una sedia nel corso di un finto interrogatorio. 
Il torturato era in realtà un attore che simulava sofferenza, ma ovviamente il torturatore non lo sapeva. Quest'ultimo seguiva gli ordini impartiti da un'altra figura che faceva parte dell'esperimento e che lo invitava ad attenersi al programma al minimo cenno di incertezza. 
Sul totale dei torturatori, solo il 40% non portava a termine l'interrogatorio: dopo le proteste iniziali, essi prendevano le distanze dalla sofferenza altrui e si concentravano sugli apparecchi a loro affidati per adempiere agli obblighi che pensavano di avere in quanto partecipanti all'esperimento. Ciò dimostra la nostra propensione a sottometterci agli ordini di chi percepiamo come autorità.

Nel bellissimo libro 1984 di George Orwell la spersonalizzazione dell'individuo, la segregazione e la tortura sono raffigurate come abituali nell'esercizio del potere. E' qui che troviamo un'altra risposta al nostro quesito:


In più ho trovato un bellissimo scritto di Sartre sul tema della tortura che forse può offrire qualche risposta in più.

Per concludere in bellezza, questa volta propongo, in luogo del consueto brano musicale, un video la cui visione è fondamentale per la comprensione di quanto scritto nel post perché raffigurazione tangibile dell'esercizio violento del potere da parte dello Stato e testimonianza di uno scandalo italiano molto recente: il massacro della scuola Diaz di Genova operato dalla polizia in occasione del G8
All'interno della struttura erano ospitati giovani provenienti da diverse parti del mondo, manifestanti pacifici sorpresi di notte nei loro sacchi a pelo e picchiati, arrestati e torturati dai poliziotti senza alcun motivo.
Consiglio inoltre la visione del film "Diaz - Non pulire questo sangue": la mia ricerca è partita da lì. Dopo aver assistito alla rappresentazione verosimile della strage, terrorizzata e confusa, una sola domanda mi riecheggiava nella testa: perché?
Purtroppo rispondere non mi ha aiutata a ritrovare la serenità.



lunedì 4 febbraio 2013

Rivoluzione Civile: piccola indagine



In questi giorni di frenetica campagna elettorale, i maggiori esponenti della politica italiana si avvicendano davanti alle telecamere e ai microfoni delle radio, con masse di giornalisti che corrono tra un comizio e una rassegna stampa. 
C'è qualcosa di questo balletto che non mi convince: alcuni candidati non si vedono mai, non si sentono e non se ne parla se non di striscio. Mi direte: impossibile, c'è la par condicio
Per gli affezionati di Wikipedia, la par condicio è l'insieme di «quei criteri adottati dalle emittenti televisive nel garantire un'appropriata visibilità a tutti i partiti e/o movimenti politici».
A quanto risulta dopo una semplice ricerca su internet, non c'è ad oggi un sito dove sia possibile tenere il conto delle apparizioni dei politici in televisione prima del voto. In effetti non dovremmo sentirne il bisogno, visto che in Italia esiste una Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom), sul cui sito peraltro si trova tutto, fuorché sondaggi simili a quello di cui sopra. Però io il conto approssimativo me lo voglio fare lo stesso. Così, per sfizio.
Ovviamente comincio con il Berlusca, perché lo so che stavate già pensando a lui: secondo questo articolo, nel periodo tra il 24 dicembre 2012 e il 14 gennaio 2013, se sommiamo le ore nelle quali è apparso in televisione e si è parlato di lui arriviamo alla bellezza di 63 ore. Monti è il secondo della lista con 62 ore. Terzo, ma parecchio distante, troviamo Bersani: 12 ore. Ultimo è invece Ingroia con poco meno di 10 ore totali.
La bandierina però la vince Grillo, che non è nemmeno citato: strano, per uno che secondo i sondaggi il primo febbraio risultava il terzo partito con il 18% di voti; meno strano per chi conosce la posizione alquanto refrattaria di Grillo nei confronti della tv, in base alla quale ha fatto promettere anche ai suoi seguaci di non servirsene, pena l'espulsione (vedi vicende Favia e Salsi).

Dunque la mia impressione è fondata e gravissima: in molti hanno sottolineato che ad una maggiore visibilità in televisione segue quasi sempre un aumento di consensi tra gli elettori. Il quasi è d'obbligo: sembra infatti che l'unico caso in cui la regola fa difetto sia quello di Monti, il quale riesce ad abbassare il suo consenso ogni volta che apre bocca. Almeno secondo questo articolo. Lo cito anche per evidenziare una strana attitudine italiana: a quanto pare, ci facciamo influenzare parecchio dai sondaggi, i quali però non sono sempre affidabili (c'è chi considera come possibili voti anche le preferenze ottenute da un politico sul profilo twitter o facebook).
In pratica l'italiano medio decide chi votare anche in base a quello che fanno gli altri. Un indeciso va su internet, clicca sul sito del primo istituto di ricerca che gli capita a tiro, guarda chi è il primo e dice massì, mò lo faccio pure io.
Poi ci lamentiamo del Parlamento, come se a votare ci andassero i puffi.
Ho quindi deciso di dedicare il post che state leggendo all'ultimo partito della mia lista: Rivoluzione Civile di Ingroia. E' necessario infatti che gli elettori si informino su ciascun candidato prima di andare a votare. Altrimenti tutti i discorsi su quanto è bello il diritto al voto diventano chiacchiere e le chiacchiere, in un Paese dove ogni giorno che passa aumentano senzatetto, disoccupati ed esodati, stanno davvero a zero.
Piccola parentesi: il 31 gennaio il CDA della Rai ha previsto solo tre conferenze stampa dedicate separatamente a Berlusconi, Bersani e Monti per la fine della campagna elettorale, il 22 febbraio. A noi il compito di ricordare l'esistenza di tali Grillo, Giannino e Ingroia, anche se i sondaggi riservano loro “solo” 18, 2 e 5 punti percentuali.

Tanto per cominciare, il programma. Faccio un riassuntino.
Europa si, ma più equa: niente tagli alla spesa sociale come quelli previsti dal Fiscal Compact e un indicatore che, accanto al PIL, non si basi solo su quanto si produce in un Paese per misurarne il benessere, ma anche sulle condizioni ambientali e sociali.
Lotta alla criminalità organizzata attraverso ad esempio il ripristino del falso in bilancio e l'inserimento nel codice penale dei reati contro l'ambiente. La difesa dell'ambiente si riflette anche nel rifiuto della TAV e del Ponte sullo Stretto e nell'interesse per i diritti degli animali.
Affermazione della laicità dello Stato, dei diritti delle coppie di fatto omosessuali e non, della cittadinanza a tutti i nati in Italia. A questo proposito nel sito di Rivoluzione Civile si dicono peste e corna della legge Bossi-Fini.
Creazione di occupazione grazie al ripristino dell'articolo 18, investimenti sulla ricerca, riconversione ecologica dell'economia (nella Home di oggi si trova un bell'articolo sugli effetti economici della globalizzazione).
Abolizione dell'IMU sulla prima casa, patrimoniale sulle grandi ricchezze, rafforzamento del sistema pubblico sanitario, alleggerimento delle tasse per i redditi medio-bassi, eliminazione della riforma Fornero e soprattutto estensione delle tasse agli immobili di proprietà della Chiesa e delle Banche. Quest'ultimo punto, in particolare, è presente solo nel programma di Rivoluzione Civile. Solo che bisogna andarsi a leggere il programma, per saperlo. Quindi fatelo, ci vogliono cinque minuti.
Aggiungo solo: politiche per il disarmo (l'Italia ripudia la guerra, gli italiani un po' meno...), incandidabilità dei condannati, eliminazione dei privilegi della classe politica, abolizione di spese come quella dei cacciabombardieri F35, sulla cui inutilità ha detto bene Crozza a Ballarò.

Passiamo invece al personaggio.
Ingroia è un siciliano di 53 anni che ha fatto il magistrato per 25 anni, durante i quali ha lavorato, tra gli altri, anche con Paolo Borsellino. Nel 1992 è diventato sostituto procuratore a Palermo ed è famoso per le sue indagini sulla trattativa Stato-mafia, sul capo dei servizi segreti Bruno Contrada e su Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi. Recentemente gli era stato proposto dall'Onu un incarico per la lotta al narcotraffico in Guatemala. Inizialmente ha accettato, ma nel dicembre del 2012 è tornato in Italia per fondare Rivoluzione Civile. Il partito ha l'appoggio di Italia dei Valori, Movimento Arancione, Verdi, Rifondazione Comunista e Partito dei Comunisti Italiani. Aveva ottenuto anche l'adesione di altri movimenti come Cambiare Si Può, Agende Rosse di Borsellino e Popolo viola, ma in seguito alla compilazione delle liste si sono scatenate forti polemiche che hanno portato alla rottura.
Ci arrivo, andiamo con ordine.

All'inizio dell'avventura politica di Ingroia in molti hanno ipotizzato che il suo ritorno in Italia fosse dovuto ad una sua inadeguatezza per l'incarico o alla sua volontà di approfittare di privilegi economici ben più elevati di quelli di cui avrebbe goduto come rappresentante dell'Onu.
In merito alla prima obiezione, rimando ad un estratto molto breve della puntata di Servizio Pubblico in cui è lo stesso Ingroia a rispondere. Nel video, inoltre, la giornalista racconta di aver contattato l'Onu e di aver raccolto solo giudizi positivi sull'operato del magistrato in merito all'incarico affidatogli.
Per quanto riguarda la seconda ipotesi, rimando alla palla di vetro e ai sensitivi.
Altra polemica degna di nota è quella innescata da Ilda Boccassini, il pm di Milano famoso per l'inflessibilità alla lotta contro la mafia e per i processi contro Berlusconi. Dovrebbe essere la migliore amica di Ingroia, invece si è offesa quando lui ha pronunciato la seguente frase in merito ai numerosi attacchi riservatigli da tutti i personaggi politici e della magistratura subito dopo essersi candidato: «è anche vero che è già successo ad altri e più autorevoli magistrati come Falcone: quando iniziò un'attività di collaborazione con la politica venne criticato soprattutto dai colleghi». La Boccassini ha replicato che nessuno può paragonarsi a Falcone e le hanno fatto eco l'ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e Maria Falcone, sorella del giudice.
Peccato che Ingroia non si sia mai paragonato a nessuno: anzi, ha annoverato Falcone tra gli “altri e più autorevoli magistrati”, tesi appoggiata anche da Agnese Borsellino e Luigi Furitano, presidente del Centro Studi Paolo Giaccone.

Sulle polemiche e gli attacchi fatti e subiti da Ingroia si potrebbero scrivere libri, ma non servirebbe ai fini della nostra piccola indagine, soprattutto perché la maggior parte di essi vanno contestualizzati in una campagna elettorale disseminata di colpi bassi, insinuazioni, scandali e risse da bar.
Andiamo al sodo, cioè all'unico problema vero di Ingroia: la formazione delle liste, che lo ha portato alla scissione di cui sopra.
Il problema è nel nome: la rivoluzione è stata chiamata civile ad indicare la partecipazione alle liste da parte di esponenti della società come i ragazzi delle Agende Rosse o del Popolo Viola. Invece a quanto pare le persone proposte dai movimenti sono state relegate in panchina a fare il tifo, mentre i vari esponenti dei partiti che sostengono Ingroia saranno affiancati da gente non troppo comune: amici degli amici, raccomandati di partito. Nello specifico, poiché RC conta di eleggere 21 persone a Montecitorio, 11 saranno indicate dai partiti (4 da IdV, 3 da Prc, 2 dal Pdci, 2 dai Verdi), 6 da Ingroia e 4 tra De Magistris e Leoluca Orlando. I nomi li trovate sul sito di RC.
Inoltre Massimo Malerba, uno dei fondatori del Popolo Viola, ha dichiarato a Tempi.it che sarebbe già in programma un accordo col PD. In effetti è stato lo stesso Ingroia a parlare di una proposta da parte di Bersani che suonava più o meno così: io inserisco un paio di senatori di RC nelle liste del PD, ma tu in cambio ti levi di mezzo e la smetti di farmi perdere voti. Proposta rigettata con disprezzo. Malerba, però, ha affermato che la desistenza era fortemente voluta da Diliberto e Di Pietro e non è stata attuata solo grazie a Ferrero e De Magistris. Oltretutto ha aggiunto: «per quel che intuisco, ci sarebbe anche un secondo accordo con il PD, che potrebbe scattare dopo le elezioni: è nelle cose, lo cercano e lo vogliono, infatti i soggetti incompatibili con questo piano sono fuori dalle liste o in posizioni ineleggibili. Un esempio sono i no Tav in Piemonte, fatti fuori dalle liste proprio per evitare elementi di conflittualità».

Di fatto, Ingroia non ha mai negato di volere un accordo col PD successivo alle elezioni e d'altra parte se si considera che col nostro sistema elettorale per far passare una legge bisogna avere l'appoggio di mezzo mondo è normale che i partiti si alleino tra di loro e cerchino un compromesso tra le parti (purtroppo o per fortuna, prendetevela con Calderoli). Lo stesso Salvatore Borsellino ha confermato il suo appoggio ad Ingroia in virtù della stima che nutre nei confronti del magistrato, anche se la delusione per un comportamento diverso dalle aspettative è palpabile e, aggiungo io, comprensibile.
Insomma, ad ognuno la propria opinione in merito. L'importante, è bene ribadirlo, è riflettere a fondo sulla propria scelta ed evitare di appoggiare un candidato perché è il meno peggio, perché appartiene ad uno schieramento che ci siamo abituati a credere nostro o perché è un magistrato/imprenditore/operaio e come tale risulta più credibile di altri: sono criteri che la storia della politica italiana ha rivelato essere insufficienti per scegliere un valido rappresentante.
Svegliamoci: siamo ancora in tempo.

Ascolto consigliato:


giovedì 22 novembre 2012

Vi presento la crisi

Se ne parla tanto, ognuno di noi ci ha avuto a che fare e ne patisce le conseguenze, quasi tutte le decisioni che vengono prese in questo momento nel nostro Paese sono dettate dall'esigenza di uscirne: vista con gli occhi di un profano dei mercati finanziari, la crisi sembra una malattia molto pericolosa e infettiva, una calamità impossibile da prevedere e di fronte alla quale reagire è difficile.
Sono in pochi a sapere da cosa è partito tutto questo: l'atteggiamento tipico di chi ci governa è di scaricare la colpa sul governo precedente, mentre i politici si sbracciano nei salotti televisivi per attestare la propria innocenza e puntare il ditino contro chiunque capiti loro a tiro, cameraman compresi.
Smettiamola una buona volta di credere che trovare un capro espiatorio possa aiutarci ad affrontare meglio i nostri problemi e mettiamoci in testa una cosa: la politica c'entra ben poco, o almeno non quanto crediamo noi. 
Esiste un complesso sistema finanziario dei cui meccanismi la gran parte di noi è all'oscuro, ma sul quale dobbiamo interrogarci se vogliamo cercare di cambiare le cose.
Vi avverto: non è semplice. La distanza che intercorre tra questo e il mio post precedente è significativa: capirci qualcosa per una che non si è mai preoccupata di economia non è stata esattamente una passeggiata, ma ci sono poche cose nella mia vita che considero più interessanti del mio piccolo excursus nel mondo della finanza.
Lo dovevo a me stessa e al futuro che temo di non avere più.

Dopo la Grande Depressione, al divampare della quale contribuirono diversi abusi finanziari, in America vennero varate nuove leggi che posero dei limiti ai rischi che una banca poteva correre e che assicurarono la trasparenza delle informazioni finanziarie.
Un esempio è il Glass-Steagall Act del 1932, che prevedeva la separazione tra banche commerciali e banche di investimento: le prime operavano con i risparmi della clientela senza poter effettuare investimenti spericolati sui mercati finanziari, mentre le seconde potevano correre dei rischi, ma autofinanziandosi attraverso l'emissione di obbligazioni. In questo modo, quando banchieri e trader facevano un investimento sui mercati stavano bene attenti ad utilizzare i soldi in modo oculato, visto che le conseguenze sarebbero ricadute direttamente su di loro.
Gli operatori finanziari, di conseguenza, non avevano gli stipendi da sogno di cui godono ora: c'erano trader che facevano anche due lavori contemporaneamente per riuscire a mantenere tutta la famiglia e arrivare a fine mese.

Poiché in questo modo nessuno si divertiva, con Reagan (siamo negli anni '80) si affermò la dottrina economica del Neoliberismo, già promossa nei Paesi anglosassoni grazie a Margaret Thatcher e diffusasi ben presto in gran parte del mondo occidentale.
Secondo i neoliberisti, il libero mercato è capace di autoregolarsi grazie alla legge della domanda e dell'offerta: se c'è molta domanda di un bene specifico il prezzo di quest'ultimo aumenterà, ma quando il bene sarà troppo presente sul mercato il suo prezzo diminuirà e si passerà al bene successivo. 
Dunque, sostanzialmente, il mercato non ha bisogno né dello Stato né tantomeno delle sue regole. Reagan, ad esempio, appena eletto dichiarò che l'unico problema del mercato era lo Stato.
Le falle di questa teoria sono sotto gli occhi di tutti: essa si basa sul presupposto che tutti gli operatori finanziari, gli investitori, i piccoli risparmiatori e in generale tutti quelli che prendono parte ad operazioni finanziarie dispongano delle stesse informazioni ed abbiano un comportamento sempre razionale. 
Nessuna delle due affermazioni è vera, ma ci arriviamo.
Inoltre il Neoliberismo considera merci anche la sanità e l'istruzione, che fino a prova contraria sono diritti; non producendo un profitto immediato, però, esse sono per loro natura penalizzate rispetto ad altri beni, per cui non possono essere garantite.

Ad ogni modo, il Neoliberismo negli anni '80 portò all'avvio della deregolamentazione dei mercati finanziari, cioè alla riduzione o semplificazione delle leggi in base alle quali si fanno affari e vengono controllati i titoli. 
Ciò non avvenne tutto in una volta, ma attraverso delle tappe.
Tanto per cominciare, il Garn-St. Germain Act sancì la deregolamentazione delle casse di risparmio, istituti generalmente senza scopo di lucro che nascevano con l'obiettivo di raccogliere piccoli risparmi remunerandoli attraverso investimenti poco rischiosi come l'acquisto di titoli di Stato, con facoltà di erogare prestazioni di previdenza. 
Da quel momento, casse importanti come le americane Savings and Loan furono di fatto equiparate alle banche e cominciarono ad investire i soldi dei piccoli risparmiatori senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Quando fallirono, lo Stato dovette intervenire con 124 miliardi di dollari gentilmente concessi dai contribuenti americani.
Non fu l'unica brutta storia che coinvolse le S&L e caddero un pò di teste a Wall Street, volarono accuse di truffa e non fu piacevole. Ma capirono l'antifona? No.

Nel 1999 il Gramm-Leach-Bliley Act ("Atto di modernizzazione dei sistemi finanziari") promosse la fusione tra banche commerciali, banche d'investimento e compagnie di assicurazione abrogando di fatto il Glass-Steagall Act e portando alla creazione delle banche universali: il vantaggio era che i nuovi organismi erano too big to fail, troppo grandi per fallire. Un loro fallimento, infatti, avrebbe decretato la discesa nel baratro di tutta l'economia mondiale e lo Stato sarebbe stato obbligato ad intervenire attraverso i soldi dei contribuenti. 
Insomma, attraverso la fusione tra loro le banche e le compagnie assicurative si sono conquistate la libertà di correre rischi molto grossi con la sicurezza che lo Stato sarebbe corso in loro aiuto in caso di fallimento.
Già un anno prima che Clinton caldeggiasse l'Atto di modernizzazione, la Citicorp, seconda banca americana in ordine di importanza, si era fusa con la compagnia assicurativa Travelers Group per dare vita a Citigroup, la prima azienda statunitense a combinare servizi bancari e assicurativi dopo la Grande Depressione.


Un anno dopo, nel 2000, Clinton si inventò un nuovo modo per rendersi utile appoggiando il Commodity Futures Modernization Act, che bandiva qualsiasi tentativo di regolamentazione dei derivati esentandoli dalle leggi anti-scommesse.
I derivati sono contratti che permettono di comprare, vendere o scambiare qualcosa in una data futura, ma al prezzo attuale. La controparte che vende il contratto, di solito una banca, si assume il rischio che il bene in questione sia più costoso al momento dell'acquisto, ma in cambio prende una commissione.
Esempio: Ciccio compra un derivato per un litro di petrolio, che ora costa 1000 euro, che gli permette di comprare effettivamente il litro tra sei mesi. Se, trascorso questo periodo, al momento dell'acquisto il prezzo del litro di petrolio sarà di 1050 euro, il profitto di Ciccio ammonterà a 50 euro, da cui la banca potrà sottrarre la sua commissione. Comprando il derivato, quindi, Ciccio ha scommesso che il prezzo del petrolio salisse.
Ciccio è uno speculatore.
Esistono derivati anche su calamità naturali (scommetto che ci sarà una siccità in Burundi e che il prezzo del grano salirà, poi se ciò accade ci guadagno) e su altri derivati (in pratica si scommette che una scommessa futura possa aumentare di valore); se ciò su cui si scommette è presente nei paradisi fiscali, si può eludere facilmente il fisco; alcuni usano i derivati come fossero denaro vero e proprio, aumentando l'instabilità dei mercati.

Tra i derivati più famosi ci sono i Credit Default Swap, che permettono di scommettere sul fallimento di qualcun altro.
Se per esempio acquisto delle obbligazioni di un'impresa ma temo che essa possa fallire, chiedo ad un terzo di assumersene il rischio dietro compenso: se l'impresa fallisce, sarà lui a risarcirmi.
La speculazione con i CDS è facile: se scommetto che la Grecia possa fallire e la situazione peggiora, il mio CDS aumenterà di valore e potrò rivenderlo realizzando un profitto. Se però le compagnie di assicurazione che stipulano i CDS falliscono, si innescano enormi crisi finanziarie: non a caso nel 2008 è fallita la AIG, una delle più grandi compagnie assicurative del mondo.
I derivati, dunque, non sono sottoposti ad alcun controllo ma hanno un enorme potere sull'andamento dei mercati, al punto da contribuire all'esistenza di un mercato finanziario parallelo al quale accedono gli speculatori più importanti e che influenza l'intero Pianeta: il sistema bancario ombra, o shadow banking system, i cui organismi sono legati alle banche ma operano senza essere sottoposti al sistema bancario internazionale, essendo per di più registrati in noti paradisi fiscali.

Del sistema bancario ombra fanno parte anche le società veicolo, che hanno avuto una parte importantissima nella crisi del 2008. 
Nel 2000, infatti, oltre ai CDS si sono affermati i CDO e la cartolarizzazione dei mutui. Facciamo prima con un esempio.
Sono un'americana disoccupata, ma Bush mi ha convinta, grazie ad uno dei suoi famosi discorsi, ad acquistare una casa chiedendo aiuto ad una banca. Ne scelgo una dall'elenco telefonico, mi presento davanti ad uno dei suoi impiegati e chiedo di stipulare un mutuo. Il tizio non mi guarda nemmeno in faccia, non mi chiede garanzie che io possa restituire i soldi né tantomeno vuole sapere che lavoro faccio: mi presta tutta la somma senza fiatare ed io corro a comprarmi la villetta con giardino che ho sempre sognato.
Il mio è un mutuo subprime. I soldi che l'impiegato mi ha concesso, però, non provengono dalle casse della sua banca: il mio mutuo è stato affidato ad una società veicolo che l'ha diviso in pezzi chiamati obbligazioni, provvedendo poi a piazzarli sul mercato ben nascosti tra titoli affidabili.
Il giorno dopo mia madre va nella stessa banca a fare un versamento. Mentre l'impiegato compie l'operazione, comincia a parlarle in toni entusiastici di certi titoli molto ben valutati dalle agenzie di rating e dell'opportunità di fare un pò di soldi con un investimento minimo grazie ai tassi d'interesse. Mia madre ci crede e acquista un paniere di titoli affidabili tra cui si nascondono alcuni pezzi del mio mutuo.
Il paniere si chiama CDO e la pratica di spezzettare un credito per trasformarlo in obbligazioni che poi saranno rivendute sul mercato si chiama cartolarizzazione.
Diciamo che un parente danaroso mi lascia una bella eredità: sarò in grado di pagare le rate del mutuo, mia madre riavrà i suoi soldi e percepirà un interesse molto piccolo rispetto a quello che invece andrà alla banca.
E se rimango come sono, cioè disoccupata, e non riesco a pagare le rate?
Mia madre non riavrà mai i suoi soldi, e con lei tutti gli investitori ai quali sono stati rivenduti i CDO in cui si nascondevano pezzi del mio mutuo.
La banca, però, non perde nulla: quando ha affidato il mutuo alla società veicolo, quest'ultima le ha reso tutta la somma che ho chiesto per la casa, prima di trasformarla in obbligazioni. Dunque, fin dall'inizio alla banca non risultava nessun credito e ora che ho smesso di pagare non le risulta alcuna perdita. Intanto, però, ha potuto investire la somma sul mercato acquistando titoli per i quali altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari e si appresta a ricavarne interessi enormi.
Signore e signori, ecco a voi la crisi.

Tra il 2005 e il 2008 le stesse banche che avevano rivenduto CDO ai propri clienti cominciarono a scommettere attraverso i Credit Default Swap contro gli stessi titoli che stavano vendendo come estremamente sicuri. 
I CDS sui CDO funzionano in questo modo: l'investitore che ha acquistato un CDO paga una somma ad una compagnia assicurativa, in modo da avere indietro i soldi nel caso in cui la persona che ha stipulato il mutuo non riesca a ripagarlo. Purtroppo, però, anche le persone che non possiedono il CDO possono assicurarsi contro l'insolvenza attraverso il pagamento di una somma: le agenzie assicurative come l'AIG hanno adottato questo procedimento per fare cassa nell'immediato, ma quando i mutui non sono stati ripagati non sono riuscite a pagare nessuno di quelli che si erano assicurati. Lo hanno fatto perché sapevano che lo Stato sarebbe intervenuto per salvarle e scongiurare una crisi mondiale di proporzioni epiche.
Nel giro di pochi anni, infatti, mentre milioni di persone hanno perso tutti i loro risparmi, le banche hanno offerto enormi bonus ai propri operatori, forti degli enormi profitti derivanti dal fallimento altrui.
I prezzi delle case sono saliti vertiginosamente perché tutti volevano la villetta, tutti chiedevano prestiti (legge della domanda e dell'offerta, ricordate?). Si chiama bolla immobiliare e le bolle, si sa, prima o poi scoppiano: nel 2007 non c'era più nessuno che fosse disposto a chiedere prestiti e a comprare case, mentre c'era parecchia gente che aspettava di riavere i propri soldi.
Ciò che è successo dopo è storia: i prezzi delle case sono crollati del 32% in tre anni, milioni di persone si sono viste pignorare la casa appena acquistata e si sono ritrovate sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è raddoppiata, miliardi di dollari dei contribuenti sono stati usati per salvare le banche dal fallimento.

Avete visioni di banchieri appesi agli alberi a maturare? Toglietevelo dalla testa: molti di quelli che hanno causato la crisi e si sono arricchiti grazie ad essa sono stati addirittura promossi e potete vederli accanto ad Obama alla presidenza degli Stati Uniti. I mercati funzionano proprio come prima della bolla e non ci rimane che aspettare la prossima.
Intanto, a quelli di voi che vogliono conoscere nomi e cognomi di questi signori e sentono l'esigenza di approfondire, consiglio un film molto bello: Inside Job, diretto da Charles Ferguson e incentrato proprio sui meccanismi che hanno portato alla crisi del 2008, con interviste molto significative alle persone che contano, molte delle quali finite male tra silenzi imbarazzati degli intervistati e minacce all'intervistatore.

Per quanto mi riguarda, continuerò a scrivere a proposito dei mercati finanziari e del loro funzionamento: non sono affatto un'esperta, ma proprio per questo sono convinta del valore dell'informazione e del dialogo.
A breve ho intenzione di pubblicare un piccolo vocabolario economico con i termini della finanza di base: lo scopo è poter spiegare in parole semplici concetti che sentiamo tutti i giorni e sui quali si basa la nostra serenità, ma che in questo momento ci sembrano privi di senso.
Spero nella collaborazione e nei consigli dei lettori più esperti.
Stay connected.

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martedì 6 novembre 2012

Sistemi elettorali e altre porcate


Negli ultimi mesi c'è un tema che, pur essendo di importanza capitale per gli italiani, è passato un pò sotto silenzio: se ne parla, ma mai con la chiarezza dovuta, quasi en passant
Sto parlando della nuova legge elettorale, o meglio del tentativo di modificare il Porcellum.

Andiamo per ordine: cos'è il Porcellum?
Nel 2005 Roberto Calderoli (Lega Nord) firmò una legge alla quale lui stesso affibbiò l'appellativo di porcata (da cui il soprannome latineggiante) e che nonostante tutto fu votata da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Udc e Lega Nord, mentre fu osteggiata da Idv, Ds, Margherita e Rifondazione Comunista.
La legge introdusse un sistema proporzionale corretto con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi senza la possibilità di indicare preferenze.

Calma.

Tanto per cominciare, il territorio italiano in occasione delle elezioni viene diviso in collegi, detti anche circoscrizioni: per quelle del Senato c'è un collegio per ogni Regione, infatti secondo la nostra Costituzione esso è eletto a base regionale; per la Camera dei deputati, invece, le Regioni più estese vengono divise in zone più piccole, per cui abbiamo 26 collegi.
Ad ogni collegio viene assegnato un certo numero di seggi, cioè di posti in Parlamento, a seconda del numero degli abitanti presenti in zona: in ogni collegio, dunque, i partiti e/o i movimenti presentano le loro liste, in ognuna delle quali ci saranno i nomi di tanti candidati quanti saranno i seggi disponibili.
Diciamo, per esempio, che alla Puglia sono assegnati 10 seggi: ogni partito presenterà una lista di 10 candidati.

La lista viene detta bloccata quando l'elettore non decide direttamente i candidati che andranno in Parlamento; se invece si ammette il voto di preferenza, accanto al simbolo della lista prescelta l'elettore potrà apporre il nome del candidato che più lo convince.
Per riprendere l'esempio di prima, diciamo che in Puglia si sono presentati tre partiti con tre liste diverse, la A, la B e la C. Se la A prende 40 voti su 100, avrà diritto a 4 seggi. Mettiamo invece che la B e la C prendano 30 voti ognuna: otterranno 3+3 seggi. Se siamo in presenza di una lista bloccata, ad essere scelti saranno i primi quattro nomi della lista (mi riferisco alla A); se l'elettore, invece, ha espresso un voto di preferenza, vince chi ha conquistato più preferenze.

Abbiamo appena considerato un sistema proporzionale puro, dove ad un certa percentuale di voti corrisponde l'esatta percentuale di seggi.
In questo modo, però, si consente l'accesso in Parlamento anche alle minoranze, che pur rappresentando un numero ridotto di elettori, con questo sistema arrivano ad avere un forte peso decisionale e quindi potrebbero insidiare la maggioranza. 
Per favorire la stabilità, quindi, il sistema viene adottato in una forma corretta,  che prevede sostanzialmente due meccanismi: la soglia di sbarramento, cioè una percentuale al di sotto della quale non si ottiene alcun seggio, e il premio di maggioranza, ovvero un numero di seggi in più concessi al partito, movimento o coalizione che siano riusciti ad ottenere la maggioranza.
Sempre considerando l'esempio di prima, mettiamo che in Puglia si sia presentata anche una quarta lista, che chiameremo D, la quale su 100 voti ne ha presi 3. Poiché solitamente la soglia di sbarramento è il 4 o il 5%, la lista D non avrà diritto a nessun seggio e non sarà rappresentata in Parlamento. Potrebbe però promuovere una coalizione con la lista C, nel qual caso riuscirebbe ad ottenerne qualcuno.

Questo dunque il sistema introdotto dal Porcellum.
I problemi da affrontare sono tanti. Tanto per cominciare, ricordiamo che fine ha fatto il governo del centrosinistra eletto nel 2006 per pochi voti: aveva una maggioranza talmente risicata che dopo appena due anni abbiamo dovuto votare di nuovo.
Quello di maggioranza, infatti, è un concetto insidioso se riferito ad un sistema proporzionale. Se noi adottassimo un sistema maggioritario, per il quale chi ha più voti vince, in Parlamento ci andrebbe solo chi ha preso la maggior parte dei voti. 
Se Pippo prende 51 voti (il famoso 50+1) contro Mauro che ne prende 49, Pippo governa il Paese e Mauro fa opposizione.
Per tutelare le minoranze, invece, il nostro sistema proporzionale prevede che, se Pippo prende 40 voti, Mauro 30 e Mimmo altri 30, governano tutti e tre, solo che su 10 sedie gli amici di Pippo ne occuperanno 4, quelli di Mauro 3 e quelli di Mimmo altre 3. Nel momento in cui bisogna prendere una decisione, se Mauro e Mimmo si alleano contro Pippo, quest'ultimo si troverà in minoranza pur rappresentando la maggioranza degli elettori: i suoi 4 amici avranno voglia di sgolarsi, gli altri 6 vinceranno senza sforzo.
Nel primo caso, dunque, Pippo godrà di una maggioranza assoluta; nel secondo, di una maggioranza relativa.

La sentenza n°4071 della Corte Costituzionale, inoltre, ha stabilito che il concetto di premio di maggioranza è incostituzionale, perché si regalano seggi in più a deputati per i quali non ha votato nessuno. 
Napolitano preme da mesi perché si trovi una soluzione a questo problema e minaccia di intervenire attraverso un decreto se i partiti non riusciranno a trovare un accordo.
Il testo dovrebbe essere pronto entro il 13 novembre e già l'11 ottobre scorso abbiamo assistito ad un grande cambiamento: è stata votata una proposta del senatore Malan che, oltre a reintrodurre il voto di preferenza (prima del Porcellum, infatti, agli italiani era permesso esprimerla), stabilisce un premio di maggioranza del 12,5%
PdL, Lega e Udc sono per il si, mentre Idv e Pd hanno votato contro.

Perché tornare al voto di preferenza?
Secondo i politici favorevoli (anche se all'interno dei partiti la polemica infuria) è per andare incontro ai tanti italiani che vorrebbero poter decidere chi mandare in Parlamento e chi no, in modo che se il candidato non dovesse mantenere le sue promesse, il suo elettorato potrebbe evitare di rieleggerlo e limitare i danni.
Stiamo dimenticando, però, che gli stessi corrotti contro i quali vorremmo avere più potere sono stati eletti proprio col sistema delle preferenze: parliamo di Fiorito, Maruccio e Zambetti
Quest'ultimo, poi, ci porta ad un secondo problema: visto che comprare voti oggi è diventata una pratica usuale, chi ci dice che il politico di turno non abbia comprato le sue preferenze dalla mafia
Ancora: quanti saranno quelli che prometteranno trattamenti di favore e posti di lavoro, magari di rilevanza pubblica, a destra e a manca pur di ottenere una base elettorale ampia?

Il punto principale, però, non è quello delle preferenze: se se ne parla tanto è perché si vuole distogliere l'attenzione dalla fregatura principale, cioè il premio di maggioranza molto, troppo basso.
Le ultime elezioni siciliane, infatti, ci hanno confermato un dato preoccupante: il primo partito è quello dell'astensionismo, che sottrae a chiunque la possibilità di avere una vera maggioranza. Gli avversari di Crocetta non hanno fatto altro che ripetergli di avere una maggioranza finta con la quale non sarebbe andato da nessuna parte ed è questa, con le dovute proporzioni, la situazione alla quale va incontro il Paese, visto che nessuno in questo momento ha una base elettorale del 45%, l'unica che permetterebbe di governare in pace.
Facciamo due conti: secondo gli ultimi sondaggi, Pd, Sel e Idv insieme non arrivano che al 35%. Sommando il premio di maggioranza, arriverebbero al 47,5% e dovrebbero chiedere aiuto all'Udc, che però è sempre più lontana. Anche se si riuscisse ad ottenere una megacoalizione per arrivare alla maggioranza assoluta, il Parlamento sarebbe troppo eterogeneo per assicurare una certa stabilità.

Ora, premesso che addirittura il Porcellum assicurava un minimo di 340 seggi alla Camera dei Deputati e il 55% dei seggi al Senato alla coalizione vincente, il fatto che il premio di maggioranza sia stato fissato ad una percentuale ridicola la dice lunga sull'intenzione dei nostri politici di andare al voto.
Quella del 12,5%, infatti, è una percentuale proposta dai partiti che oggi sono in caduta libera nei sondaggi e che quindi hanno paura, qualora si votasse con l'attuale legge elettorale, di perdere gran parte dei seggi alle Camere. La paura è quella di dover lasciare il posto ai candidati del Movimento 5 Stelle e sappiamo quanta simpatia ci sia tra gli schieramenti.
Non dimentichiamo, inoltre, che molti dei deputati che sarebbero portati a lasciare la sedia sarebbero finalmente costretti ad affrontare i procedimenti legali ai quali si sottraggono regolarmente, anche se in questi giorni si parla tanto di limitare l'ingresso in Parlamento ai non condannati: questa gente sa benissimo che, se non si lasciano procedere le indagini, non si può condannare nessuno. 
Altra storia sarebbe se si impedisse l'ingresso agli indagati: chiunque lo proponga deve subire l'appellativo di giustizialista, ormai molto di moda.

Altro piccolo dettaglio: ci stanno terrorizzando sulla possibilità che, con un governo non stabile e senza una buona base elettorale, il nostro spread potrebbe aumentare smisuratamente, rendendo vani gli sforzi fatti fino ad ora.
Poiché però se la proposta elettorale passa non ci sarà alcun modo di evitare l'instabilità in Parlamento, è molto probabile che la maggioranza finisca per appoggiare un nuovo governo Monti, in modo da rassicurare i mercati e i pochi cittadini che ancora si fidano dei tecnici.
Insomma, stanno firmando le carte per il Monti bis.

Due, le obiezioni obbligatorie: Monti è un tecnico che ci è stato imposto per affrontare una situazione di emergenza che non può che essere transitoria, visto che nessuno lo ha eletto e che il mestiere dei politici dovrebbe essere proprio quello di governarci. 
Riconfermando il governo dei tecnici, questi individui si assicurano uno stipendio e uno dei pochi posti di lavoro fissi e ben retribuiti rimasti in Italia senza nemmeno l'incomodo di dover prendere delle decisioni, visto che ovviamente il potere esecutivo rimarrebbe nelle mani di Monti.
In secondo luogo, visto che il centrosinistra è pieno di europeisti che urlano allo scandalo quando si mettono in discussione i principi politici di una Unione per entrare nella quale nessuno ha votato, è strano che nessuno di loro abbia preso in considerazione le leggi europee per le quali non si può cambiare sistema elettorale nell'anno precedente alla fine della legislatura.

Si capisce, il tempo è poco, bisogna correre.
E qualsiasi cosa facciano, ricordatevi che è per il nostro bene.

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domenica 21 ottobre 2012

Legalizzare le droghe fa bene all'ambiente


Non ho mai fatto uso di droghe pesanti e non perché non ne avessi avuto la possibilità ma perché ho sempre pensato che se per stare bene avessi avuto bisogno di una sostanza, avrei avuto un problema grave da risolvere: l'incapacità di essere felice giorno per giorno.
Non è che io riesca sempre a sorridere, ma ci sto lavorando.
Ad ogni modo, in questo articolo non prendo le difese della droga in sé, ma espongo una maniera di affrontare il problema che non sia repressivo. I vari tentativi di eliminare le tossicodipendenze rendendo illegali le sostanze, infatti, oltre che improduttivi sono stati molto dannosi. E vado a spiegare il perché.

Per cominciare, affrontiamo la questione da un punto di vista diverso dal solito: l'incidenza della produzione di droga sull'ambiente.
Le sostanze stupefacenti e i loro metaboliti (cioè ciò che viene fuori ogni volta che le molecole delle droghe vengono trasformate dal nostro corpo o dall'uso che ne facciamo, per esempio quando le bruciamo) sono l'ultimo gruppo di inquinanti del nostro Pianeta, ovvero quello più recente. Tanto che le informazioni sulla loro presenza nell'ambiente sono scarse e la gran parte degli studi riguarda il Nord America e l'Europa. 
Peccato che le droghe vengano prodotte in Paesi poverissimi: è lì che vanno ricercate le conseguenze della loro produzione: dallo sversamento di sostanze di scarto nei corsi d'acqua alla deforestazione necessaria per intraprenderne le colture.
Però qualcosa si sa.
L'Università di Lima, per esempio, ha calcolato che in un solo anno i trafficanti della Valle Superiore dell'Hullaga hanno scaricato 100 milioni di litri di rifiuti speciali liquidi impiegati per la produzione di pasta di coca dentro il bacino del fiume omonimo, che confluisce nel Rio delle Amazzoni. A differenza di ciò che si potrebbe pensare i laboratori non sono solo in Sudamerica, ma anche in vaste aree dell'Asia, del Medio Oriente e dell'Europa dell'Est.
Solo nel 2008 sono stati sequestrati quasi 18.500 laboratori illegali di produzione di stupefacenti, che usano sostanze chimiche e le scaricano nei terreni, nei fiumi e nelle reti fognarie.

In termini di spreco di megawatts, il nemico numero uno è la marijuana: nelle coltivazioni clandestine si usano illuminazione artificiale, ventilatori a pale, deumidificatori e molto altro, per un consumo elettrico che negli USA del 2011 equivaleva all'1% di quello nazionale.
Ovviamente se le coltivazioni fossero legali si potrebbero fare all'aperto, senza bisogno di tutto questo.
La marijuana viene coltivata per metà della sua produzione in Messico, dove ha invaso le aree protette delle montagne della Sierra Madre Occidentale; alcuni piantatori californiani sono arrivati a deturpare parte della vegetazione del Sequoia National Park.

Tra le droghe meno ecologiche troviamo l'ecstasy, realizzata con olio di sassofrasso, un albero delle foreste pluviali del Brasile e Sud Est asiatico.

Una delle droghe più diffuse oggi è la cocaina.
Per ogni chilo servono: un chilo di calce, 80 litri di cherosene, 200 grammi di permanganato di potassio e un litro di ammoniaca concentrata.
Riuscite ad immaginare le conseguenze dello sversamento di queste sostanze nell'acqua che la gente della zona usa per mangiare, lavare e irrigare?
Tra Perù, Bolivia e Colombia è stata distrutta un'area più grande del Galles per permettere la coltivazione delle piante di coca, per la quale vengono utilizzati fertilizzanti e antiparassitari. I militari cercano di distruggerle via aerea con tonnellate di erbicidi che ammazzano flora, fauna e colture alimentari. Ah, e anche gli indigeni.
Ma su questo c'è da dire ben altro.

In Bolivia la pianta di coca è coltivata da più di 5000 anni e le foglie vengono masticate dalla popolazione come medicina contro qualsiasi male e per sopportare le altitudini alle quali i cocaleros, come vengono chiamati gli agricoltori che si dedicano a queste colture, devono lavorare.
Siete fuori strada se pensate che questa gente mastichi cocaina: per rendere tale una foglia di pianta di coca occorre un lungo processo durante il quale ad essa vengono aggiunti una serie di additivi chimici. Di sicuro una volta ci si faceva di tutto: saponi, alimenti, pomate e quant'altro: la foglia di coca è una miniera di vitamine, potassio, fosforo, minerali e proteine.

Poi sono arrivati gli americani, che hanno ritenuto loro dovere aiutare i boliviani a disfarsi di questa pericolosissima pianta. In realtà, come spesso accade, gli USA volevano soggiogare il mercato boliviano a quello statunitense in modo da approfittare della grossa quantità di materie prime a basso costo, per non parlare dei contadini disposti a lavorare in qualsiasi condizione pur di non morire di fame.
D'altra parte è la stessa cosa che hanno fatto con noi quando ci hanno impedito di coltivare marijuana come facevamo da sempre per poterci vendere i loro farmaci.
Ma questa è un'altra storia.

Il Plan Dignidad, conosciuto come Coca Zero, è un piano finanziato in gran parte dagli americani che prevede la distruzione delle coltivazioni di coca e la loro sostituzione con colture alternative. 
Era il 1997 e le Nazioni Unite decisero di contribuire con somme minime perché avevano già promosso un altro piano, Agroyungas, per il quale la coca era stata sostituita con il caffè, portando alla bancarotta 1500 agricoltori
Non erano tanto convinti, insomma.
Il Coca Zero coinvolgeva le forze armate, per cui si verificarono molte e gravi violazioni dei diritti umani causate dalla violenza della polizia. 
Più di 36mila famiglie che dipendevano dalla foglia di coca restarono senza fonti di sussistenza e i prodotti sostitutivi come ananas, arance, pepe nero e caffè non trovarono mercato.

Nel 2006, la svolta: al governo, per la prima volta nella storia della Bolivia, va un indigeno. Si chiama Evo Morales e sa perfettamente cosa fare con la coca.
Morales guidò il popolo verso la riappropriazione delle colture, pur condannando con forza la cocaina e soprattutto i narcotrafficanti: la paga per un contadino disoccupato che lavora per loro tutta la notte trasformando la foglia di coca in pasta base per la cocaina è di ben 50 euro, una somma enorme per un boliviano povero.
Grazie ai ricavati dei prodotti fatti con la pianta di coca, i contadini boliviani sono riusciti a costruire scuole, ospedali e strade e ad istituire un sistema di assistenza sociale funzionante.
D'altro canto, però, i controlli non sono aumentati e il narcotraffico in queste zone è cresciuto esponenzialmente, causando deforestazione selvaggia e inquinamento idrico.

Per fortuna la polizia di solito non combatte la droga spruzzando sostanze tossiche nell'aria. Allora come mai non riesce a fermare il narcotraffico?
Purtroppo per la legge è impossibile agire in modo efficace: anche se si riuscisse a sequestrare tutti i carichi provenienti dal Sudamerica, i narcotrafficanti avrebbero dei rifornimenti tali da soddisfare la domanda di tutta l'Italia per tre mesi.
Inoltre dieci anni fa hanno diversificato il mercato: accanto alle grosse e costose dosi per i ricchi, oggi ci sono quelle più piccole ed economiche per le classi più povere. Ciò ha reso la cocaina un prodotto trasversale, cioè qualcosa che non interessa solo alcune classi sociali, ma le coinvolge tutte allo stesso modo.

In alcuni Paesi, poi, la lotta al narcotraffico è ancora più difficile, perché spesso con i soldi derivanti dal commercio di droga si pagano le campagne elettorali di candidati che in cambio non daranno fastidio ai trafficanti.
Per usare le grandi quantità di denaro che derivano dallo spaccio, infatti, i soldi devono essere depositati in diversi conti e spostati continuamente da un conto all'altro e da una banca all'altra fino a che non si capisce più chi lo abbia depositato per primo e dove. A quel punto è pronto per essere investito.

Un altro aspetto al quale non si pensa mai quando si affronta il problema dell'abuso di sostanze è quello dell'assistenza sanitaria che in futuro dovremo dedicare ai consumatori di oggi: quale sarà il loro stato di salute? Fino a che età potranno essere produttivi e da quale punto in poi diventeranno solo un costo sociale? 
Le domande sono fondate: esistono tossicodipendenti che non arrivano ai quarant'anni e hanno il cervello di un ottantenne, con tutto il rispetto per la terza età.
Se state pensando che un tossicodipendente non arriva ad una certa età e muore prima di diventare un peso, vi sbagliate: nessuno vi ha detto che si muore molto di più per l'uso di tabacco e alcol che non per uso di droga. Le proporzioni sono rispettivamente di 50 e 10 contro 1.
A confermare la mia tesi, l'esistenza di ospizi per tossicodipendenti in Olanda. Età media degli ospiti: settant'anni.

Negli ultimi anni, il proibizionismo che riguarda le droghe ha dimostrato di non essere la soluzione a nessuno dei problemi legati alla droga: il profitto del narcotraffico equivale all'8% dell'economia mondiale e costituisce l'80% dei profitti della malavita; la criminalità ha subito un aumento del 500%; cifre enormi vengono spese per combattere i crimini legati allo spaccio e all'uso di droghe; l'uso di queste ultime continua ad aumentare inesorabilmente.
Due parole anche sulla legalizzazione: essa prevede l'uso di droghe limitatamente a determinate condizioni stabilite dalla legge, come già avviene per fumo e alcol. Non stiamo parlando, quindi, di liberalizzare gli stupefacenti: ciò permetterebbe l'assoluta libertà di commercio senza vincoli legislativi.

Mettiamo che il governo italiano decida di legalizzare l'eroina. Potrà:

  • controllare la quantità di principio attivo presente nelle dosi e la purezza della sostanza, così da limitare decessi per droga e spese sanitarie ulteriori;
  • controllare la vendita, cioè essere certo di non vendere stupefacenti a minorenni, psicolabili e criminali;
  • controllare le quantità acquistate da un singolo, in modo da limitare i casi di spaccio;
  • diminuire la diffusione di malattie attraverso la fornitura di siringhe sterili e la messa a disposizione di luoghi idonei come le cosiddette stanze del buco (scusate l'articolo senza apostrofi, mi sembrava valido lo stesso);
  • offrire un aiuto immediato a chi decide di smettere o impedire che un consumatore possa passare da una droga meno pesante ad una più pericolosa;
  • impedire che una persona che ha commesso un reato sotto l'effetto della droga possa tornarne in possesso. Se ad esempio si fornisse una specie di "patente della droga" si potrebbe tenere sotto controllo ogni tossicodipendente, eventuali reati compresi, in modo da togliergli la patente e quindi la possibilità di rifornirsi della dose necessaria nel caso di una azione illecita.
  • prevedere lo stoccaggio delle sostanze di scarto della produzione di stupefacenti e limitare al minimo la deforestazione.
Ho letto diversi commenti a post che come il mio evidenziano la necessità di aiutare e sostenere il tossicodipendente secondo i quali è giusto che una persona del genere muoia, anche in circostanze terribili, visto che ha scelto di stare male.
Allora facciamo così: da oggi non si curano i malati di cancro ai polmoni che abbiano un passato (o un presente) da fumatori e si lasciano gli alcolizzati a morire di cirrosi epatica in mezzo ad una strada.
Anzi, già che ci siamo potremmo proibire di nuovo tabacco e alcol, per tornare ai magnifici anni '20.
Si stava così bene quando si poteva sorseggiare spirito nei club clandestini.

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