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mercoledì 27 marzo 2013

Il Seggio Vacante


Questo è un libro cattivo.
Non un cattivo libro, attenzione: mi riferisco a quanto la negatività che naviga tra una pagina e l’altra si appiccichi alle dita, salga su per le braccia e arrivi inesorabilmente al cervello, innescando una serie di pensieri al vetriolo non proprio indicati per uno che c’ha già i problemi suoi. E ci si ritrova a chiuderlo ogni tanto tenendo un dito a fare il palo tra il già letto e l’ignoto per fissare la copertina in una muta protesta: ma io che ti ho fatto? Ma soprattutto: che si è fatta l’autrice di Harry Potter per arrivare a tali vette di disprezzo per l’umanità?
Si, perché la bionda che vi guarda da uno dei risvolti della nuova, luccicante edizione che avete acquistato con le migliori intenzioni è proprio lei, l’ideatrice del mago più famoso dopo Merlino, quella che si è inventata la figata delle scale vagabonde nella scuola per maghi e streghe: J.K. Rowling. Evidentemente la signora sta cercando di togliersi di dosso l’etichetta di scrittrice per ragazzi: niente magia né voli di fantasia, nemmeno un po’ di atmosfera; come se invece di farsi una lavata di faccia per cancellarsi la scritta Harry Potter dalla fronte abbia immerso il viso nell’acido citrico lasciando la carne viva a reclamare attenzione.

Abbiamo una cittadina piccola e provinciale, Pagford, in cui tutto sembra essere deciso da un onnipotente e onnipresente Consiglio.
Tanto per cominciare, i fiori nella piazza principale della città, sulla quale affaccia la salumeria di Howard, uno degli uomini più influenti del posto, e di Maureen, tanto magra e raggrinzita quanto lui è grasso e presuntuoso, con una uguale e più che condivisa passione per il pettegolezzo. Shirley, fedele consorte di Howard, coltiva la convinzione che gestire il ridicolo sito della città e soprassedere alle riunioni del Consiglio faccia di lei una sorta di vate universale, sacro e giusto per definizione. 
Parminder, medico generico e acerrima avversaria di Howard, sembra vivere al solo scopo di ostacolarlo. Sempre all’interno del Consiglio, si capisce. L’irascibile e disonesto Simon si convince che entrare a far parte della giunta equivalga a guadagnare una barca di soldi in mazzette, manco si parlasse della presidenza degli Stati Uniti. O dell’Italia. No, per dire.

Persino i personaggi che col Consiglio non vogliono avere a che fare perché hanno già i guai loro finiscono per subirne il cosiddetto fascino.
Tessa, psicologa della scuola e moglie del preside Colin, fa fatica a fronteggiare gli attacchi di ansia del marito, che peggiorano quando lui decide di candidarsi come nuovo consigliere. Ruth, terrorizzata dalle esplosioni di ira del marito Simon, non riesce a fare a meno di appoggiarlo nella sua campagna elettorale e cerca di convincersi che l’uomo che picchia i suoi figli sia meno disgustoso di quanto non risulti. 
Infine Terri, eroinomane che a Pagford non vuole tornare per non doversi ricordare un’infanzia costellata di abusi e violenze, sarà costretta a farlo per continuare a ricevere il metadone della sua terapia: la chiusura del centro per tossicodipendenti di Bellchapel aleggia per tutta la lunghezza del libro sugli abitanti dei Fields, il quartiere malfamato a metà tra Pagford e Yarvil, la città vicina. La giunta vorrebbe scaricare su quest’ultima la responsabilità del risanamento come compensazione di una espansione sociale e commerciale che evidentemente a Pagford non ci sarà mai.

Tra le vittime del Consiglio troviamo anche gli adolescenti, che cercano vendetta per una situazione insostenibile e si limitano a tappezzare il sito della città con messaggi carichi di scomode verità, con conseguenze disastrose e a catena.
C’è anche chi prova a fare a botte per marcare il territorio, come Kristal, la figlia di Terri, che mentre si affanna a fare da madre al fratellino Robbie e a nascondere le siringhe agli occhi degli assistenti sociali trova anche il tempo di minacciare la fragilissima Sukhvinder, la figlia che Parminder preferirebbe non avere.

Tra i ragazzi spicca sicuramente Stuart detto Ciccio, sempre teso nel tentativo di dimostrare la sua superiorità, alla ricerca nei suoi atteggiamenti di tracce di inautenticità, come lui stesso la chiama. 
Dopo un po’ si capisce che per Stuart l’autenticità risiede negli istinti primordiali dell’uomo, principalmente nella violenza e nella capacità di prevaricazione, che hanno effetti distruttivi e in qualche modo purificanti. Ciccio non è un cattivo ragazzo e soffre nell’infierire sulle persone, ma cerca in questo modo di esorcizzare la stessa debolezza che vede nei suoi genitori Tessa e Colin, debolezza che lo terrorizza e dalla quale tenta di prendere le distanze. Non a caso una delle sue vittime preferite è ancora una volta Sukhvinder, che similmente cerca nel dolore fisico una purificazione dal senso di inadeguatezza che si porta addosso e che le viene trasmesso, anche nel suo caso, dai suoi genitori.
Per contrasto, la personalità più timida ma più responsabile di Andrew deve fronteggiare la violenza fisica del padre Simon, cosa che lo costringe a crescere molto più velocemente rispetto agli altri e non gli permette di perdersi in dissertazioni filosofiche sul senso dell’autenticità: la cosa importante per lui è sopravvivere in casa sua. La sua amicizia con Stuart, benché forte e datata, finirà proprio a causa di questa differenza essenziale.

Ci sono poi dei personaggi che sembrano non avere altra funzione se non quella di essere manipolati da quelli più forti e decisivi a causa della debolezza, della stupidità e dell’egoismo che li contraddistingue.
Miles pende dalle labbra del padre Howard e si bea dell’incondizionata ammirazione di Shirley. Samantha assiste alle idiozie di Miles chiudendosi nel suo mondo sdegnoso e fingendo di innamorarsi di un cantante pop per bimbe minchia. 
Gavin, un omuncolo con la forza di volontà di un lombrico, fugge da Kay per non doverle dire di non averla mai amata. Kay cambia lavoro sradicando una figlia adolescente da Londra per seguire un uomo, Gavin appunto, per il quale il suo sacrificio significa solo un passo verso la perdita della sua autonomia, della quale peraltro non sa che farsi. 
Mary passa il libro a fare la vedova inconsolabile quando l’unica cosa che sa ricordare del marito è il tempo che ha sottratto alla sua famiglia per dare una vita migliore agli abitanti dei Fields, provocandosi così (sempre secondo lei) un aneurisma.

Catalizzatore di qualsiasi situazione, miccia incendiaria di tutte le guerre, tragedia madre di tutte le tragedie e pettegolezzo padre dei pettegolezzi, insomma, centro di gravità dell’intero libro è Barry Fairbrother.
Il rispetto o l’avversione nei confronti suoi e delle sue idee diventano il pretesto per questioni di principio, beghe familiari, bugie e tradimenti. E’ col suo nome che i ragazzi firmano gli appelli lasciati sul sito ed è la sua memoria ad essere totalmente strumentalizzata: come un Gesù Cristo de’ noantri, Fairbrother viene crocifisso e portato in trionfo da chiunque abbia qualcosa da recriminare al prossimo, cioè tutti, lasciandosi dietro una scia di morti e feriti.
Mamme addolorate per i figli diventati degli estranei, figli delusi dal comportamento vigliacco e insensato dei genitori, padri troppo infantili per non prendere il comportamento dei figli come un affronto personale da far pagare caro: perdite e allontanamenti segnano le tappe di questo percorso e i funerali marcano sia l’inizio, sia la fine della storia.

Ciò che avviene nel mezzo è un caos di uomini e donne senza scopo né direzione, che hanno bisogno di dichiararsi incompresi e soli davanti al mondo per riconquistare un po’ di dignità. Una umanità incapace composta da gente che non ama il proprio lavoro e lo fa nel modo peggiore possibile: psicologi e assistenti sociali troppo impegnati e distratti per risultare utili a qualcuno, amministratori del bene pubblico dalla mente ottusa e dall’ego smisurato, mezze seghe che per procurarsi un’identità hanno bisogno di picchiare un bambino, violentare una ragazza, farsi di eroina e costruirsi una maschera sprezzante sotto la quale nascondersi, come un tappeto coi cocci dei sentimenti propri e altrui, inutili in questa giostra di continue prevaricazioni.

Era meglio morire da piccoli.
A confermarlo, lo stile della Rowling non fa che appesantire ulteriormente i toni con parentesi lunghe chilometri e una certa ossessione per i particolari: sarà poi tanto utile sapere com’è vestito il rappresentante di reggiseni che non riesce a venderne nemmeno uno a Samantha, il cui negozio viene nominato si e no due volte in tutto il libro e alla quale il tipo non piace nemmeno?
I personaggi, inoltre, sono tratteggiati in maniera ridicola: i cattivi lo sono senza sfumature, come i cartoni animati, mentre quelli che potrebbero essere dei surrogati di brave persone sono sopraffatti dal dolore e non riescono a reagirvi se non con nuovi atti di violenza e aggressione. Così il buono, quello che ci stava un po’ simpatico, già è passato dall’altra parte e bisogna ricominciare a farsi piacere qualcuno.
Quando poi quelli decenti vengono meno definitivamente, sorge spontanea una domanda: ma perché uno dovrebbe rassegnarsi a vivere in questo modo? Stanno tutti male, non se ne salva nemmeno uno, sono tutti bastardi e corrotti, neanche tutte le tragedie e gli scandali che hanno subito sono serviti a qualcosa. Ebbene perché il famoso, preziosissimo Consiglio non approva un bel Decreto per il suicidio di massa?
Scrivo alla Rowling e vi faccio sapere che mi dice. Così le chiedo pure se è già in analisi o ha bisogno di un invito scritto.

Ascolto consigliato:


giovedì 31 gennaio 2013

Invisible Monsters - Chuck Palahniuk


Ci sono una donna senza volto, un trans e un bisex ninfomane.
Non è una barzelletta: se non lo avete capito, questo è un libro di Palahniuk. E dentro ci sono i suoi mostri personali. Non tutti, per fortuna.

Dunque, dal principio.
Cosa rende bella una donna? I più politically correct mi diranno: l'unione di bell'aspetto, un cervello che funziona e buon cuore. Ci si potrebbero scrivere libri. Ecco, Palahniuk l'ha fatto, ma uno se ne rende conto solo alla fine.
La protagonista è una modella, Shannon McFarland, abituata a lavorare con la sua bellezza esteriore. La incontriamo mentre, nel letto di una clinica, cerca il coraggio di ricominciare dopo un tragico incidente che le ha portato via il volto.
In realtà più che un incidente è stato un tentato omicidio: qualcuno le ha sparato tagliandole via tutto quello in cui si era identificata fino a quel momento. La sua narrazione è continuamente interrotta da flash di macchine fotografiche invisibili: per mostrare un'emozione ha bisogno di immaginare che le venga richiesta, come facevano i fotografi che l'hanno immortalata prima che finisse in clinica. D'altra parte il suo viso non è più in grado di mostrare alcunché e nella parte iniziale del romanzo assistiamo ad un susseguirsi di ricordi legati al suo lavoro, all'immagine che conserva di sé stessa, alla sua amica Evie e all'uomo che ama, Manus. Ma non sono bei ricordi: Manus l'ha abbandonata tradendola con Evie e ora Shannon è completamente sola.

Uno si aspetterebbe di vedere i genitori della ragazza precipitarsi in clinica, cercare di starle vicino, che so, tentare di rendersi utili, ma Palahniuk ha una concezione della famiglia che si discosta leggermente dalla cosiddetta normalità. Fin dalle prime pagine, infatti, si insinua tra i pensieri di Shannon il fantasma del fratello Shane, cacciato di casa quando era ancora un ragazzino a causa della sua omosessualità, malvista dai genitori.
Shannon avrebbe potuto evitargli almeno la prima notte in mezzo ad una strada, ma non lo fa: suo fratello ha sempre avuto troppe attenzioni per i suoi gusti. Ha un bel cervello, un bell'aspetto e tutto quanto serve per essere benvoluto; in più, una volta gli è esplosa una bomboletta di lacca in faccia e da allora è il cocco di casa. Dunque, che rimanga fuori a dar fuoco ai panni stesi: se è l'unico modo di ottenere un minimo di affetto dai suoi, meglio convivere col senso di colpa per tutta la vita.
Tanto peggio se poi, qualche tempo dopo, suo padre riceverà una telefonata da qualcuno che gli annuncia ridendo della morte di suo figlio per HIV. Pazienza se da quel momento mamma e papà diventeranno i più grandi esperti di pratiche sessuali estreme e si barricheranno in casa per proteggersi da ipotetici vandali omofobici. Ben vengano i profilattici impacchettati sotto l'albero di Natale per essere sicuri che Shannon, ignorata come e più di prima, faccia sesso sicuro e non faccia loro rivivere la tragedia di perdere un figlio.
Insomma, diciamo che la ragazza non aveva considerato bene le conseguenze della sua decisione.

Già fin qui, ci si sente tempestati di informazioni: i tasselli della storia familiare di Shannon non ci vengono presentati uno dopo l'altro, ma con la frammentarietà che contraddistingue una mente sotto shock che non ha alcuna voglia di rivivere il suo passato e vorrebbe solo allontanarsene a gambe levate. Palahniuk è molto abile nell'imbastire una fitta rete di avvenimenti che distolgono l'attenzione del personaggio dai suoi problemi reali, proprio come fa ognuno di noi costruendosi giorno per giorno degli alibi che ci permettano di non affrontare le situazioni per quello che sono.
I colpi di scena diventano la normalità: non c'è pagina che non ne nasconda uno, ma non perché l'autore sia a corto di idee e cerchi in ogni modo di mantenere vivo l'interesse del lettore, bensì per avere il tempo di scoprire ad una ad una le sue carte e rivelarci il quadro completo solo alla fine. Il suo linguaggio caustico e aggressivo e i suoi personaggi estremi sono necessari per mostrarci non la bellezza comunemente intesa e facilmente riconoscibile, ma la sua essenza, nascosta tra le righe delle storie più assurde.

Shannon sa bene che la sua carriera è terminata, non ha più nulla da fare se non cercare di rimettersi in sesto, per cui è costretta a guardarsi dentro tutti i giorni per ricostruire un'immagine di sé da proporre agli altri. Il compito è molto duro e lei sembra soccombere, ma alla fine arriva Polly. Cioè no, arriva Brandy.
Brandy Alexander frequenta la stessa clinica di Shannon, ma per motivi diversi: era un uomo, mentre ora è una sventolona ultra sexy sempre truccata e ingioiellata, dalla sicurezza e dalla femminilità esplosive. E' naturale che faccia l'effetto del miele con le api per un mostro senza volto che non sa più cosa significa essere guardate con desiderio. Soprattutto, Brandy è l'unica che può mostrarle l'aspetto di una persona per quello che è: un artificio, un'illusione costruita a tavolino con l'aiuto di chirurghi, logopedisti, bei vestiti, tanto trucco e una quantità di medicinali che basterebbe per un anno ad una intera Nazione. Quando Palahniuk scrive di Brandy c'è una parola ricorrente, una di quelle che definiremmo parole chiave per la loro capacità di riassumere un'immagine, un concetto, un pensiero, e quella parola è: tette.

L'arrivo di Brandy nella vita di Shannon provoca una reazione a catena che finirà con la morte della prima nelle braccia della seconda alla fine del libro. Palahniuk ce lo annuncia fin dalle prime pagine, per cui ci arriviamo preparati e francamente neanche troppo scossi. In mezzo ci sono due incendi, entrambi provocati dalla ex modella: si comincia con la casa di Evie, che le ha offerto un tetto dopo essere uscita dalla clinica. Evie non c'è e durante la notte, guarda caso, arriva Manus con un coltello degno di un film di Hitchcock. Shannon ora sa che è stata la sua amica a spararle, ma poiché le è andata male ha mandato i rinforzi.
Niente, Shannon non vuole morire: dà fuoco a tutto, chiude Manus nel portabagagli della sua auto e va a prendere Brandy dalle sorelle Rhea per iniziare la fuga.

Un attimo: chi sono le sorelle Rhea?
Sono trans come Brandy: le hanno pagato tutte le operazioni che, da ragazzino scappato di casa e dal viso sfigurato, l'hanno trasformata nella versione porno di Barbie. Vi si è accesa una lucetta?

Dicevamo: comincia la fuga. Qui Palahniuk ha un autentico colpo di originalità: secondo voi come fanno una donna senza volto, un quasi-omicida e un trans a procurarsi da vivere mentre scappano da uno Stato all'altro? Semplice: visitando case extra lusso fingendosi potenziali compratori, rubando tutte le medicine che riescono a trovare durante la visita e rivendendole in giro.
Intanto Brandy non rinuncia a servirsi abbondantemente dalla scorta e anche Manus, a sua insaputa, ne fa incetta: Shannon gli versa sempre qualcosa nel bicchiere per dargli la grande opportunità di diventare una donna bella come Brandy.
Inutile dirlo: la nostra modella è ancora innamorata di Manus, ma è un tantino incazzata perché più ci pensa, più si rende conto di non essere mai stata amata veramente né da lui, né dalla sua famiglia, né dalla sua unica amica. Dai suoi flashback emerge una Evie sempre intenta a modificare la sua immagine per diventare più bella, mentre Manus, che di professione faceva il poliziotto ma non aveva altre qualità oltre al fatto di essere bello, veniva usato per attirare omosessuali in cerca di sesso nei parchi, fin quando la sua faccia era diventata troppo conosciuta in giro perché qualcuno si potesse avvicinare senza temere di essere arrestato. Shannon aveva dovuto assistere allo spettacolo di un uomo intento a provarsi costumi sempre più attillati e provocanti per non perdere una posizione lavorativa già di per sé squallida e si era resa conto, tutto d'un tratto, di aver perso l'amore.

Saranno anche mostri, ma non sono scemi: sanno bene che il loro viaggio non può continuare in eterno. La resa dei conti arriva per tutti. E infatti, poiché le cose semplicemente accadono (accade che tuo figlio è omosessuale anche se non vuoi, accade che gli esploda una bomboletta di lacca in faccia e che la polizia ti accusi di maltrattamento su minori, accade che qualcuno spari in faccia a tua figlia che guarda caso fa la modella e con la faccia ci campa, accade che mentre fugge da sé stessa incontri suo fratello in tacchi a spillo e minigonna...), accade anche che i nostri eroi si infilino proprio in una delle case di Evie durante i preparativi del suo matrimonio con un cretino scelto a caso dalla famiglia per impedirle di fare altri danni in giro. E mentre un altro prototipo di mamma anaffettiva racconta di come sua figlia fosse in realtà un uomo e si chiamasse Evan, Shannon ripensa all'unico elemento purificatore della sua esistenza: il fuoco.
Il fuoco che ha sfigurato Shane innescando la distruzione della sua famiglia. Il fuoco che le ha bruciato i vestiti la notte che Shane se n'è andato, pieno di rabbia da sfogare su sé stesso. Il fuoco che ha bruciato la casa della sua finta amica. Il fuoco che ora brucerà l'ipocrisia di un matrimonio senza amore. Soprattutto, il fuoco che le ha portato via il viso. Con una differenza: il colpo di fucile lei lo ha desiderato con tutta sé stessa per liberarla dalla prigione che era diventata il suo bellissimo corpo. Ricominciare da capo, poter essere amata: è questo ciò che voleva quando si è sparata. E ora finalmente è in grado di ammetterlo.

Shannon assiste pietrificata all'immagine di Evie che scende le scale di casa col suo vestito da sposa bruciato e un fucile in mano. La guarda mirare a Brandy che ride di gusto, accusarla di tutto. Brandy somiglia moltissimo a Shannon, mentre nessuno sa chi sia la mummia coperta di veli che le sta affianco senza muovere un dito. Ancora una volta, Shannon non riesce ad aiutare Shane, ma questa volta almeno può prendersi la colpa del male che la circonda.
Manus ed Evie hanno sospettato l'uno dell'altra: è lei che ha permesso loro di farlo, rimanendo in clinica ad aspettare che le cose, semplicemente, accadessero. Shane è diventato Brandy perché le uniche persone disposte ad accoglierlo erano le sorelle Rhea; non lo desiderava veramente, voleva solo farsi del male per aver distrutto la sua famiglia, e Shannon avrebbe potuto farlo entrare prima di perderlo per sempre: non lo ha fatto, stava aspettando che il destino di suo fratello si compisse. I suoi genitori sono impazziti dal dolore di una perdita che non hanno capito: Shannon poteva parlare, dire alla polizia che la bomboletta era esplosa per caso e nessuno aveva voluto fare del male a Shane, avrebbe potuto difenderlo nel momento in cui i suoi non avevano saputo gestire la situazione e permettere loro di riflettere. Non lo ha fatto e la cosa comica è che la colpa di tutto non è sua, ma lo è diventata quando ha deciso di non reagire. Si è limitata ad aspettare l'amore come se le fosse dovuto, per poi capire, finalmente, che l'amore non si aspetta: si conquista.

E così, Shannon reagisce. Il caso, infatti, per quanto caino, le dà un'altra possibilità: Shane ha subito un bel colpo, si vede dal viso livido e sofferente che le sorelle Rhea, riunite intorno al letto d'ospedale, tentano di trasformare in quello di Brandy con un bel po' di trucco. Ma suo fratello non è morto: aspetta solo di risvegliarsi.
Il momento di ricominciare è arrivato, questa volta ce la può fare: lascia i suoi documenti nelle mani del fratello per regalargli una nuova identità, si toglie i veli dalla faccia ed esce.
Ad aspettarla fuori, milioni di mostri invisibili.

Ascolto consigliato:


martedì 30 ottobre 2012

Lucernario - José Saramago

Amanti di Saramago, siete avvisati: di questi tempi entrando in libreria rischiate l'infarto
Cosa succede, infatti, a uno che vede un volume col nome del famosissimo autore portoghese sullo scaffale delle Novità
Per chi non lo sapesse, Saramago è morto nel 2010.
La cosa migliore da fare è rimanere calmi e osservare meglio la copertina, che recita: il romanzo perduto del Premio Nobel per la letteratura.

E' successo questo: nel 1999 una casa editrice ha ritrovato un manoscritto consegnato nel lontano 1953 da un ragazzo di trentun'anni. Il giovane José era un meccanico figlio di analfabeti e privo di studi universitari, ma credeva molto nel suo sogno; aspettò una risposta per molto tempo, poi capì che l'editore non lo avrebbe mai contattato e non la prese molto bene.
Quarantasei anni dopo è arrivata la telefonata tanto attesa, ma ormai era troppo tardi: quello che era diventato un grande scrittore è andato a riprendersi il manoscritto e non ha voluto che lo pubblicassero finché fosse stato in vita.
E poi è morto. Cose che succedono a tutti. E ora eccolo là, ad ammiccare dall'alto di uno scaffale come se fosse ancora tra noi.

In effetti è come riviverlo: la capacità di tratteggiare personaggi anche molto diversi tra loro, di indagarne le intenzioni più nascoste, di dare un senso ad ogni loro gesto o sguardo è già evidente, anche perché al centro del romanzo c'è la famiglia con le sue dinamiche complesse da capire e soprattutto da descrivere. 
Saramago mette in discussione il principio e i valori che ci portano a scegliere di innamorarci, di sposarci e avere dei figli. La giovane età dell'autore, quindi, non si avverte dallo stile, già maturo e riconoscibile, ma dalla convinzione che l'amore, essendo una scelta, come tale possa essere più o meno ponderato o giustificato.

Le realtà che possono nascere dalla scelta di amare qualcuno sono le più varie: nel romanzo sono comprese nell'abbraccio immaginario di un condominio, dove persone completamente diverse tra loro devono convivere e sono costrette, loro malgrado, a dividere un pezzetto della propria esistenza con gli altri.
A volte è l'invadenza di un vicino che ti fa qualche domanda quando esci di casa, a volte è il suono dei passi al piano di sopra a denunciare che la signora è ancora sveglia: non c'è modo di sottrarsi alla curiosità altrui e ognuno interpreta i rumori dell'altro come vuole, attribuendogli significati che spesso esistono solo nella sua testa.
Nel condominio in questione la tensione è palpabile, la curiosità è tanta e tutti parlano di tutti.
Credibile, direi.

La prima famiglia ad essere presentata è anche quella che farà da colonna sonora del racconto e incarna l'amore positivo e duraturo nel tempo: Silvestre è un calzolaio e Miriana è la sua gigantesca moglie. 
Sono loro ad introdurre un altro personaggio chiave: il giovane Abel, vagabondo tuttofare, occuperà una delle loro stanze per contribuire col suo affitto alle spese quotidiane.
Abel cerca continuamente di sottrarsi ai legami perché li trova vuoti e privi di scopo, ma non può evitare di affezionarsi molto a Silvestre e il loro rapporto emula quello tra un padre ed un figlio: sentimentalmente vicini, saranno sempre separati da un modo diverso di intendere la vita, l'uno rassegnato al passato e l'altro in lotta col futuro.
Nella paura di affrontare ciò che verrà e nella polemica nei confronti di chi ha già vissuto, tipica di chi deve vivere ancora, si intravede José ragazzo mentre scrive il suo romanzo.

Il rapporto filiale è stravolto nel caso di Emìlio e di suo figlio Henriquinho: tra loro troneggia Carmen, moglie tutt'altro che devota e madre isterica. 
Il bambino è l'unico punto di contatto tra una spagnola che vorrebbe tornare indietro nel tempo per sposare il cugino ricco e un rappresentante stanco di tutto, consapevole che il suo matrimonio è stato un errore e che per questo non riesce ad avere nemmeno un contatto col frutto del suo amore morto da tempo. 
Henrique è troppo piccolo per capire certe dinamiche, ma ci viene presentato con l'acume e la sensibilità tipici dei bambini, capaci di intuire una situazione complessa e condannati ad esserne influenzati per il resto della vita. 
In lui c'è forse José bambino, gli occhioni spalancati ad osservare gli adulti di cui scriverà nei suoi libri.

Anche Maria Claudia, che vive con i genitori Anselmo e Rosalìa, conserva il diminutivo infantile di Claudinha, ma piccola più non è: i suoi la trattano come una ragazzina da educare, alla quale vietare ciò che è sconveniente e per la quale desiderare un buon lavoro e un marito. 
Ciò però non crea problemi alla ragazza che, anche se giovane, è donna fatta e finita per quanto riguarda consapevolezza e intenzioni. Pur non possedendo ancora il garbo della donna matura, sa perfettamente di essere molto bella e di avere un forte ascendente su chi la circonda: riesce sempre ad ottenere quello che vuole e si fa le unghie sui genitori, ai quali dice ciò che vogliono sentirsi dire mostrandosi come la figlia che loro credono di aver educato.

A volte, invece, sono i genitori a sfruttare i figli per il proprio profitto. 
Nel caso di Lidia, per esempio, femminilità e sensualità sono fondamentali non solo per la sua sopravvivenza, ma anche per quella della madre. Quest'ultima sa che la figlia abita in una casa acquistata e ammobiliata dal suo amante, un ricco imprenditore che la mantiene e le procura ciò di cui ha bisogno, per cui si presenta a casa sua un paio di volte al mese per riscuotere un vero e proprio mensile, interessandosi alle sorti della ragazza solo se l'ipocrisia lo richiede.
Lidia vive molto male la sua condizione, non tollera di dover vendere il proprio corpo per andare avanti ed è additata da tutti i condomini, ma forse proprio per questo non riesce a fare a meno della figura materna, accettandone un surrogato pur di non farne completamente a meno.

Ad unire Justina e Caetano, invece, non c'è più nemmeno un figlio: una malattia ha avuto l'accortezza di portare la loro bimba all'altro mondo, lontano da un padre sessuomane, rozzo e meschino e da una madre che ha l'unica colpa di essere brutta come la fame.
Caetano si butta su qualsiasi donna che non sia la sua ed esplode di frequente in attacchi di rabbia contro la moglie. Justina, dal canto suo, si è rinchiusa nel suo mondo e vive in una sorta di coma indotto, riemergendo solo per elaborare qualcosa da dire all'uomo che si ritrova in casa. 
Pochissimi dialoghi pieni di disprezzo per due personalità che, nonostante le apparenze, sono molto forti e cercano di sopraffarsi a vicenda: lui per maschilismo, lei per sopravvivenza.

La convivenza forzata per convenienza economica giustificata dalle parentele unisce l'ultimo gruppo familiare, quello delle anziane Amélia e Candida e delle figlie di quest'ultima, Isaura e Adriana
Due donne che hanno avuto l'amore e l'hanno perso e due ragazze non più giovanissime che non l'hanno ancora vissuto; le une concentrate sulle poche cose che servono per tirare avanti, le altre non ancora pronte a rassegnarsi e a chiudere i sogni in un cassetto, tra una ciocca di capelli e ciò che resta di una fotografia.
L'insoddisfazione non è evidente come nelle famiglie vicine perché le quattro sono legate da un affetto sincero, ma è lì, strisciante, la speranza di una vita migliore che avvelena i pochi momenti belli di una giornata. 
Non ce n'è abbastanza per dire di aver vissuto e loro lo sanno.

Un lucernario è un'apertura più piccola di una finestra che si apre sul soffitto per far entrare un pò di luce in una stanza. 
Abel è sul tetto del condominio, col naso appiccicato al vetro: se ne stà appollaiato a guardare cosa fanno gli altri per adattarsi al modo strano che ha la vita di metterci davanti ai nostri desideri come se ci guardassimo in uno specchio deforme.
Tutto ciò che credevamo indispensabile per essere felici, l'amore in primis, obbedisce a regole oscure. Il legame tra un padre e un figlio può diventare una catena che ci cade addosso quando tentiamo di rialzarci, un marito e una moglie si scoprono sconosciuti che viaggiano in direzioni opposte, bisogna difendersi da sorelle e madri pericolose.
Stiamo insieme lo stesso, aggrappandoci alle convenzioni, stretti sotto il lucernario per cogliere un raggio di sole. Abel ci guarda dall'alto e sa che prima o poi dovrà scendere a farci compagnia, quando gli ideali cederanno il passo all'istinto. Ci chiede che senso abbia tutto questo e perché dovrebbe scendere dal tetto, ma non abbiamo risposte da dargli.

Lenta, dal lucernario, cade la notte con le sue stelle, a riposarsi su occhi stanchi di vedere e a confermarci l'unica certezza: il buio.

Ascolto consigliato:


mercoledì 10 ottobre 2012

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry

Il titolo, oltre a suscitare curiosità, risulta particolarmente azzeccato: di imprevedibile in questo viaggio c'è molto, inizio a parte.

Siamo nella tranquilla cittadina inglese di Kingsbridge, in casa di una inglesissima coppia di anziani. Entrando, ci colpisce l'immagine di un uomo rassegnato, Harold, che subisce l'acidità della moglie Maureen come se non avesse mai smesso di rimproverarlo. Un matrimonio normale, direbbero alcuni. Ma una lettera inattesa apre uno squarcio nel vissuto quotidiano: Queenie, amica di vecchia data di Harold, gli annuncia di avere il cancro e lo ringrazia della sua amicizia. Gli sta dicendo addio: è talmente evidente che lui scoppia a piangere, rivelandosi in tutta la sua debolezza e sensibilità. 
Tenta di risponderle con qualche frase di circostanza: l'amica lo ha fatto sentire in colpa perché non l'ha cercata in tanti anni di lontananza e lui è deluso, arrabbiato, addolorato. Maureen mormora che le dispiace, torna a sbrigare le sue faccende e lo accompagna borbottando alla porta quando lui va ad imbucare la lettera.
Harold ha fame e si ferma a mangiare un hamburger. Scambia due parole con la ragazza che lo serve, piuttosto insulsa e dall'aria stupida. Le parla di Queenie con ingenuità disarmante e lei gli parla di una sua zia, anche lei colpita dal cancro. Gli dice che l'unica possibilità è nella fede, ma non in senso religioso: bisogna credere di poter fare la differenza, perché sono tante le capacità che non sappiamo di avere. 
Uscendo dal fast food, Harold non riesce a smettere di pensare alla sua responsabilità nei confronti della malata e comincia pian piano a convincersi di poter fare qualcosa di concreto per lei. Evita di imbucare la lettera alla prima occasione, poi alla seconda, alla terza. Continua a camminare. Ad un tratto, fa una promessa: "finché camminerò, lei vivrà".
Non si può pensare che Harold creda davvero in un patto con Queenie, né che effettivamente una cameriera sia riuscita a trasmettergli una forza simile. Perché Harold è ancora l'uomo remissivo, debole e ingenuo che abbiamo conosciuto all'inizio. Eppure sostituisce il biglietto destinato all'amica con uno in cui le chiede di attenderlo finché non arriverà e dopo chiama la moglie per dirle che è partito. Maureen si infuria, protesta, ma non può impedirglielo.
Rimarrà a casa a fissare il telefono e ad aspettare le cartoline che la informano dei suoi progressi, ma soprattutto a riflettere.

Si, perché non bisogna farsi ingannare: la copertina è molto spiritosa, lo stile è scorrevole, la storia è piena di avventure, ma riuscire a star dietro ad Harold è molto difficile. 
Con un nome adatto più ad un cartone animato che ad un uomo della sua fragilità, Harold suscita tenerezza in chi lo incrocia e a volte viene deriso per il suo progetto, ma non è un semplice credulone. E' un uomo disperato in cui qualcosa è esploso vent'anni prima, distruggendo quel poco di serenità che era riuscito a conquistare dopo un'adolescenza difficile, terminata bruscamente quando il padre lo ha messo alla porta, all'età di 16 anni. 
La sua vita, più che affiancarlo nel cammino, lo insegue. La parte più facile è proprio camminare, mentre sono i ricordi a trafiggergli i piedi ed incurvargli le spalle. La sua onestà intellettuale e la sua nuova coscienza, costruita giorno dopo giorno e un piede avanti all'altro, sottolinea i suoi limiti e glieli agita sotto il naso, chiedendogli di superarli. 

Ogni tappa del suo viaggio lo porta ad una conquista. 
Innanzitutto riacquista il suo rapporto con la terra, che gli ha dato la vita e non ha mai smesso di mostrarsi in tutta la sua bellezza e la sua generosità. Da subito, infatti, Harold e la natura sembrano vivere in simbiosi: cieli infiammati dal sole dell'alba per la sua meraviglia, oceani di fiori per i pensieri che hanno bisogno di più spazio, nuvole di un grigio tagliente per i ricordi dolorosi, pioggia battente per un senso di abbandono e smarrimento che non lo lascia mai.
Il primo a dimostrargli di non essere all'altezza è il corpo: talloni induriti, dolori lancinanti ai polpacci e lividi accompagnano i bisogni più comuni, quelli che ci spingono a rifugiarci in casa, sotto un ombrello, fra i lembi di un cappotto. Harold rinuncia ad ogni protezione e accetta il dolore fisico, portandolo con sé come un compagno di viaggio, il più fedele. 
Il secondo grosso limite è la solitudine: la avverte come una colpa che gli altri gli hanno inflitto per la sua inadeguatezza e si rimprovera di continuo per la sua mancanza di carattere, con la quale giustifica la carenza di affetto nei suoi confronti da parte di persone importanti come sua madre. 
Ma continua a camminare, obbedendo ad un impulso fortissimo e scopre di avere una grande virtù: quella di saper ascoltare. Sono tante le storie che Harold ascolta durante il viaggio e le persone che riesce ad aiutare per il solo fatto di aver preso una decisione così grande, proprio lui che ha paura di disturbare con un rumore di troppo o una parola inopportuna, lui che ha passato la vita a tenere la testa bassa e ad evitare qualsiasi contatto fisico con gli altri. Anche la sua attitudine a passare inosservato si trasforma in un punto di forza: le persone vedono in lui la loro stessa fragilità e si abbandonano al dialogo.
Il contatto con gli altri, improvvisamente così intimo, diventa totale quando un gruppo di proseliti comincia a seguirlo e a trattarlo come fosse il loro guru. Sono persone altrettanto disperate che non hanno la forza di mettersi in cammino da sole e hanno bisogno di qualcuno che le guidi, ma senza condividerne completamente gli intenti; tra loro, alcuni manipoleranno Harold per i loro interessi, altri semplicemente lo abbandoneranno, facendogli rivivere i momenti più dolorosi della sua esistenza.
La semplicità di Harold impone un cambiamento anche in Maureen, che si era abituata ad addossargli le colpe di tutta una vita e ora, davanti alla sua presa di coscienza, deve rassegnarsi a deporre le armi e a mettersi in cammino pur rimanendo a casa. Guardarsi indietro significherà trovare la forza di andare avanti, soprattutto per il bene del marito, che la sta aspettando per l'ultima tappa, la più difficile.
Alla fine del suo viaggio, Harold deve affrontare il suo limite più grande: l'impotenza. Ha capito di essere mortale, fragile, limitato, inadeguato, ma non ha smesso di camminare perché pensava, in questo modo, di esercitare un potere sulla vita. Anche la sua ultima certezza, però, verrà messa in discussione per sempre.

Dunque, un bel libro. Non bellissimo: la parte centrale si concentra unicamente sulle emozioni dei personaggi e sulla loro evoluzione psicologica. Le loro vite si rivelano ai nostri occhi come carte da gioco: un ricordo dopo l'altro scivola lentamente nelle mani del giocatore di poker, lasciandoci in attesa della prossima carta, del prossimo pezzo del puzzle. Poi, improvvisamente, verso la fine la storia mette il turbo e siamo sopraffatti da una valanga di novità: neanche un americano avrebbe dato spazio a tanti colpi di scena. E pensare che la Joyce è inglese.
Di sicuro l'autrice o chi per lei ha fatto un lavoro di promozione molto valido: la copertina è vivace e giovanile, al punto da far pensare ad un libro per ragazzi, la storia è curiosa e avvincente, i personaggi sono credibili e le emozioni sono descritte con acume e sensibilità. 
La natura è forse un pò troppo presente: le descrizioni del panorama abbondano e verso la fine diventano un pò stancanti. 
Harold è su twitter, su facebook e in radio, ne hanno parlato persino alla BBC. Figuratevi che, quando ho acquistato il libro, mi è stata regalata una shopper di tela con la stampa del percorso di Harold!
Insomma, ha tutta l'aria di un best seller e noi glielo auguriamo.

Harold si è lasciato morire per vent'anni, stanco di soffrire. Ma quando un'amica sincera, forse l'unica che abbia mai avuto, gli scrive per dirgli addio, lui si ritrova a camminare da un capo all'altro dell'Inghilterra con un paio di scarpe da vela ai piedi. Insieme a lui comprendiamo il dovere di essere indifesi di fronte alla vita, di accettare il male che ci dà e di lasciarci amare da lei. Follemente.

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martedì 2 ottobre 2012

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni


Il 26 settembre è approdato nelle librerie il nuovo libro di Benni. L'ho sorpreso sugli scaffali qualche sera fa: spesso basta una copertina con un nome atteso per farci sorridere. E qualche sera passata a leggere per dimenticare consiglieri vergognosi, politici corrotti e tutta l'italia con la i minuscola che ci sta mangiando il futuro.

Questa volta il protagonista è un professore dal ciuffo bianco, Martin. Le avete viste le foto dell'ultimo Benni, capello bianco arruffato e svolazzante annesso? 
Il prof dice di andare per i settanta (Benni ha 64 anni) e ha voglia di raccontarsi come tutti quelli che, arrivati ad un certo punto della vita, si guardano indietro. 
Insomma, si sente che il personaggio era in punta di penna già da un pò e si ha la netta sensazione di parlare direttamente con l'autore mentre si legge.
Non è solo la cultura che i due hanno in comune a renderli così simili (le citazioni letterarie abbondano più del solito), ma anche la ritrosia di chi, pur raccontando alla perfezione ciò che lo circonda, non sente di farne parte. Forse proprio perché, comprendendone l'essenza, se ne tiene a debita distanza.

Il professore è ormai in pensione e si è trasferito in quel di Borgocornio per seguire le tracce di un poeta, Domenico Rispoli detto il Catena, su cui ha svolto ricerche approfondite. I suoi saggi su questo personaggio misterioso, morto in manicomio in circostanze oscure, hanno contribuito a rendergli un'ottima fama tra i suoi colleghi e lettori.
Martin continua ad esaminare i documenti che ha raccolto sul Catena e l'unica cosa che fa ancora con passione è scrivereInfatti, Martin è anche l'autore di versi ora divertenti e ritmati, ora riflessivi, pacati o arrabbiati posti all'inizio di ogni capitolo, quasi come un rito ipnotico prima del racconto. 
Essi fanno da ponte con la realtà, come quando parlano dei complici, cioè quelli che passano la vita ad assecondare un padrone potente senza farsi importunare dai propri principi morali, sempre che ne abbiano ("gli prestano il coltello e ripuliscono il sangue").
Ad affiancarlo occasionalmente nella solitudine: un coetaneo che si è fermato al '68, fuma maria e indossa ancora pantaloni scampanati e gilé di cuoio meritandosi il soprannome di Vudstok, il conformismo e la chiusura dei paesani, che pur abitando sugli Appennini adottano un improbabile accento romano e l'odioso e ignorante collega Remorus. 
Benni non molla il tema a lui caro della decadenza della società moderna e anzi lo insegue e lo sviluppa dall'alto dei suoi sessanta-quasi-settant'anni, con un pizzico di alterigia che ben si addice ad un uomo della sua età.
C'è chi può. E Benni può.

La grande protagonista insieme al professore è la natura, rappresentata dai suoi inquilini, gli animali, coi quali Martin parla ogni giorno. Gli offrono consigli, lo prendono in giro e in generale alleviano la solitudine dell'uomo solo e con un figlio lontano chilometri.
Il ruolo migliore è affidato al cane, il terranova Ombra, di cui conosciamo non solo i pensieri, ma anche gli atteggiamenti tipicamente canini attraverso i quali non smette mai di comunicare e che obbediscono ad un regolamento preciso: il dodecalogo del cane
Ho apprezzato particolarmente il quarto comandamento, quello che recita "chi ti abbandona non ti merita".
Significativa in questo contesto è la descrizione della caccia, attività tipica degli abitanti del posto. Martin sembra accettarla, ma di fatto non smette mai di ridicolizzarla: prima insinuando che il nome del paese dipenda dal modo in cui le mogli dei cacciatori collaudano i letti quando i mariti non ci sono, poi descrivendo la vendetta di un cinghiale impagliato che si stacca dal muro del ristorante dove è stato appeso per ammazzare il cuoco che si vanta della sua uccisione.
Visionario si, sanguinario no: Benni la scena la fa solo sognare al professore addormentato, ma rende comunque l'idea.

Dunque, Martin è un uomo dotto che combatte contro la solitudine ascoltando musica dal lettore Mp3 ribattezzato Umbertofono dal nome di suo figlio che glielo ha regalato. E' l'inventore di ricette che chiunque viva da solo ha sperimentato almeno una volta, come il Vitello alla Ricordati-di-me, il cui ingrediente principale è la memoria: se lo si dimentica sul fuoco diventa vitel tonné, cioè va sostituito con una scatoletta di tonno.
E soprattutto, Martin non può rinnegare ciò che è stato: un tombeur de femme che si è innamorato una sola volta nella vita e che conserva un ricordo doloroso dentro di sé, in attesa che un'anima gentile possa liberarlo dal rimorso. L'anima gentile arriva: ha capelli biondi e occhi azzurri e risponde al nome di Michelle.
Non che sia un essere etereo: ha i suoi bei problemi col compagno Aldo, insieme al quale si trasferisce in una casa vicina a quella del professore per sfuggire dalla città. I due rappresentano le generazioni di giovani che soffrono per le mille incertezze lavorative, artisti o presunti tali che oggi più di ieri si aggrappano alle occasioni per costruirsi un futuro e che spesso si devono abbassare a compromessi sporchi per un giorno di speranza in più.
Michelle ha bisogno di essere ascoltata e Martin, di ascoltarla. Oltre ad assomigliare alla ragazza che, secondo una leggenda del borgo, si è suicidata in un lago vicino, Michelle colpisce il professore per un'altra somiglianza con una persona importante per lui, cosa che farà abbassare le sue difese davanti al fascino di lei e che riporterà a galla il passato.

No, non se la porta a letto.

Di tutte le ricchezze che il loro incontro offrirà, l'ultima è un valzer con la vita, che trascinerà Martin ad una festa alla quale da solo non sarebbe andato e in discorsi che non aveva più le energie e la lucidità di affrontare. Grazie a Michelle, l'uomo di un tempo balla su una pista nuova, eppure costellata di ricordi: in lei rivede ciò che è stato e trova il coraggio di accettarsi per ciò che è.
I centauri del bar Marlon (e figurati se non c'era un bar da qualche parte del libro), la discoteca Bully con tutta la droga che ci gira, la strage degli animali inseguiti da cacciatori ottusi perdono, a questo punto, l'importanza dei temi centrali. Avrebbero potuto averla in libri come Margherita dolcevita o L'ultima lacrimaNon stavolta: si riducono ad un bisbiglio coperto dalla musica in tre quarti e nel cerchio di luce, alla fine del valzer, il ballerino rimane solo
Il buio intorno e un terranova affianco.

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giovedì 20 settembre 2012

Homo homini lupus


Ieri avevo un pò di tempo libero e ho rispolverato un libricino che era in libreria da qualche mese: Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa.
Sono una sessantina di pagine in cui una discussione tra due amici diventa il pretesto per una lunga dissertazione filosofica da parte di uno dei due, banchiere, nei confronti dell'altro, che in realtà funge solo da spalla per i discorsi del primo.

Il banchiere afferma uno dei principi dell'anarchia, ovvero che le convenzioni come il matrimonio, il capitale e così via siano delle finzioni sociali da  sradicare. Prima di intraprendere la carriera economica, l'uomo faceva parte di un gruppo di persone che lui definisce sincere e che, attraverso un'opera di propaganda quanto più possibile diffusa, cercavano di convincere la gente della bontà delle proprie convinzioni.
Il nostro Saul, però, viene folgorato sulla via di Damasco da una semplice riflessione. 

Mettiamo che due amici stiano camminando insieme e che ad un certo punto si trovino davanti ad un bivio. Uno deve andare a destra, l'altro a sinistra. Uno cerca di convincere l'altro a seguirlo e fargli compagnia, ma all'altro non conviene percorrere un'altra strada rispetto alla sua. Alla fine, sotto le insistenze dell'amico, accetta di seguirlo.
Cose che accadono tutti i giorni, ma che evidenziano una delle caratteristiche della natura umana: cercare di convincere gli altri a fare i nostri interessi, plasmandoli in modo tale da fargli credere che anche per loro ci sarà un guadagno finale (in questo caso, il piacere di farsi compagnia a vicenda ancora per un pò).

Chiaramente è un'estremizzazione, una delle tante che ci vengono proposte nel libro, ma se prese con la leggerezza dovuta ad una conversazione informale offrono ottimi spunti di riflessione.

Con questo esempio il banchiere introduce una domanda che forse ci siamo posti in parecchi: l'istinto di manipolare le persone e cercare di prevaricarle è proprio della natura dell'uomo o deriva da secoli di cultura umana orientati in questo senso?
Domanda da un milione di dollari.

Pessoa pensa che la seconda ipotesi sia la più credibile. 
Poi però sembra contraddirsi, perché dice che l'egoismo è qualcosa di assolutamente naturale e che non esiste azione umana che non sia orientata verso un profitto, per quanto piccolo esso sia. 

L'autore sostiene anche, attraverso le parole del banchiere, che aiutare una persona sia la dimostrazione che non abbiamo fiducia nelle sue capacità di farcela da sola e questo, a mio modesto avviso, dimostra che ci troviamo di fronte alle idee di un uomo nato nel 1888.
Infatti non è su questo che mi voglio soffermare.

Piuttosto, mi è venuto da chiedermi come questa riflessione sul genere umano si possa riportare ai nostri giorni. Qual è la maggiore espressione di egoismo orientato al profitto?

Poiché ieri sera non avevo proprio niente da fare e il libro durava troppo poco per occupare tutto il mio tempo libero, ho fatto un giro su quella miniera di informazioni, immagini e musica che è youtube e ho scovato un video caricato da poco.
The Corporation è un documentario del 2003 diretto da Mark Achbar e Jennifer Abbott che analizza lo strapotere delle multinazionali (che in America si chiamano, appunto, Corporations) all'interno delle economie mondiali.
Nel film le multinazionali sono riconosciute come personalità giuridiche: chiaramente non sono persone singole, ma gruppi di persone che perseguono uno stesso obiettivo e che godono degli stessi diritti di una persona singola, come possedere, acquistare e vendere. Partendo da questo presupposto, esse vengono analizzate nell'insieme dei loro comportamenti: dall'utilizzo spesso irresponsabile e indiscriminato delle risorse umane, ambientali ed animali alle strategie di manipolazione del cliente, quindi di altre persone.
La diagnosi finale è che la multinazionale, se fosse davvero una persona singola, sarebbe gravemente psicopatica e dovrebbe andare da uno bravo.

Non è un documentario parziale: vengono intervistati alcuni tra i CEO delle più importanti organizzazioni, soprattutto americane, con l'obiettivo di evidenziare che, come è logico, sono persone come noi. 
In particolare, uno di essi racconta una manifestazione davanti casa sua contro i danni ambientali che il suo gruppo stava causando mentre scorrono le immagini di una ventina di ragazzi con uno striscione davanti ad un uomo in jeans. Anche sua moglie è ripresa mentre distribuisce caffé ai manifestanti seduti sul prato nelle due ore di discussione che ne sono conseguite, durante le quali anche lui si era dimostrato preoccupato per l'impatto ambientale delle sue attività.
Insomma, uno di noi. Uno che ha dichiarato di essere assolutamente pronto a collaborare con il Governo qualora nuove soluzioni più sostenibili per il Pianeta fossero state proposte. Lo stesso che poi non ha impedito l'impiccagione di alcuni attivisti che lottavano contro una delle sue sedi.
Ops.

Ad ogni modo, i pensieri a quel punto mi giravano a mille in testa. 
C'è gente come noi che lavora per sistemi come quelli bancario ed economico in cui si asseconda la naturale propensione dell'uomo alla prevaricazione e allo sfruttamento dei suoi simili e di tutto ciò che lo circonda.
Un broker, sempre durante il film, afferma che l'attentato alle Torri Gemelle per lui e i suoi colleghi è stata una benedizione e che la prima reazione dopo aver ricevuto la notizia era stata chiedersi di quanto fosse aumentato il prezzo dell'oro.
Psicopatici oggi.

Altra riflessione fondamentale che nel video viene affidata a Naomi Klein, una delle migliori menti giornalistiche che abbiamo oggi in Occidente, è quella sul Brand
Un marchio ha bisogno di essere associato innanzitutto a qualcosa che fa parte del mondo reale, per cui gli si dà un aspetto riconoscibile e tridimensionale. Poi lo si umanizza, attribuendogli una personalità che è vicina ai clienti ai quali ci si vuole rivolgere.
Pensate a Mc Donald: cosa vi viene in mente a parte le salsine multicolore e gli hamburger di gatto? Chiaro: il simbolo della M fatto con le patatine giganti e il clown allegro, giovane e felice.

La cosa più triste è che dietro organizzazioni che dichiarano di avere come obiettivo finale la nostra felicità e il nostro benessere esistono delle persone singole che per lavoro inventano ogni giorno nuovi modi di prendere in giro altre persone singole, tempestandole di pubblicità su prodotti che spesso sono dannosi e sfruttano lavoro minorile o sottopagato. 
Ma per questo vi rimando ad un altro mio post.

Quindi: è l'uomo ad essere fondamentalmente cattivo o sono le circostanze a renderlo tale? E qualsiasi sia la risposta che ci sentiamo di dare a questa domanda, la prossima è: ha senso, a questo punto, pensare che il mondo possa migliorare?

Il banchiere anarchico, dopo l'illuminazione, sostiene che l'unico modo per combattere le mistificazioni della società sia dominarle
Avendo deciso di soggiogare la più importante, cioè il denaro, Saul non è diventato Paolo, né tantomeno santo: è diventato banchiere
Così, possedendo sempre più soldi, secondo lui è riuscito a distruggere il potere che essi hanno su di lui.

Non so che tipo di droghe fumassero nel 1922, ma dovevano essere parecchio pesanti.

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