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giovedì 22 novembre 2012

Vi presento la crisi

Se ne parla tanto, ognuno di noi ci ha avuto a che fare e ne patisce le conseguenze, quasi tutte le decisioni che vengono prese in questo momento nel nostro Paese sono dettate dall'esigenza di uscirne: vista con gli occhi di un profano dei mercati finanziari, la crisi sembra una malattia molto pericolosa e infettiva, una calamità impossibile da prevedere e di fronte alla quale reagire è difficile.
Sono in pochi a sapere da cosa è partito tutto questo: l'atteggiamento tipico di chi ci governa è di scaricare la colpa sul governo precedente, mentre i politici si sbracciano nei salotti televisivi per attestare la propria innocenza e puntare il ditino contro chiunque capiti loro a tiro, cameraman compresi.
Smettiamola una buona volta di credere che trovare un capro espiatorio possa aiutarci ad affrontare meglio i nostri problemi e mettiamoci in testa una cosa: la politica c'entra ben poco, o almeno non quanto crediamo noi. 
Esiste un complesso sistema finanziario dei cui meccanismi la gran parte di noi è all'oscuro, ma sul quale dobbiamo interrogarci se vogliamo cercare di cambiare le cose.
Vi avverto: non è semplice. La distanza che intercorre tra questo e il mio post precedente è significativa: capirci qualcosa per una che non si è mai preoccupata di economia non è stata esattamente una passeggiata, ma ci sono poche cose nella mia vita che considero più interessanti del mio piccolo excursus nel mondo della finanza.
Lo dovevo a me stessa e al futuro che temo di non avere più.

Dopo la Grande Depressione, al divampare della quale contribuirono diversi abusi finanziari, in America vennero varate nuove leggi che posero dei limiti ai rischi che una banca poteva correre e che assicurarono la trasparenza delle informazioni finanziarie.
Un esempio è il Glass-Steagall Act del 1932, che prevedeva la separazione tra banche commerciali e banche di investimento: le prime operavano con i risparmi della clientela senza poter effettuare investimenti spericolati sui mercati finanziari, mentre le seconde potevano correre dei rischi, ma autofinanziandosi attraverso l'emissione di obbligazioni. In questo modo, quando banchieri e trader facevano un investimento sui mercati stavano bene attenti ad utilizzare i soldi in modo oculato, visto che le conseguenze sarebbero ricadute direttamente su di loro.
Gli operatori finanziari, di conseguenza, non avevano gli stipendi da sogno di cui godono ora: c'erano trader che facevano anche due lavori contemporaneamente per riuscire a mantenere tutta la famiglia e arrivare a fine mese.

Poiché in questo modo nessuno si divertiva, con Reagan (siamo negli anni '80) si affermò la dottrina economica del Neoliberismo, già promossa nei Paesi anglosassoni grazie a Margaret Thatcher e diffusasi ben presto in gran parte del mondo occidentale.
Secondo i neoliberisti, il libero mercato è capace di autoregolarsi grazie alla legge della domanda e dell'offerta: se c'è molta domanda di un bene specifico il prezzo di quest'ultimo aumenterà, ma quando il bene sarà troppo presente sul mercato il suo prezzo diminuirà e si passerà al bene successivo. 
Dunque, sostanzialmente, il mercato non ha bisogno né dello Stato né tantomeno delle sue regole. Reagan, ad esempio, appena eletto dichiarò che l'unico problema del mercato era lo Stato.
Le falle di questa teoria sono sotto gli occhi di tutti: essa si basa sul presupposto che tutti gli operatori finanziari, gli investitori, i piccoli risparmiatori e in generale tutti quelli che prendono parte ad operazioni finanziarie dispongano delle stesse informazioni ed abbiano un comportamento sempre razionale. 
Nessuna delle due affermazioni è vera, ma ci arriviamo.
Inoltre il Neoliberismo considera merci anche la sanità e l'istruzione, che fino a prova contraria sono diritti; non producendo un profitto immediato, però, esse sono per loro natura penalizzate rispetto ad altri beni, per cui non possono essere garantite.

Ad ogni modo, il Neoliberismo negli anni '80 portò all'avvio della deregolamentazione dei mercati finanziari, cioè alla riduzione o semplificazione delle leggi in base alle quali si fanno affari e vengono controllati i titoli. 
Ciò non avvenne tutto in una volta, ma attraverso delle tappe.
Tanto per cominciare, il Garn-St. Germain Act sancì la deregolamentazione delle casse di risparmio, istituti generalmente senza scopo di lucro che nascevano con l'obiettivo di raccogliere piccoli risparmi remunerandoli attraverso investimenti poco rischiosi come l'acquisto di titoli di Stato, con facoltà di erogare prestazioni di previdenza. 
Da quel momento, casse importanti come le americane Savings and Loan furono di fatto equiparate alle banche e cominciarono ad investire i soldi dei piccoli risparmiatori senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Quando fallirono, lo Stato dovette intervenire con 124 miliardi di dollari gentilmente concessi dai contribuenti americani.
Non fu l'unica brutta storia che coinvolse le S&L e caddero un pò di teste a Wall Street, volarono accuse di truffa e non fu piacevole. Ma capirono l'antifona? No.

Nel 1999 il Gramm-Leach-Bliley Act ("Atto di modernizzazione dei sistemi finanziari") promosse la fusione tra banche commerciali, banche d'investimento e compagnie di assicurazione abrogando di fatto il Glass-Steagall Act e portando alla creazione delle banche universali: il vantaggio era che i nuovi organismi erano too big to fail, troppo grandi per fallire. Un loro fallimento, infatti, avrebbe decretato la discesa nel baratro di tutta l'economia mondiale e lo Stato sarebbe stato obbligato ad intervenire attraverso i soldi dei contribuenti. 
Insomma, attraverso la fusione tra loro le banche e le compagnie assicurative si sono conquistate la libertà di correre rischi molto grossi con la sicurezza che lo Stato sarebbe corso in loro aiuto in caso di fallimento.
Già un anno prima che Clinton caldeggiasse l'Atto di modernizzazione, la Citicorp, seconda banca americana in ordine di importanza, si era fusa con la compagnia assicurativa Travelers Group per dare vita a Citigroup, la prima azienda statunitense a combinare servizi bancari e assicurativi dopo la Grande Depressione.


Un anno dopo, nel 2000, Clinton si inventò un nuovo modo per rendersi utile appoggiando il Commodity Futures Modernization Act, che bandiva qualsiasi tentativo di regolamentazione dei derivati esentandoli dalle leggi anti-scommesse.
I derivati sono contratti che permettono di comprare, vendere o scambiare qualcosa in una data futura, ma al prezzo attuale. La controparte che vende il contratto, di solito una banca, si assume il rischio che il bene in questione sia più costoso al momento dell'acquisto, ma in cambio prende una commissione.
Esempio: Ciccio compra un derivato per un litro di petrolio, che ora costa 1000 euro, che gli permette di comprare effettivamente il litro tra sei mesi. Se, trascorso questo periodo, al momento dell'acquisto il prezzo del litro di petrolio sarà di 1050 euro, il profitto di Ciccio ammonterà a 50 euro, da cui la banca potrà sottrarre la sua commissione. Comprando il derivato, quindi, Ciccio ha scommesso che il prezzo del petrolio salisse.
Ciccio è uno speculatore.
Esistono derivati anche su calamità naturali (scommetto che ci sarà una siccità in Burundi e che il prezzo del grano salirà, poi se ciò accade ci guadagno) e su altri derivati (in pratica si scommette che una scommessa futura possa aumentare di valore); se ciò su cui si scommette è presente nei paradisi fiscali, si può eludere facilmente il fisco; alcuni usano i derivati come fossero denaro vero e proprio, aumentando l'instabilità dei mercati.

Tra i derivati più famosi ci sono i Credit Default Swap, che permettono di scommettere sul fallimento di qualcun altro.
Se per esempio acquisto delle obbligazioni di un'impresa ma temo che essa possa fallire, chiedo ad un terzo di assumersene il rischio dietro compenso: se l'impresa fallisce, sarà lui a risarcirmi.
La speculazione con i CDS è facile: se scommetto che la Grecia possa fallire e la situazione peggiora, il mio CDS aumenterà di valore e potrò rivenderlo realizzando un profitto. Se però le compagnie di assicurazione che stipulano i CDS falliscono, si innescano enormi crisi finanziarie: non a caso nel 2008 è fallita la AIG, una delle più grandi compagnie assicurative del mondo.
I derivati, dunque, non sono sottoposti ad alcun controllo ma hanno un enorme potere sull'andamento dei mercati, al punto da contribuire all'esistenza di un mercato finanziario parallelo al quale accedono gli speculatori più importanti e che influenza l'intero Pianeta: il sistema bancario ombra, o shadow banking system, i cui organismi sono legati alle banche ma operano senza essere sottoposti al sistema bancario internazionale, essendo per di più registrati in noti paradisi fiscali.

Del sistema bancario ombra fanno parte anche le società veicolo, che hanno avuto una parte importantissima nella crisi del 2008. 
Nel 2000, infatti, oltre ai CDS si sono affermati i CDO e la cartolarizzazione dei mutui. Facciamo prima con un esempio.
Sono un'americana disoccupata, ma Bush mi ha convinta, grazie ad uno dei suoi famosi discorsi, ad acquistare una casa chiedendo aiuto ad una banca. Ne scelgo una dall'elenco telefonico, mi presento davanti ad uno dei suoi impiegati e chiedo di stipulare un mutuo. Il tizio non mi guarda nemmeno in faccia, non mi chiede garanzie che io possa restituire i soldi né tantomeno vuole sapere che lavoro faccio: mi presta tutta la somma senza fiatare ed io corro a comprarmi la villetta con giardino che ho sempre sognato.
Il mio è un mutuo subprime. I soldi che l'impiegato mi ha concesso, però, non provengono dalle casse della sua banca: il mio mutuo è stato affidato ad una società veicolo che l'ha diviso in pezzi chiamati obbligazioni, provvedendo poi a piazzarli sul mercato ben nascosti tra titoli affidabili.
Il giorno dopo mia madre va nella stessa banca a fare un versamento. Mentre l'impiegato compie l'operazione, comincia a parlarle in toni entusiastici di certi titoli molto ben valutati dalle agenzie di rating e dell'opportunità di fare un pò di soldi con un investimento minimo grazie ai tassi d'interesse. Mia madre ci crede e acquista un paniere di titoli affidabili tra cui si nascondono alcuni pezzi del mio mutuo.
Il paniere si chiama CDO e la pratica di spezzettare un credito per trasformarlo in obbligazioni che poi saranno rivendute sul mercato si chiama cartolarizzazione.
Diciamo che un parente danaroso mi lascia una bella eredità: sarò in grado di pagare le rate del mutuo, mia madre riavrà i suoi soldi e percepirà un interesse molto piccolo rispetto a quello che invece andrà alla banca.
E se rimango come sono, cioè disoccupata, e non riesco a pagare le rate?
Mia madre non riavrà mai i suoi soldi, e con lei tutti gli investitori ai quali sono stati rivenduti i CDO in cui si nascondevano pezzi del mio mutuo.
La banca, però, non perde nulla: quando ha affidato il mutuo alla società veicolo, quest'ultima le ha reso tutta la somma che ho chiesto per la casa, prima di trasformarla in obbligazioni. Dunque, fin dall'inizio alla banca non risultava nessun credito e ora che ho smesso di pagare non le risulta alcuna perdita. Intanto, però, ha potuto investire la somma sul mercato acquistando titoli per i quali altrimenti non avrebbe avuto i soldi necessari e si appresta a ricavarne interessi enormi.
Signore e signori, ecco a voi la crisi.

Tra il 2005 e il 2008 le stesse banche che avevano rivenduto CDO ai propri clienti cominciarono a scommettere attraverso i Credit Default Swap contro gli stessi titoli che stavano vendendo come estremamente sicuri. 
I CDS sui CDO funzionano in questo modo: l'investitore che ha acquistato un CDO paga una somma ad una compagnia assicurativa, in modo da avere indietro i soldi nel caso in cui la persona che ha stipulato il mutuo non riesca a ripagarlo. Purtroppo, però, anche le persone che non possiedono il CDO possono assicurarsi contro l'insolvenza attraverso il pagamento di una somma: le agenzie assicurative come l'AIG hanno adottato questo procedimento per fare cassa nell'immediato, ma quando i mutui non sono stati ripagati non sono riuscite a pagare nessuno di quelli che si erano assicurati. Lo hanno fatto perché sapevano che lo Stato sarebbe intervenuto per salvarle e scongiurare una crisi mondiale di proporzioni epiche.
Nel giro di pochi anni, infatti, mentre milioni di persone hanno perso tutti i loro risparmi, le banche hanno offerto enormi bonus ai propri operatori, forti degli enormi profitti derivanti dal fallimento altrui.
I prezzi delle case sono saliti vertiginosamente perché tutti volevano la villetta, tutti chiedevano prestiti (legge della domanda e dell'offerta, ricordate?). Si chiama bolla immobiliare e le bolle, si sa, prima o poi scoppiano: nel 2007 non c'era più nessuno che fosse disposto a chiedere prestiti e a comprare case, mentre c'era parecchia gente che aspettava di riavere i propri soldi.
Ciò che è successo dopo è storia: i prezzi delle case sono crollati del 32% in tre anni, milioni di persone si sono viste pignorare la casa appena acquistata e si sono ritrovate sotto la soglia di povertà, la disoccupazione è raddoppiata, miliardi di dollari dei contribuenti sono stati usati per salvare le banche dal fallimento.

Avete visioni di banchieri appesi agli alberi a maturare? Toglietevelo dalla testa: molti di quelli che hanno causato la crisi e si sono arricchiti grazie ad essa sono stati addirittura promossi e potete vederli accanto ad Obama alla presidenza degli Stati Uniti. I mercati funzionano proprio come prima della bolla e non ci rimane che aspettare la prossima.
Intanto, a quelli di voi che vogliono conoscere nomi e cognomi di questi signori e sentono l'esigenza di approfondire, consiglio un film molto bello: Inside Job, diretto da Charles Ferguson e incentrato proprio sui meccanismi che hanno portato alla crisi del 2008, con interviste molto significative alle persone che contano, molte delle quali finite male tra silenzi imbarazzati degli intervistati e minacce all'intervistatore.

Per quanto mi riguarda, continuerò a scrivere a proposito dei mercati finanziari e del loro funzionamento: non sono affatto un'esperta, ma proprio per questo sono convinta del valore dell'informazione e del dialogo.
A breve ho intenzione di pubblicare un piccolo vocabolario economico con i termini della finanza di base: lo scopo è poter spiegare in parole semplici concetti che sentiamo tutti i giorni e sui quali si basa la nostra serenità, ma che in questo momento ci sembrano privi di senso.
Spero nella collaborazione e nei consigli dei lettori più esperti.
Stay connected.

Ascolto consigliato:



lunedì 8 ottobre 2012

Ridate a Cesare quel che è di Cesare


Notizia di ieri: la Chiesa non pagherà l'IMU sui suoi beni immobili. 
A deciderlo è stato il Consiglio di Stato, cioè il supremo organo che, tra le altre cose, tutela i diritti e gli interessi legittimi dei privati nei confronti della Pubblica Amministrazione. Dalla sua sede di Palazzo Spada, dunque, passano decisioni importanti, basti pensare alle gare d'appalto.

Occorre una piccola introduzione per capire di cosa stiamo parlando.
La nuova tassa sugli immobili introdotta dal governo Monti riguarda le abitazioni sia private che ad uso commerciale (tipo i negozi): prima avevamo una tassa simile, l'ICI, che il governo Berlusconi tolse di mezzo e che ora è risorta. Alleluia. Forse la principale differenza tra IMU e ICI è che la prima si impone anche agli immobili religiosi non usati propriamente per il culto, sorte che tocca anche alle associazioni no-profit.
Stiamo parlando del bar dell'oratorio o di sedi in cui, ad esempio, convivono un convento e un albergo.
Dopo lo scoppio di una polemica scatenata da qualche malpensante che non credeva ad una Chiesa obbligata a pagare una tassa, il Ministero del Tesoro ha diffuso un comunicato stampa in cui diceva che il ministro Vittorio Grilli aveva trasmesso "lo schema di regolamento di attuazione dell'articolo 91 bis, comma 3, del ddl numero 1 del 2012, convertito in legge numero 27 del 2012". Il comma in questione prevede appunto la tassazione delle "unità immobiliari con sedi miste", sul tipo di quelle illustrate poco più su.
Il Consiglio di Stato, però, non solo ha bocciato il regolamento, ma ha bacchettato il Ministero: non è affar suo stabilire se un'attività è commerciale o meno, dicono i giudici. O si rispetta il ruolo dell'Agenzia delle Entrate, o si fa una legge apposita.

Partono le prime due riflessioni. 
Tanto per cominciare: è opportuna una diatriba sulle imposte da far pagare o meno alla Chiesa nel momento in cui il peso delle tasse sui redditi degli italiani è salito al 44,7% e le imprese più piccole sono strozzate da IMU, IRAP e contributi? E ancora: è possibile che un ministro non sia riuscito a stilare un regolamento in modo corretto o non è più semplice pensare che ci stiano prendendo in giro per farci stare buoni?

Alla seconda domanda non posso rispondere con certezza. Alla prima invece si.
Ieri, cercando qualche notizia in più su questa faccenda, ho trovato parecchi post che definirei diversamente interessanti di liberi pensatori secondo i quali chiedere alla Santa Sede di pagare le tasse allo Stato italiano è come pretendere che la Francia o la Spagna paghino le nostre imposte, visto che lo Stato del Vaticano è indipendente e sovrano. Sempre secondo queste persone, la Chiesa Italiana (rappresentata dalla CEI, cioè la Conferenza Episcopale Italiana), gode delle stesse agevolazioni fiscali riferibili a qualsiasi cittadino, visto che non esiste alcuna norma nell'ordinamento italiano che esenti la Chiesa dal pagare i tributi in quanto Chiesa Cattolica.
A questo punto mi sembra evidente una certa confusione in materia, quindi no, parlare della questione non è opportuno, ma forse è utile.

Innanzitutto è vero che lo Stato del Vaticano è uno Stato indipendente esattamente come quello italiano: la sovranità territoriale è stata concordata con i Patti Lateranensi del 1929
Bisogna aggiungere, però, che le zone extraterritoriali della Santa Sede si estendono per una superficie complessiva di 700.000 m2 solo a Roma e provincia: un quarto del patrimonio immobiliare romano è nelle mani della Chiesa, che negli ultimi anni ha cominciato a fare trading immobiliare vendendo beni per oltre 50 milioni di euro. Il patrimonio gestito dallo IOR, la banca del Vaticano, e dall'APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, sfiora i sei miliardi. Il giro d'affari del turismo religioso a Roma è stimato intorno ai 150 milioni di euro.

Vi starete chiedendo cosa c'entra tutto questo con la sovranità territoriale. Niente, sono solo le cifre di tutti i soldi che il Vaticano, Stato indipendente e sovrano, ricava da monumenti e immobili presenti sul suolo dell'Italia, altro Stato altrettanto indipendente e sovrano. 
Avete mai provato ad entrare nella Città del Vaticano? Se non avete visti particolari e non ci lavorate vi cacciano fuori a calci. Però loro da noi possono entrare quando vogliono. E non solo.
A chi pensate che vendano i loro immobili? Dovete sapere che da quindici anni a questa parte la Chiesa è protagonista di diversi sfratti a famiglie in difficoltà che risiedevano nelle case gestite dagli enti religiosi: nel momento in cui le abitazioni hanno riconquistato valore sul mercato è partita la caccia al miglior acquirente, che guarda caso è spesso e volentieri un politico al quale chiedere dei favori preziosi. 
Dunque non si limitano a possedere il 20% del patrimonio immobiliare italiano, ma lo usano per influenzare la politica a loro favore. 
Dicesi sovranità nazionale.

Direte voi: va bene, ma almeno gli immobili di importanza storica saranno ristrutturati a spese dello Stato del Vaticano, visto che è loro competenza.
Anche no e vi faccio un esempio.
L'organizzazione che gestisce i beni immobiliari della Santa Sede si chiama Propaganda Fide e ha sede a Piazza di Spagna, in un palazzo storico gigantesco che appartiene, appunto, allo Stato del Vaticano. L'ex ministro dei trasporti Pietro Lunardi ha finanziato la ristrutturazione del palazzo in cambio di appartamenti di proprietà dell'organizzazione concessi a prezzi stracciati. Per giustificare l'elargizione delle forti somme di denaro, si disse che in cambio i cittadini italiani avrebbero ottenuto l'opportunità di accedere ad una biblioteca situata all'interno del palazzo. 
Ovviamente non esiste nessuna biblioteca.

Si stima che se la Chiesa pagasse l'IMU nelle casse italiane entrerebbero circa 600 milioni di euro. A Bruxelles questi si chiamano aiuti di Stato ed è in corso un'indagine che potrebbe concludersi con delle sanzioni ai danni della Santa Sede.
Le precisazioni che seguono sono dedicate a chi non pensa che la Chiesa sia agevolata dal punto di vista fiscale. Ricordo a queste persone che anche se nell'ordinamento italiano non viene menzionata la Chiesa cattolica in riferimento ai tagli sulle imposte, i Patti Lateranensi sono ancora in vigore e anzi sono stati aggiunti ulteriori vantaggi per lo Stato del Vaticano dopo la revisione alla quale sono stati sottoposti nel 1984
Tralasciamo l'ICI, visto che ne abbiamo già parlato, e vediamo cosa rimane.


  1. La Chiesa paga solo il 50% dell'IRES, l'Imposta sul Reddito delle Società;
  2. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'Imposta locale sui redditi dei fabbricati;
  3. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'Imposta sull'incremento del valore degli immobili;
  4. I canoni, le spese per la manutenzione o il restauro dei beni e le spese per le attività commerciali svolte dall'ente sono deducibili dal reddito complessivo degli enti ecclesiastici;
  5. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'IVA per le prestazioni rese da enti di beneficienza, ospedali, ricoveri e scuole;
  6. I sacerdoti non pagano l'IRAP sulle retribuzioni loro corrisposte;
  7. La Chiesa non paga i diritti doganali e daziari per merci estere dirette alla Città del Vaticano o agli Istituti della Santa Sede;
  8. I lavoratori assunti in società di proprietà del Vaticano sono esenti dal pagamento dell'IRPEF anche se la sede della società è in territorio italiano;
  9. Le scuole private confessionali godono di sovvenzioni statali;
  10. Gli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche godono di trattamenti contrattuali migliori rispetto ai colleghi;
  11. La Chiesa gode di fornitura idrica gratuita per la Città del Vaticano (art.6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d'Italia del 1929, non modificato dalla revisione del 1985), per un consumo annuo attestato sui 5 milioni di m3;
  12. Lo Stato Italiano prevede finanziamenti per "emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario": le uniche che rispondono ai requisiti richiesti sono Radio Padania Libera (cioè la radio della Lega Nord) e Radio Maria;
  13. Lo Stato Italiano prevede finanziamenti per l'assistenza religiosa negli ospedali pubblici: in ogni struttura sanitaria pubblica o privata deve esserci almeno un "assistente religioso", uno per ogni 350 posti letto in strutture che ne hanno più di 700. Gli assistenti devono essere assunti dalla struttura ospedaliera ospitante, che deve mettere a disposizione spazi per le funzioni del culto, alloggi per gli assistenti, uffici e arredi e deve sostenere le spese necessarie al loro mantenimento, comprese quelle di illuminazione e riscaldamento.
Ho intenzionalmente lasciato per ultimo il famigerato 8xmille, cioè una somma raccolta tramite l'IRPEF che in base alla legge 222 del 1985 deve essere destinata "in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa Cattolica". 
Oggi tutti i cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere a chi destinare questa somma: solo il 40% degli aventi diritto opera una scelta e di questi, circa l'80% sceglie la Chiesa Cattolica. 
Il problema è che se uno non prende una decisione i soldi vanno automaticamente alla Chiesa, alla quale in questo modo arriva l'80% di tutto l'8xmille: parliamo di circa un miliardo di euro all'anno, di cui più di un terzo viene usato per gli stipendi dei sacerdoti e solo un quarto è dedicato agli interventi caritativi, senza contare i soldi utilizzati per la pubblicità della Santa Sede, che ne ha bisogno e la usa come qualsiasi azienda sulla faccia della Terra.
Ne ha talmente bisogno che ha appoggiato la decisione della Chiesa tedesca di poco tempo fa: chi non versa l'8xmille non può accedere ad alcuni sacramenti, non può proporsi come padrino/madrina di battesimo e non potrà godere di funerale celebrato in Chiesa.

Un'ultima considerazione, ma non in ordine di importanza, riguarda il legame tra lo Stato Vaticano e la nostra politica italiana.
Negli ultimi anni i finanziamenti statali all'edilizia popolare (cioè quella che si occupa di costruire abitazioni popolari) sono stati praticamente azzerati, mentre è stato stanziato più di un miliardo di euro per la costruzione di nuove chiese da parte del Vaticano. In Italia c'è la maggiore concentrazione di chiese al mondo e per me questo evidenzia il potere del Vaticano di controllare il territorio italiano in modo capillare.
Pensateci: la DC ha governato per trent'anni nel nostro Paese soprattutto grazie alla propaganda fatta dagli altari durante la messa. Inoltre c'è un politico cardine della nostra storia moderna, una persona che è stata dichiarata mafiosa e non è stata perseguita solo perché il suo reato era caduto in prescrizione. Ha fatto il bello e il cattivo tempo in Italia per parecchi anni, conquistando il potere e mantenendolo anche grazie all'appoggio incondizionato della Chiesa. 
Sto parlando di Giulio Andreotti, che oggi riveste il ruolo di Senatore a Vita.

La mia conclusione è che nessuno vuole negare che lo Stato del Vaticano sia indipendente e sovrano, ma ognuno deve essere indipendente e sovrano a casa sua. 
Se la Russia avesse la stessa quantità di sedi che il Vaticano ha sul suolo italiano, permettesse il riciclaggio di denaro attraverso una banca con sede a Roma e guadagnasse una grande quantità di denaro grazie alla compravendita di beni immobili nelle nostre città, influenzando i nostri politici, forse non sarebbe necessario scrivere certi post. Forse risulterebbe ovvio che qui se c'è qualcuno che usurpa la sovranità nazionale altrui, quella non è l'Italia. 

Agli amici di facebook, un suggerimento: vi passo il link di qualcuno che definisce chi condivide la mia conclusione come una pecora che non si informa prima di parlare. A mio avviso, urge un commento a tono.

http://www.facebook.com/notes/papa-benedetto-xvi/ma-quali-privilegi-e-ici-la-chiesa-le-tasse-le-paga-sei-non-sei-anche-tu-una-pec/247474578607943/

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martedì 25 settembre 2012

Europa si, Europa no


Come mai si parla tanto di abbandonare l'euro? Sarà vero che essere entrati in Europa ci ha fatto più male che bene?
Tentiamo di dare una risposta semplice a queste domande.

L'euro è la moneta unica degli Stati che fanno parte dell'Unione Europea e noi siamo stati i primi ad adottarlo nel lontano 1999
Per moneta unica si intende una moneta che viene utilizzata in tutti gli Stati che hanno deciso di adottarla (la cosiddetta Eurozona): quando si viaggia in questi Paesi non bisogna cambiarla con quella del posto, se ne usa una sola.
Non siamo solo tra i primi che l'hanno adottata: quando l'UE è stata fondata ovviamente prevedeva anche la costituzione di una Banca, la famosa Banca Centrale Europea. Noi siamo tra gli Stati che hanno fornito una somma maggiore di capitali a questa banca (12,50%), insieme a Germania (18,94%) e Francia (14,22%). In realtà i soldi ce li hanno messi le Banche Centrali Nazionali: la nostra Banca d'Italia, la Banque de France e la Bundesbank.
Siamo quindi tra gli Stati che hanno versato più capitali in questa impresa: in tre arriviamo al 45,66%, mentre tutti gli altri Stati che hanno adottato l'euro arrivano ad un altro 24,31%
Poi ci sono Stati che sono entrati nell'Unione, ma senza adottare l'euro. Ad esempio l'Inghilterra, che pur continuando ad usare la sterlina ha versato il 14,51% del capitale attraverso la sua Bank of England.
Adottare l'euro non significa avere una politica finanziaria unica: quella è ancora legata alla politica nazionale, per cui se una moneta è forte o debole è responsabilità delle decisioni dei politici di ogni Paese.

Parentesi: cosa significa che una moneta è forte o debole? 
Intuitivamente uno pensa che sia meglio se la propria moneta è forte, ma non è proprio così.
Per valutare quanto vale una moneta, si paragona il suo potere d'acquisto con quello di un'altra moneta: ad esempio, se con un euro posso comprare tre pesche e lo stesso posso fare con un dollaro, il tasso di cambio tra un euro e un dollaro sarà di uno a uno. Insomma, se vado in America e devo cambiare un euro per comprarmi il magnete della Statua della Libertà andrò dal cambiavalute e lui mi darà un dollaro.
Ora mettiamo che l'economia americana cominci a svilupparsi più velocemente della nostra: dopo un pò le loro pesche costerebbero di più, perché circolerebbero più soldi. Dunque il dollaro diventerebbe più forte dell'euro, nel senso che mentre con un euro si continuerebbe a comprare tre pesche, con il dollaro se ne comprerebbero di meno, perché le pesche costerebbero di più in America che non in Italia.
Bene, quindi avere una moneta forte spinge a importare merci da Paesi dove la moneta è più debole, così si possono comprare più prodotti di quanto non si potrebbe fare nel proprio Paese.
E noi? Noi esporteremmo di più e poiché la nostra moneta sarebbe più debole di quella degli altri cominceremmo a produrre le nostre cose con materie prime del nostro Paese per non doverle comprare da altri e risparmiare, oltre a impiegare lavoratori italiani per la produzione, col risultato di far fiorire la nostra economia e favorire l'occupazione.
Allora meglio avere una moneta debole? Dipende.
In Italia abbiamo una buona quantità di materie prime, quindi riusciamo ad essere autosufficienti in situazioni in cui dobbiamo limitare le importazioni.
Certo, ci sono alcune cose che non possiamo smettere di chiedere ad altri Paesi con una moneta più forte e che quindi hanno prezzi maggiori dei nostri. Il petrolio, ad esempio, in Italia praticamente non c'è: se vogliamo continuare a fare benzina dobbiamo chiederne a qualcuno che ne abbia, pagando prezzi alti. Il rincaro dei prezzi porta ad uno dei problemi che dovremmo cercare di evitare il più possibile: l'inflazione
In ogni caso possiamo dire che il nostro è un Paese da moneta debole, perché a parte alcune eccezioni (risolvibili, in verità) qui abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere decentemente. Ce ne sono altri in cui le esportazioni sono fondamentali, come l'Islanda, dove di materie prime ne hanno ben poche e la crisi ha creato non pochi problemi.

Il fatto che oggi nell'Eurozona abbiamo tutti la stessa moneta evita che ci siano troppe fluttuazioni nei tassi di cambio, ovvero che il potere d'acquisto della valuta di un Paese sia troppo diverso da quello della valuta di un altro Paese. O almeno, dovrebbe evitarlo.
In realtà a causa della crisi in un Paese come l'Italia, la cui economia ristagna ormai da dieci anni, circola meno moneta e un italiano può comprare meno pesche in Italia rispetto a quelle che può permettersi un tedesco in Germania. Ecco perché si sente dire spesso che l'euro non è altro che un marco travestito: la Germania già prima della costituzione dell'Unione Europea aveva una moneta molto più forte della nostra povera lira e da sempre abbiamo il fiato sul collo perché la nostra economia diventi forte quanto la loro, in modo da non creare troppe differenze tra uno Stato e un altro
Molti sono stati i tentativi della Merkel in questa direzione e sempre gli stessi i suoi consigli: tassare la popolazione italiana, effettuare dei tagli alla spesa pubblica (quindi anche ai servizi, alla sanità, all'istruzione) pur di fare cassa, prestarci soldi e chiedere la restituzione degli interessi in tempi brevi. 
Questo concetto vi sarà più comprensibile se leggerete il mio post sul debito pubblico.
L'ultima novità è il famoso Fiscal Compact: il Patto di bilancio europeo voluto principalmente dalla Germania e firmato il 2 marzo 2012. Esso prevede: l'impegno ad avere un deficit pubblico che non superi lo 0,5% del PIL; l'obbligo per i Paesi con un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientro entro tale soglia nel giro di vent'anni; l'obbligo per ogni Stato di correggersi e di imporsi delle scadenze nel momento in cui non è in grado di raggiungere gli obiettivi di bilancio concordati; l'impegno a inserire le nuove norme nella Costituzione o nella Legislazione nazionali; l'obbligo di mantenere il deficit pubblico al di sotto del 3% del PIL, pena sanzioni automatiche.
Per rispettare questi obblighi l'Italia non può fare altro che chiedere prestiti ad altri Stati e i soldi che ne ricava, invece di spenderli per far crescere il Paese ed uscire da questa situazione di impasse generale, o almeno per assicurare un sussidio di disoccupazione ai propri cittadini, li deve usare per ripagare gli interessi sui prestiti passati.
Come è evidente, siamo in una situazione senza uscita. E non lo dico io, ma i Premi Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, William Sharpe, Eric Maskin e Robert Solow in un appello rivolto al Presidente americano Obama.

Certo, avrete sentito dei fondi che la BCE ci ha messo recentemente a disposizione. Del Piano pensato per i PIGS abbiamo già parlato su questo blog, ma c'è da aggiungere una cosa importante: il pericolo del fallimento non pende solo sulla nostra testa, ma anche e soprattutto su quella di Grecia, Spagna et similia. Già i soldi elargiti finora per salvare la Grecia sono tanti, ma sono uno scherzo se si pensa a quelli necessari per la Spagna. Non è possibile che bastino per tutti.
La differenza è che se falliscono loro è un disastro, ma se falliamo noi è semplicemente una catastrofe: essendo tra i principali fautori dell'Europa, l'Eurozona è invasa dai nostri titoli e se dovessimo fallire essi diventerebbero carta straccia, provocando grosse perdite in tutti i Paesi che li hanno acquistati e determinando, se non la fine dell'euro, almeno un forte ripensamento della moneta unica.

Non che queste problematiche non fossero state previste dai più prudenti quando l'Europa è nata, ma all'epoca ci si immaginava la nascita degli Stati Uniti d'Europa, cioè di un gruppo di Stati con una sola politica finanziaria. Le cose sono andate diversamente e oggi grande affidamento si fa sui politici di ciascuna nazione, che devono dimostrare di essere in grado di risollevare la propria economia negli interessi degli altri Paesi.
Quando è caduto il governo Berlusconi eravamo in piena crisi e in molti lo avevano pregato di andar via perché i mercati erano crollati: in pratica gli investitori non gli attribuivano nessuna capacità di risollevare il Paese, quindi si vendevano i titoli italiani alimentando la nostra crisi perché pensavano che di lì a poco non avrebbero avuto più valore. 
Anche oggi si parla tanto della necessità di tenersi Monti al governo per rassicurare i mercati sugli sforzi che stiamo facendo e questo non fa altro che aumentare la rabbia degli italiani, costretti da un branco di politici inermi e da un tecnico banchiere a pagare più di quanto non abbiano, a perdere il lavoro e a ritrovarsi senza casa pur di ripagare interessi su prestiti che non hanno chiesto e che non li aiutano a ripartire facendoli sprofondare sempre di più nella crisi.

Non credo di prendere in esame solo le mie idee, visto che il premio Nobel per l'Economia del 2011 Paul Krugman ha definito le politiche economiche europee fallimentari
In Francia un francese su tre ha votato per uscire dall'euro, per non parlare della Grecia. Il New York Times ci ha accusati di misure economiche distruttive, mentre il Financial Times ci ha invitati a rilanciare l'economia invece di soffocarla con tasse e tagli per non favorire la fuga di capitali all'estero (cioè per non far venire strane idee a quelli che hanno un bel gruzzolo in banca e se lo vedono assottigliare a forza di tasse, per cui se lo portano in Svizzera alimentando l'evasione fiscale, che bene non fa). Il giornale tedesco Handelsblatt non le manda a dire e ha affibbiato a Monti il soprannome di pinocchio perché ha dichiarato di aver pareggiato il bilancio, ma non è vero.
Dal canto suo, il nostro super tecnico ha ammesso di aver sottovalutato la crisi e che la caduta del PIL è tre volte superiore a quanto lui non avesse previsto. Non per questo ha eliminato l'aumento dell'IVA che scatterà ad ottobre e nulla fa pensare che abbia deciso di cambiare approccio. 

Parte della colpa ce l'hanno le agenzie di rating, che dalla sera alla mattina hanno declassato di parecchio i titoli sovrani della Grecia, con l'unica conseguenza di aggravare la crisi greca: gli investitori hanno rivenduto i titoli greci che avevano, una volta classificati come validissimi e improvvisamente trasformatisi in carta straccia. Inoltre nel momento in cui hanno svalutato i titoli della Grecia, perché non hanno evidenziato che la crisi stava avanzando svalutando anche quelli italiani? 
Se continuano a dare una valutazione eccellente ai titoli dei Paesi in difficoltà non adempiono al loro compito principale: informare gli investitori sui rischi che corrono acquistando un titolo piuttosto che un altro, in modo da permettere reazioni graduali del mercato e una presa di coscienza altrettanto graduale da parte dei cittadini.

Chiarito che uscire dall'euro non significa uscire dall'Europa, rimane il fatto che per fare affidamento sulla moneta unica dobbiamo risolvere alcuni problemi legati agli obblighi che l'Europa (diciamo pure la Germania) ci impone, obblighi che invece di aiutarci in un momento di crisi non fanno altro che peggiorare la nostra situazione.
Onde evitare di finire come la Grecia, diverse soluzioni sono state proposte da chi proprio non ci sta ad uscire dall'euro: nel prossimo post cercheremo di immaginare cosa potrebbe accadere se tornassimo ad una moneta italiana e vedremo quali altre prospettive possiamo considerare pur di continuare ad utilizzare la valuta europea.

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giovedì 20 settembre 2012

Homo homini lupus


Ieri avevo un pò di tempo libero e ho rispolverato un libricino che era in libreria da qualche mese: Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa.
Sono una sessantina di pagine in cui una discussione tra due amici diventa il pretesto per una lunga dissertazione filosofica da parte di uno dei due, banchiere, nei confronti dell'altro, che in realtà funge solo da spalla per i discorsi del primo.

Il banchiere afferma uno dei principi dell'anarchia, ovvero che le convenzioni come il matrimonio, il capitale e così via siano delle finzioni sociali da  sradicare. Prima di intraprendere la carriera economica, l'uomo faceva parte di un gruppo di persone che lui definisce sincere e che, attraverso un'opera di propaganda quanto più possibile diffusa, cercavano di convincere la gente della bontà delle proprie convinzioni.
Il nostro Saul, però, viene folgorato sulla via di Damasco da una semplice riflessione. 

Mettiamo che due amici stiano camminando insieme e che ad un certo punto si trovino davanti ad un bivio. Uno deve andare a destra, l'altro a sinistra. Uno cerca di convincere l'altro a seguirlo e fargli compagnia, ma all'altro non conviene percorrere un'altra strada rispetto alla sua. Alla fine, sotto le insistenze dell'amico, accetta di seguirlo.
Cose che accadono tutti i giorni, ma che evidenziano una delle caratteristiche della natura umana: cercare di convincere gli altri a fare i nostri interessi, plasmandoli in modo tale da fargli credere che anche per loro ci sarà un guadagno finale (in questo caso, il piacere di farsi compagnia a vicenda ancora per un pò).

Chiaramente è un'estremizzazione, una delle tante che ci vengono proposte nel libro, ma se prese con la leggerezza dovuta ad una conversazione informale offrono ottimi spunti di riflessione.

Con questo esempio il banchiere introduce una domanda che forse ci siamo posti in parecchi: l'istinto di manipolare le persone e cercare di prevaricarle è proprio della natura dell'uomo o deriva da secoli di cultura umana orientati in questo senso?
Domanda da un milione di dollari.

Pessoa pensa che la seconda ipotesi sia la più credibile. 
Poi però sembra contraddirsi, perché dice che l'egoismo è qualcosa di assolutamente naturale e che non esiste azione umana che non sia orientata verso un profitto, per quanto piccolo esso sia. 

L'autore sostiene anche, attraverso le parole del banchiere, che aiutare una persona sia la dimostrazione che non abbiamo fiducia nelle sue capacità di farcela da sola e questo, a mio modesto avviso, dimostra che ci troviamo di fronte alle idee di un uomo nato nel 1888.
Infatti non è su questo che mi voglio soffermare.

Piuttosto, mi è venuto da chiedermi come questa riflessione sul genere umano si possa riportare ai nostri giorni. Qual è la maggiore espressione di egoismo orientato al profitto?

Poiché ieri sera non avevo proprio niente da fare e il libro durava troppo poco per occupare tutto il mio tempo libero, ho fatto un giro su quella miniera di informazioni, immagini e musica che è youtube e ho scovato un video caricato da poco.
The Corporation è un documentario del 2003 diretto da Mark Achbar e Jennifer Abbott che analizza lo strapotere delle multinazionali (che in America si chiamano, appunto, Corporations) all'interno delle economie mondiali.
Nel film le multinazionali sono riconosciute come personalità giuridiche: chiaramente non sono persone singole, ma gruppi di persone che perseguono uno stesso obiettivo e che godono degli stessi diritti di una persona singola, come possedere, acquistare e vendere. Partendo da questo presupposto, esse vengono analizzate nell'insieme dei loro comportamenti: dall'utilizzo spesso irresponsabile e indiscriminato delle risorse umane, ambientali ed animali alle strategie di manipolazione del cliente, quindi di altre persone.
La diagnosi finale è che la multinazionale, se fosse davvero una persona singola, sarebbe gravemente psicopatica e dovrebbe andare da uno bravo.

Non è un documentario parziale: vengono intervistati alcuni tra i CEO delle più importanti organizzazioni, soprattutto americane, con l'obiettivo di evidenziare che, come è logico, sono persone come noi. 
In particolare, uno di essi racconta una manifestazione davanti casa sua contro i danni ambientali che il suo gruppo stava causando mentre scorrono le immagini di una ventina di ragazzi con uno striscione davanti ad un uomo in jeans. Anche sua moglie è ripresa mentre distribuisce caffé ai manifestanti seduti sul prato nelle due ore di discussione che ne sono conseguite, durante le quali anche lui si era dimostrato preoccupato per l'impatto ambientale delle sue attività.
Insomma, uno di noi. Uno che ha dichiarato di essere assolutamente pronto a collaborare con il Governo qualora nuove soluzioni più sostenibili per il Pianeta fossero state proposte. Lo stesso che poi non ha impedito l'impiccagione di alcuni attivisti che lottavano contro una delle sue sedi.
Ops.

Ad ogni modo, i pensieri a quel punto mi giravano a mille in testa. 
C'è gente come noi che lavora per sistemi come quelli bancario ed economico in cui si asseconda la naturale propensione dell'uomo alla prevaricazione e allo sfruttamento dei suoi simili e di tutto ciò che lo circonda.
Un broker, sempre durante il film, afferma che l'attentato alle Torri Gemelle per lui e i suoi colleghi è stata una benedizione e che la prima reazione dopo aver ricevuto la notizia era stata chiedersi di quanto fosse aumentato il prezzo dell'oro.
Psicopatici oggi.

Altra riflessione fondamentale che nel video viene affidata a Naomi Klein, una delle migliori menti giornalistiche che abbiamo oggi in Occidente, è quella sul Brand
Un marchio ha bisogno di essere associato innanzitutto a qualcosa che fa parte del mondo reale, per cui gli si dà un aspetto riconoscibile e tridimensionale. Poi lo si umanizza, attribuendogli una personalità che è vicina ai clienti ai quali ci si vuole rivolgere.
Pensate a Mc Donald: cosa vi viene in mente a parte le salsine multicolore e gli hamburger di gatto? Chiaro: il simbolo della M fatto con le patatine giganti e il clown allegro, giovane e felice.

La cosa più triste è che dietro organizzazioni che dichiarano di avere come obiettivo finale la nostra felicità e il nostro benessere esistono delle persone singole che per lavoro inventano ogni giorno nuovi modi di prendere in giro altre persone singole, tempestandole di pubblicità su prodotti che spesso sono dannosi e sfruttano lavoro minorile o sottopagato. 
Ma per questo vi rimando ad un altro mio post.

Quindi: è l'uomo ad essere fondamentalmente cattivo o sono le circostanze a renderlo tale? E qualsiasi sia la risposta che ci sentiamo di dare a questa domanda, la prossima è: ha senso, a questo punto, pensare che il mondo possa migliorare?

Il banchiere anarchico, dopo l'illuminazione, sostiene che l'unico modo per combattere le mistificazioni della società sia dominarle
Avendo deciso di soggiogare la più importante, cioè il denaro, Saul non è diventato Paolo, né tantomeno santo: è diventato banchiere
Così, possedendo sempre più soldi, secondo lui è riuscito a distruggere il potere che essi hanno su di lui.

Non so che tipo di droghe fumassero nel 1922, ma dovevano essere parecchio pesanti.

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mercoledì 19 settembre 2012

Il Pianeta alternativo


Nel mio precedente post ho cercato di evidenziare la necessità impellente di sostituire le fonti non rinnovabili di energia (combustibili fossili) e di riflettere sulla nostra percezione di ricchezza intesa come capacità di acquistare più o meno oggetti.
Come promesso, oggi parliamo delle possibili soluzioni per il problema ambientale (e quindi per il continuo incremento del debito pubblico) e della Teoria della Decrescita.

Ieri ho ricevuto alcune critiche secondo le quali i dati che avevo fornito su ciò che accadrà al nostro Pianeta a causa del riscaldamento globale sono campati in aria. Sarà, ma la stessa Unione Europea stima che entro il 2020 il 20% della sua energia e il 33% dell'elettricità dovranno essere ricavati da energie rinnovabili. Le Centrali elettriche a carbone dovranno essere completamente abbandonate, mentre si guarda alle energie geotermica, eolica, solare e idraulica come alle soluzioni migliori.
Non ho menzionato né il nucleare, né l'etanolo e ho i miei buoni motivi. Li analizzo brevemente, così poi parliamo delle risorse a mio parere migliori dal punto di vista non solo dell'impatto ambientale, ma anche di quello economico.

Quando si parla di nucleare molti nominano la Francia, dove esso fornisce il 70% dell'energia, ma nessuno dice che il 40% delle risorse idrauliche francesi viene usato per il raffreddamento degli impianti anziché per la popolazione o per l'agricoltura. L'acqua espulsa inquina laghi e fiumi.
Nelle centrali nucleari, come è noto, si usa l'uranio arricchito, per ottenere il quale bisogna usare una grande quantità di energia, per cui i benefici dal punto di vista dei rendimenti sono molto inferiori a ciò che si immagina.
Occorrono sette anni per progettare una centrale, altri sette per costruirla e permetterle di produrre energia, altri sette per recuperare l'energia necessaria a costruire la centrale stessa: facendo il conto, ci vogliono ventuno anni perché una centrale possa essere effettivamente produttiva
E noi ventuno anni non ce li abbiamo.
Se propendessimo per il nucleare, dovremmo produrre circa il 20% del nostro fabbisogno energetico attraverso di esso e ciò comporterebbe la costruzione di tre centrali ogni trenta giorni per sessant'anni.
I rifiuti del nucleare non sono ancora smaltibili e le assicurazioni, da stipulare obbligatoriamente per coprire i costi di un eventuale incidente, sono costosissime. Senza considerare che le scorie potrebbero finire in mani sbagliate ed essere usate per la costruzione di bombe nucleari.
Quando una centrale diventa inutilizzabile perché troppo usurata, i costi di smantellamento sono esosi.
Se ci dovesse essere un solo incidente saremmo fregati: si stima che nell'area di Chernobyl le attività di agricoltura potranno riprendere solo tra 200 anni e l'area dove è esploso il reattore n°4 tornerà ad essere sicura solo tra 20.000 anni.
A giustificare la mia avversione contro il nucleare, comunque, basta un dato di fatto: l'uranio è una risorsa limitata, esattamente come i combustibili fossili. Tra il 2025 e il 2035 saremmo punto e accapo.

Avete presente quando la Thatcher privatizzò mezza Inghilterra? Era il 1992, non troppo tempo fa. Aveva messo sul mercato anche le centrali nucleari, ma nessuno le volle.
Che strano.

E l'etanolo?
Quello derivato dal mais, molto meno dannoso per l'ambiente dei combustibili fossili ma non per questo definibile “pulito”, è stato favorito dagli USA di George W Bush, che annunciò grossi finanziamenti per la coltivazione di mais destinato alla produzione delle biomasse (cioè i prodotti di origine forestale o agricola, provenienti quindi da colture, inclusi i residui). 
Gli agricoltori americani convertirono le loro colture di grano e soia al mais, con la conseguenza che i prodotti usati per l'alimentazione della popolazione subirono un aumento di prezzi spaventoso.
Il processo di produzione dell'etanolo richiede molta energia, per cui il rendimento è basso; al contrario, i sussidi governativi necessari al suo finanziamento sono molto alti.
Certo, si può produrre etanolo anche attraverso la lavorazione dello zucchero come fanno in Paraguay, ma ciò porta alla distruzione delle foreste.
In generale, mi pare che l'uso di colture agricole per il soddisfacimento del nostro fabbisogno energetico piuttosto che alimentare sia un grosso spreco.

Molti sostengono che la transizione da un tipo di energia da fonti non rinnovabili a quella ricavata da fonti rinnovabili sia molto costosa: esse non sarebbero prodotte da una o due grosse centrali per zona, ma praticamente ogni abitazione dovrebbe avere impianti a sé.
A questa obiezione rispondo in due modi: innanzitutto l'Unione Europea ha previsto grossi mezzi di incentivazione, quali il CIP 6/92, i Certificati Verdi, il Conto Energia Fotovoltaico, la Tariffa Onnicomprensiva per impianti di potenza inferiore ad 1 MW e i nuovi incentivi previsti dal ddl 28/2011 a partire dal 2013; a questo proposito, va segnalato che dall'anno prossimo la totalità delle emissioni di CO2 dovrà essere pagata da chi le effettua, costi che non riguarderanno i consumatori di energia pulita. 
Oltretutto una volta ammortizzati i costi di costruzione dei nuovi impianti essi renderanno molto di più di quelli attualmente utilizzati, con costi ridicoli rispetto a quelli che stiamo sostenendo adesso.
Ciò si spiega perché l'aumento continuo delle bollette, come detto, è dovuto alla scarsità delle risorse usate per la produzione di energia, che mano a mano che si esauriscono, costano sempre di più. 
Le FER (fonti energetiche rinnovabili), invece, possono essere sfruttate praticamente per sempre: nel solo deserto algerino potremmo reperire una tale quantità di energia solare da soddisfare il fabbisogno energetico dell'intero Pianeta.
Il fatto poi che ci saranno piccole centrali distribuite ovunque sul territorio porterà alla democratizzazione dell'energia: essa verrà prodotta da noi stessi e potremo diffonderla così come facciamo con le informazioni su internet.

Ciò che avete letto finora non deve portarvi a pensare che le FER non abbiano effetti negativi, perché tutto comporta delle conseguenze: l'energia idraulica ha effetti devastanti se usata in larga scala, quella eolica potrebbe nuocere all'emigrazione degli uccelli e per la costruzione di impianti fotovoltaici si usano materiali altamente nocivi. Nulla è gratis.
Per risolvere i problemi legati alle fonti rinnovabili dobbiamo cambiare mentalità: solo la conservazione dell'energia e la ponderazione nel suo uso possono soddisfare la domanda, soprattutto perché si calcola che la popolazione mondiale arriverà ai nove miliardi entro il 2050.

L'unica teoria in grado di aiutarci in questo senso è quella della Decrescita Felice, alla quale ho accennato nell'ultimo post per spiegarne il concetto base. Lo riprendo brevemente: la crescita del PIL non indica un miglioramento del nostro tenore di vita, anzi. A volte produrre di meno significa stare meglio: se uno Stato distribuisce meno farmaci, vuol dire che la popolazione è generalmente in salute. 
Sul meccanismo perverso del PIL ho trovato un video di Ascanio Celestini che definirei emblematico, oltre che divertente.



Cosa fa concretamente uno che vuole decrescere?

Intanto, rifà l'impianto di riscaldamento di casa sua. Paga degli operai con gli incentivi europei creando nuovi posti di lavoro e ammortizza il costo dei lavori grazie al risparmio che il nuovo impianto gli procura arrivando a consumare il 70% in meno rispetto a quello precedente. 
Già che c'è, fa la coibentazione delle mura e degli infissi, cioè impedisce che essi disperdano il calore generato dal nuovo impianto. 
Avete presente i doppi vetri? Ecco. 
Per il ricambio dell'aria prediligerebbe i metodi che permettono di effettuarlo senza aprire le imposte, in modo da non immettere aria fredda nell'ambiente.

Una volta ottenuta una casa di classe oro (eh si, perché le case sono classificate in base a quanto consumano proprio come gli elettrodomestici), cambia la sua vecchia auto con una ibrida, per sfruttare energia elettrica quando si sposta e usare benzina solo quando supera una certa velocità o quando si è dimenticato di attaccarla alla presa in garage.

Infine, comincia a mangiare meglio: carne e pesce una o due volte alla settimana, frutta e verdura di stagione e tanti cereali, prediligendo tutto ciò che proviene dalla sua zona e magari aquistando direttamente presso le aziende agricole anziché al supermercato.

Lo so, per un italiano ridurre il consumo di carne e pesce sembra una follia: molti dopo questo discorso entrano in analisi. Datemi una chance, in cambio vi do qualche informazione in più.

Ogni minuto un'area della misura equivalente a sette campi da football messi insieme viene deforestata per permettere la produzione di carne. I capi di allevamento consumano una quantità di cibo sufficiente a 8,7 miliardi di persone. Per produrre 1kg di carne ci vogliono 16kg di grano. Le emissioni di gas serra imputabili al settore agricolo contribuiscono per circa il 22% al totale delle emissioni, vale a dire quanto quello dell'industria e più di quello dei trasporti. Di questa quota, l'80% è dovuto all'allevamento e al trasporto degli animali da macello, quindi al solo consumo di carne è dovuto un sesto dell'effetto serra.
Vi basta?

Ovviamente se cominciassimo a mangiare meno carne dovremmo sostituirla con qualcosa di proteico, come i cereali: qualcuno potrebbe dire (e infatti lo fa) che le colture alimentari non basterebbero per tutti e dovremmo continuare la nostra opera di deforestazione per coltivare la terra necessaria a soddisfare il nostro fabbisogno alimentare. E' altrettanto ovvio, però, che non avremmo più bisogno di sfamare tanti capi di allevamento e ciò che rimane potremmo mangiarlo noi, senza tagliare nemmeno un altro albero
Soprattutto se consideriamo che già oggi la quantità di cibo che si butta in Italia equivale al 3% del PIL: uno spreco mostruoso.

Come vedete sono tante le cose che possiamo fare per il nostro Pianeta, a partire da domani stesso. Se aspettiamo ancora potremmo non avere più la possibilità di scegliere.
E' inutile trincerarsi dietro la scusa che ai Governi non interessa l'ecologia e che pensano solo a fare i propri interessi: è vero, ma non è un alibi per continuare a vivere come se niente fosse.
Pensateci: se ognuno di noi avesse fatto le stesse cose che ho attribuito al nostro omino virtuoso, la richiesta di petrolio sarebbe scesa di parecchio e forse gli USA non avrebbero dichiarato guerra all'Iraq per rifornirsene o la Cina non avrebbe impedito le azioni dell'ONU in Darfur, dove il suo principale fornitore di petrolio, il Sudan, ha provocato la morte di circa 400.000 persone.
Possiamo fare la differenza: abbiamo tutti gli strumenti per riuscirci. Solo quando prenderemo coscienza delle nostre potenzialità potremo costruire il mondo del futuro. Io lo voglio pacifico, pulito e giusto.
E voi?

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martedì 18 settembre 2012

Cosa stiamo facendo alla Terra?



L'obiettivo di questo post è dimostrare che esiste un collegamento tra il debito pubblico degli Stati e il fallimento della nostra economia dei materiali, cioè il sistema che ci permette di produrre e consumare i nostri beni materiali.
Riguardo al debito pubblico vi rimando al post che ho scritto in precedenza. In questa sede ci serve ricordare solo che esso è strettamente legato al PIL, cioè al rilevatore che misura le merci che vengono comprate e vendute: più un Paese viene considerato ricco, più sarà in grado di ripagare i suoi debiti e viceversa.
Lo scopo primario della nostra economia, quindi, è diventato produrre quante più merci è possibile, in modo da aumentare la propria ricchezza.
Ma ci arriviamo.

Le tappe principali dell'economia dei materiali sono l'estrazione delle materie prime, la produzione, la distribuzione, il consumo e lo smaltimento.

Per quanto concerne le materie prime, sappiamo tutti che esse sono in gran parte limitate: negli ultimi trent'anni abbiamo utilizzato un terzo delle risorse di tutto il Pianeta, l'80% delle foreste sono state abbattute e solo in America il 40% dei corsi d'acqua è diventato non potabile.
Per materie prime dobbiamo intendere soprattutto quelle che ci consentono di produrre un bene preziosissimo: l'energia. Essa viene prodotta per l'85% grazie ai combustibili fossili, cioè il carbone (26%), il gas naturale (23%) e il petrolio (40%).

Il petrolio è causa di grande preoccupazione: la metà dei giacimenti si è già esaurita (per dirlo con i geologi, abbiamo raggiunto il picco del petrolio), per cui il prezzo aumenta sempre di più e aumentano anche i conflitti causati dalla corsa agli approvvigionamenti (basti pensare all'Iraq).
Entro il 2030 la richiesta di petrolio aumenterà del 40%: oltre ad usarlo per l'energia, esso è presente nei farmaci, negli alimenti, nei vestiti... praticamente ovunque
Un terzo delle guerre civili oggi in atto sono in corso in Paesi produttori di petrolio, per cui in qualsiasi momento i loro Governi potrebbero crollare portandosi dietro la nostra economia.
Senza contare che il petrolio, insieme al gas naturale e al carbone, è tra le cause principali del riscaldamento globale.

Ma di questo parleremo dopo.

In merito alle materie prime c'è da aggiungere un'altra cosa: poiché nei Paesi più ricchi queste scarseggiano, spesso si ricorre a quelle dei Paesi più poveri. In Amazzonia vengono abbattuti 2000 alberi al minuto e gli abitanti della zona, presenti sul territorio da generazioni, non sono più in grado di sostentarsi, per cui sono costretti a spostarsi per trovare lavoro.
Condividono questo destino con circa 200.000 persone ogni giorno e molte di esse saranno costrette ad accettare lavori pericolosi e dannosi per la salute all'interno delle stesse fabbriche dove le risorse che sono state loro sottratte verranno unite a sostanze pericolose.

Siamo arrivati alla seconda tappa: la produzione.

La pratica di unire le materie prime a sostanze chimiche e tossiche ci ha portato a mettere in commercio circa 100.000 prodotti contaminati che si accumulano anche in ciò che mangiamo: uno studio recente ha rivelato che il prodotto alimentare più tossico in circolazione è il latte materno.
Negli USA le industrie ammettono di liberare 2milioni di tonnellate di sostanze tossiche all'anno, per cui spesso le fabbriche più tossiche vengono spostate nelle zone più povere del mondo, le stesse dove vengono reperite le materie prime.

Si calcola che per ogni nostro bidone di spazzatura ci siano altri dieci bidoni della stessa grandezza pieni degli scarti causati dalla produzione degli stessi oggetti che abbiamo cestinato.

A produzione ultimata, si provvede alla distribuzione: si cerca di vendere il maggior numero di prodotti possibile nel minor tempo possibile esternalizzando i costi, cioè non includendo i costi di produzione nel prezzo del prodotto.
Se ad esempio acquistiamo un computer a 100 euro, sappiamo già che i nostri soldi non possono ripagare l'estrazione delle materie prime che ci sono volute per farlo e il loro assemblaggio.
Allora chi paga?
Pagano il lavoro minorile e/o sottopagato, le persone che hanno subito il saccheggio delle loro risorse, quelle che moriranno a causa delle malattie provocate dall'inquinamento, i tagli all'assistenza sanitaria del commesso che ci ha venduto il pc.

I meccanismi non sono diversi per quanto riguarda l'energia: produrla attraverso i combustibili fossili e il conseguente incremento di CO2 nell'aria provocheranno un innalzamento del livello del mare di 7 metri e ci sono centinaia di milioni di persone che vivono al di sotto di esso (i Paesi Bassi, ad esempio, scomparirebbero).
Senza contare che cambieranno il livello di umidità e la fertilità della terra e flora e fauna saranno compromesse per sempre: molti di noi sono destinati a morire di fame, soprattutto i più poveri.
E quelli che non moriranno di fame, saranno sterminati dalla competizione per accaparrarsi le ultime risorse disponibili: conflitti armati, attentati terroristici e via discorrendo.

Rallegrati e confortati, possiamo passare alla terza tappa del nostro tour: il consumo.

Abbiamo prodotto un sacco di roba, il PIL è cresciuto e siamo tutti contenti. E ora?
E ora ci ritroviamo con una marea di merci che ci devono convincere a consumare. Ma soprattutto, i prodotti in commercio non possono essere troppo duraturi, altrimenti non sentiremmo l'esigenza di comprarne altri.
Per arrivare a questo risultato, i processi sono due:
  1. Obsolescenza pianificata: alcuni prodotti vengono costruiti in modo da diventare inutili il prima possibile. Per rimanere all'esempio di prima, qualunque pc diventa obsoleto dopo due anni;
  2. Obsolescenza percepita: bisogna far credere alle persone di avere bisogno della versione più aggiornata di un oggetto, anche se possediamo la versione precedente e funziona benissimo. La moda è un esempio perfetto: da un anno all'altro cambiano le tendenze e per rimanere al passo coi tempi bisogna cambiare guardaroba ad ogni cambio di stagione.

E' stato calcolato che il 99% dei prodotti in commercio diventa spazzatura dopo un periodo massimo di sei mesi.

Il risultato è che lavoriamo tutti molto di più per poterci permettere ciò di cui la televisione e i giornali dicono che abbiamo bisogno: abbiamo meno tempo libero adesso che non qualche secolo fa e abbiamo sempre qualche debito da ripagare.

Il consumo di petrolio, invece, si espleta per un terzo nel riscaldamento degli edifici, per un altro terzo nella produzione dell'energia elettrica e per un altro terzo nell'utilizzo del combustibile necessario ai trasporti (camion, auto, ecc).

Le centrali termoelettriche odierne hanno un rendimento del 35%: ciò significa che il 65% dell'energia viene disperso per la produzione dell'energia stessa.
Per quanto riguarda i mezzi di trasporto, essi hanno un rendimento bassissimo e spesso vengono usati male: lo sapevate che l'Italia esporta circa dieci tonnellate di biscotti al giorno in Olanda? Peccato che anche l'Olanda esporti dieci tonnellate di biscotti in Italia.
Ciò equivale a trasportare delle merci su e giù per il Pianeta senza un effettivo beneficio.
Inoltre nel mercato produttivo esistono delle assurdità non trascurabili: in America mangiano salmone dell'Alaska sfilettato in Cina. Che senso ha?

Arriviamo così allo smaltimento.

Acquistare a ritmi frenetici porta all'esigenza di smaltire tonnellate e tonnellate di rifiuti sotterrandoli oppure incenerendoli: quest'ultima soluzione ha portato alla creazione delle sostanze più pericolose che siano mai esistite. Una di queste è la diossina, che è nata appunto quando le sostanze tossiche contenute nei nostri prodotti sono state disperse nell'aria.

Il riciclaggio è un grosso aiuto per l'ambiente, ma non è abbastanza: molti materiali non sono riciclabili e alcuni prodotti sono assemblati in modo da non esserlo.
Pensate alle confezioni dei succhi di frutta: spesso sono fatte di cartone rivestito in alluminio e plastica, materiali che presi singolarmente sono smaltibili, ma nella forma definitiva non sono separabili gli uni dagli altri e finiscono nel bidone dell'indifferenziata.

La raffinazione del petrolio produce scarti in ogni sua fase e alla fine si ottiene una sorta di catrame composto da zolfo e sostanze pesanti. In Paesi particolarmente avanzati la miscela si può riutilizzare in alcuni impianti come combustibile, ma quando parlo di Paesi avanzati penso alla Danimarca... non all'Italia.

Arriviamo così al nesso tra il nostro sistema di produzione e il debito.

Partiamo da una semplice considerazione: tutti i Paesi industrializzati sono indebitati, anche i più virtuosi come la Germania. D'altra parte, se un Paese non avesse un debito da risanare non venderebbe i suoi titoli sovrani.

Proviamo ora a sintetizzare e semplificare al massimo.

Poiché le materie prime sulle quali basiamo il nostro sistema produttivo sono limitate, il loro prezzo aumenta mano a mano che diventa più difficile reperirle. Perché il prezzo del prodotto finito possa rimanere competitivo, le aziende riducono i salari e le assicurazioni dei propri lavoratori e aumentano le ore di lavoro; molte si spostano in Paesi dove i diritti del lavoratore non sono riconosciuti e dove è permesso anche il lavoro minorile.
Per abbassare i costi di produzione, si prediligono tecnologie che eliminano, per quanto possibile, l'apporto dell'uomo e sempre più persone rimangono senza lavoro.

Lo Stato si trova quindi a pagare: i sussidi di disoccupazione, le cure per le malattie dovute all'inquinamento conseguente alla produzione di elementi tossici, i costi di smaltimento delle sostanze nocive e dei prodotti non riciclabili e le spese per il risanamento dei disastri ambientali fin troppo frequenti.
Perché il sistema non crolli, le aziende devono produrre sempre di più, ma con l'andare del tempo ci sono sempre meno persone in grado di acquistare anche beni di prima necessità.
Il debito pubblico intanto aumenta e lo Stato, come estrema soluzione, taglia le spese sanitarie (i nostri ospedali sono continuamente in stato di emergenza), non sostiene i disoccupati (dicesi esodati) e non si preoccupa di aiutare le popolazioni colpite da disastri naturali e non (L'Aquila, Taranto).
In ultima istanza, anche i soldi dedicati al finanziamento delle imprese non esistono più: quelle statali vengono privatizzate (Poste Italiane) e quelle private vanno all'estero, dove il costo del lavoro è minore (Alcoa).

Vedete quanto il problema dell'ecosostenibilità sia attuale?

Esistono, ovviamente, anche delle soluzioni, ma questo articolo mi sembra già abbastanza lungo da proporvele in questa sede.
A breve parlerò dell'esigenza di sostituire i combustibili fossili con energie rinnovabili, di ridurre il consumo di energia per poterla meglio distribuire anche nelle zone meno ricche del mondo, dell'importanza di mangiare alimenti prodotti nel nostro territorio e di limitare al minimo il consumo di carne.
Ma soprattutto parlerò della teoria della decrescita, di cui vi accenno il principio fondante.

Abbiamo detto all'inizio che la ricchezza di un Paese viene misurata in base ad un regolatore, il PIL, che indica quante merci vengono prodotte e vendute. Come dice giustamente il Professor Maurizio Pallante, Presidente e Teorico del Movimento Nazionale per la DecrescitaFelice, se in Italia ci fosse un'epidemia e fossimo costretti a comprare una grande quantità di farmaci, il PIL crescerebbe ma ciò non porterebbe ad un miglioramento della qualità della vita
E ancora: se ognuno soddisfacesse il proprio fabbisogno alimentare coltivando un orticello, mangeremmo prodotti non trattati con pesticidi a base di petrolio, non innaffiati con acqua inquinata e non lavorati con macchine agricole energivore. Il PIL diminuirebbe perché nessuno avrebbe bisogno di acquistare prodotti alimentari, ma la qualità della vita sarebbe ben lungi dal peggiorare.
Forse allora non è detto che incrementare la produzione dei beni per aumentare il PIL sia la soluzione migliore per i cittadini. O no?

A presto.

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