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venerdì 26 ottobre 2012

Surplus: Terrorized Into Being Consumers.


Oggi parliamo di un documentario del 2003, anzi di un art-documentary pluripremiato da leccarsi gli occhi. Argomento: il terrore di obbedire ad un sistema, quello consumistico, che non ci appartiene e che ci rende schiavi.


Erik Gandini ha colto nel segno.
Non stiamo parlando del solito film su quanto è brutto e cattivo il consumismo, su quante cose sprechiamo, sul nostro impatto ambientale devastante, sulla ricchezza di alcuni contrapposta alla povertà di molti: tematiche sicuramente interessanti delle quali non si può e non si deve smettere di parlare. 
Qui c'è qualcosa di più, qualcosa che ci fa rimanere incollati allo schermo per tutto il tempo in contemplazione mentre i nostri neuroni esultano in esplosioni da fuochi artificiali nel nostro piccolo mondo: finalmente cibo vero per il nostro cervello, non la solita sbobba da cinepanettone o gli insulti televisivi del già-visto-già-sentito.

John Zerzan, grande protagonista del film, è l'anarchico ideatore del Primitivismo, teoria che propone il ritorno all'età della pietra come soluzione alla distruzione dell'ambiente a causa della sovrapproduzione di beni che in realtà non servono a nessuno. 
Secondo lui la società mondiale si basa sulla trappola del consumo: non è mai abbastanza, siamo obbligati ad acquistare oggetti solo perché ce lo dice la pubblicità, la cui arma migliore è lo spot di trenta secondi. Affascinati dalla possibilità di sentirci migliori semplicemente spendendo dei soldi, corriamo al supermercato e ci riempiamo i carrelli di stupidaggini, ma il nostro vuoto interiore non accenna a diminuire e ci accorgiamo di essere solo i piccoli ingranaggi di un sistema mastodontico. 

Il documentario si apre con le immagini del G8 di Genova (2001) e della distruzione perpetrata dai Black Block: Zerzan è stato accusato di essere il loro capo ideologico perché sostiene che chi protesta pacificamente non viene ascoltato, mentre chi passa alle vie di fatto viene quantomeno notato. Attenzione: alla base di questa affermazione c'è la convinzione che il danno alla proprietà non è violenza; quella ai danni di persone fisiche viene fortemente deprecata, mentre si sente in sottofondo il coro dei protestanti intonare "polizia assassina" e scorrono le immagini del corpo senza vita di Carlo Giuliani.
A conferma di quanto il sistema sia fallimentare, Svante, un ragazzo diventato milionario grazie ad internet, parla di quanto si senta inutile e di quanto sia difficile spendere i soldi che ha guadagnato: sa di poterci fare molte cose, ma non sente l'esigenza di alcuna di esse.



A scanso di equivoci, il film prende le distanze anche dal comunismo, rappresentato nella realtà vivente di Cuba con il suo Fidel Castro: i suoi discorsi granitici pieni di orgoglio sono contrapposti alle immagini di negozi vuoti. Mirta, mostrando il suo tubetto di dentifricio, dice di sapere esattamente di che marca sia, ma che ormai non serve più specificarlo; spiega che il razionamento è un ottimo metodo per assicurare a tutti i beni di prima necessità. Intanto Tania, una ragazza cubana che è andata a trovare i suoi amici in Inghilterra, parla con adorazione entusiastica della possibilità di mangiare un enorme Big Mac da Mc Donald, dello shock di vedere supermercati zeppi di cose, della meraviglia di poter fare zapping tra un canale e l'altro.

Dunque, da una parte il consumismo con la falsa libertà di scegliere tra una marca e l'altra, dall'altra il comunismo con la falsa dignità di una dittatura basata su uno stile di vita modellato più sui limiti imposti dall'embargo che non su un'ideologia che non può essere imposta ad un intero popolo. 
Volti sorridenti di chi non ha nulla, costretto a spaccarsi la schiena in luoghi fatiscenti e inquinati, occhi delusi di chi ha tutto e non sa che farsene. 
E ancora Zerzan, a dirci che sono in pochi a rendersi conto di tutto questo e che il resto vive da pecora, mangiando cibi spazzatura davanti ad una tv sempre accesa per poi trovarsi un lavoro inutile come la propria vita, sforzandosi di sentirsi felice.

Pesante? No, per due motivi: la fotografia di Carl Nilsson e  Lukas Eisenhauer e la colonna sonora. 
La prima riesce a proporre immagini mai viste anche se riferite a concetti e situazioni vecchi di almeno cinquant'anni, mixate neanche fossero sequenze musicali. La musica, poi, esprime tutto quello che siamo diventati: frammenti sonori slegati l'uno all'altro, impiantati l'uno sull'altro, dipendenti l'uno dall'altro; ad ogni effetto se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora in un crescendo meccanico, senza espressione, quasi fossero i rumori della macchina di cui siamo le rotelle, tutte sostituibili, anonime, uguali, ripetitive fino alla morte. 
Le stesse parole dei personaggi e i loro pensieri sono ripresi più volte, ripetuti ritmicamente e strumentalizzati: da Fidel che mima un "I love this company" con la voce di Steve Ballmer , CEO della Microsoft diventato famoso soprattutto per un comizio penoso in cui saltava e urlava su un palco la sua appartenenza ad una delle società migliori del mondo (ovviamente ripreso nel film), a Bush che si augura il risveglio delle coscienze contro lo sfruttamento. 

In una parola: geniale.

Ascolto consigliato:



domenica 7 ottobre 2012

Wall Street - Il denaro non dorme mai

Uscito nel 2010, è il sequel di Wall Street, film del 1987 dello stesso regista, il mitico Oliver Stone. Il soggetto è lo stesso: Gordon Gekko, l'anti-eroe interpretato da Michael Douglas venticinque anni fa, che ritroviamo un pò invecchiato ma ancora parecchio in forze.
Stone riprende il filo della storia per raccontare come è cambiata l'economia da quando Gekko è finito in galera: se prima ne aveva evidenziato la pericolosità, ora non può fare altro che confermare la sua idea alla luce degli avvenimenti del 2008.

Stessi protagonisti, stessi luoghi (anche comuni, con le ragazze bellissime sempre disponibili nei locali per ricconi e lo champagne che scorre a fiumi), ma se gli si parla di remake, Stone si arrabbia. La sua opera non va intesa come un semplice ve l'avevo detto, ma si propone come qualcosa di più: addirittura una saga familiare.

Calma, dall'inizio.

Gekko ha sfruttato i suoi otto anni di detenzione per riflettere sui suoi errori e si è reso conto che l'avidità sta portando i suoi colleghi manager di Wall Street a giocare col futuro dei cittadini ignari, spendendo i loro risparmi per titoli spazzatura e scommettendo su una crisi che loro stessi stanno causando. Ne avrete sentito parlare: dopo la bolla finanziaria del 2008 non ci siamo ripresi più, visto che le misure prese per evitare la chiusura delle principali banche hanno determinato la crisi economica che oggi stiamo cercando di affrontare senza particolare successo.
Ebbene, Gekko ha capito che l'unica cosa importante per lui, che ormai è solo un vecchio, è riconquistare la fiducia della figlia Winnie, la quale non gli rivolge più la parola e lo incolpa della morte del fratello, avvenuta per droga.
Mentre il padre era al fresco, Winnie ha aperto un blog di successo che punta a svelare i segreti del potere. Nome: La dura verità. 
Quando si dice originalità. 
Si è anche fidanzata col giovane broker Jake Moore, il quale vive la crisi da un altro punto di vista, più intimo: la banca per la quale lavora, la Keller Zabel, fallisce a causa delle speculazioni di altri manager e Louis Zabel, anziano fondatore della banca e mentore di Jake, si suicida buttandosi sotto un treno. Distrutto dal dolore, il ragazzo decide di vendicare Louis.
A questo scopo, avvicina Gordon dopo un incontro all'univesità dove Gekko ha tenuto una conferenza, presentandosi come il fidanzato di sua figlia e riuscendo così ad attirare la sua attenzione. Appena Gekko capisce che il broker ha bisogno di informazioni su chi ha tradito Zabel, gli propone uno scambio: un incontro con sua figlia per cercare la riconciliazione in cambio di tutte le notizie che sarà in grado di fornirgli sfruttando i suoi vecchi contatti.
Da quel momento, Jake mente a Winnie evitando di confessarle il suo incontro col padre, il quale riesce ad ottenere con fatica una seconda possibilità.

Ora avete capito perché Stone non vuole parlare di sequel? 
Il film non parla dei meccanismi che hanno portato al crollo delle borse del 2008, della cartolarizzazione o dei credit default swap, ma li pone come base per un dramma familiare, meglio ancora per una riflessione su ciò che ci porta a tradire chi ci è più vicino se c'è l'occasione di trarne un profitto.
Nel film la scintilla è Winnie: la ragazza non è particolarmente intelligente (come si fa ad imputare alla mancanza di un padre rinchiuso in carcere la tossicodipendenza del proprio fratello?), piagnucola per tutto il film e non è nemmeno coerente, dal momento che a Gekko bastano un paio di frasi per farla tornare a sorridere, ma è la chiave di tutto. Per un piccolo dettaglio: a suo tempo il paparino le aveva messo da parte dei soldi su un conto svizzero. E ora quella somma serve sia al futuro marito, nei guai per un investimento che non può più sostenere e senza più un lavoro, sia allo stesso papà, che anche se ripete all'infinito di essere ormai fuori dai giochi, in realtà non vede l'ora di tornare ai bei vecchi tempi e avrebbe proprio bisogno di un prestito.

Dunque, il velo cade e quello che resta non dipende né dal sistema bancario, né dall'avidità: abbiamo un uomo che tradisce la fiducia della propria compagna con l'alibi di una vendetta poco pulita e che in realtà vuole solo fare tanti soldi e un padre che sparge qualche lacrima sulla figlia che aveva abbandonato per ottenere altri soldi. Ecce homo.
Come cornice per questi lieti eventi, personaggi meno rilevanti come quello della madre di Jake (Susan Sarandon), una ex infermiera che si è buttata nel mercato immobiliare e non riesce a vendere nemmeno uno stanzino, per cui chiede continui prestiti al figlio.

La regia è come sempre limpida, geniale e priva di fronzoli, ma chi si ricorda il film del 1987 non può che rimanere deluso: niente descrizioni semplici di meccanismi complessi, solo un accenno agli eventi salienti della nostra storia economica moderna. In compenso sentimentalismi e americanate non mancano. 
Tanto per cominciare, la scelta dell'attrice per il ruolo di Winnie: Carey Mulligan ha un bel visino, ma per il resto è davvero insignificante. Attori veri come Frank Langella, Charlie Sheen e Eli Wallach lasciati in secondo piano, un cattivo dell'importanza di Josh Brolin ridicolizzato nella sua sete di potere e un giovane e bravino attore come Shia LaBeouf nei panni difficili di Jake Moore non possono reggere accanto ad una presenza come quella di Michael Douglas, che per l'interpretazione di Wall Street aveva conquistato nientemeno che l'oscar come migliore attore protagonista. 
Il film appare quindi sbilanciato: anche se Stone dice il contrario, è evidente il ricorso agli attori che avevano lavorato con lui più di vent'anni fa per tutte le scene chiave, mentre ha preferito un'attricetta mainstream e un attore più convincente per il ciuffo che non per le sue doti artistiche per i momenti più patetici (="che suscita commozione, compassione o tristezza"). 
La mia tesi è confermata dagli incassi, che in Italia hanno superato di poco i tre milioni di euro.

Oliver Stone ha ragione: non bisogna partire dal presupposto che questo film sia un remake, altrimenti non si riesce a coglierne il messaggio profondo. 
Il regista ci offre uno spunto di riflessione a mio avviso molto più importante di qualsiasi nozione potesse trasmetterci sugli avvenimenti economici che gli fanno da sfondo: le crisi e la corruzione non sono evitabili semplicemente modificando un sistema finanziario o criticando le gerarchie del potere. Non è demonizzando i banchieri o i "ricchi" del mondo che lo cambieremo e ci costruiremo un futuro migliore. Ci dobbiamo guardare allo specchio per vedere le stesse persone che ci hanno portato alla disoccupazione galoppante e alla perdita di diritti fondamentali, per vedere quelli che ci prendono in giro ogni giorno. 
Siamo noi che permettiamo a queste persone di manipolarci, tutte le volte che ci rifiutiamo di informarci sul loro conto o che accettiamo di votarli perché sono amici di amici, perché dicono cose di cui ci vogliamo fidare e sulle quali non vogliamo riflettere.
Nel film la gente e la stampa sono praticamente invisibili: si scatenano solo quando si dà loro in pasto il caprio espiatorio di turno, ma non hanno un potere reale. Forse è ora di cambiare canale.

Ascolto consigliato:



mercoledì 3 ottobre 2012

Musica per vecchi animali

Musica per vecchi animali è un film del 1989 scritto e diretto da Stefano Benni e Umberto Angelucci.

Non credo siano in molti a conoscerlo: fu ritirato dalle sale dopo soli tre giorni e per quanto mi sia informata a quanto pare non è mai venuto fuori il perché. Non era di certo un problema di gradimento: aveva ottenuto ottimi incassi, anche se solo per qualche giorno. Ad attirare il pubblico non erano stati solo i nomi dei registi, ma anche i due mostri sacri presenti nel cast: Paolo Rossi e il mitico Dario Fo accompagnati da una giovanissima Viola Simoncioni. 

Il trio vive un'avventura surreale in una città in preda ad un'emergenza di cui le forze dell'ordine non vogliono rivelare l'origine: c'è il coprifuoco, le strade sono praticamente deserte e i palazzi distrutti come dopo un bombardamento, ma i messaggi diffusi dalla radio parlano continuamente di semplici esercitazioni militari e di misure di protezione dei civili. In questo quadro bellico, vediamo Dario Fo nei panni del sessantenne professore Lucio Lucertola, Paolo Rossi nel ruolo del giovane (e incredibilmente smilzo) meccanico Lee e Viola in versione Lupetta, una ragazzina un pò sboccata e molto sveglia. 
Fra i tre nasce un'amicizia che li porterà a proteggersi ed aiutarsi reciprocamente per raggiungere i propri obiettivi di fuga: Lupetta scappa da casa, dove i suoi non smettono di litigare e di desiderarla più normale (leggi: gestibile), Lee deve attraversare tutta la città per consegnare un regalo misterioso alla sua fidanzata, bloccata in un letto d'ospedale e il professore vuole rivedere il vecchio quartiere dove ha vissuto e insegnato, ora in macerie e nel bel mezzo  di una zona inaccessibile.

Se trovate qualcosa di familiare in questi personaggi è perché sono stati ispirati da quelli di Comici spaventati guerrieri, sempre di Benni, così come le altre figure che costellano il film: Sergio, alla ricerca di un quisipuò, cioè un posto dove si possa giocare a calcio senza le proteste di passanti e inquilini imbufaliti, o Astice, che tutte le mattine va a chiamare il professore per andare a pescare col suo sidecar e il suo salsicciometiccio (nel linguaggio benniano, un cane non di razza e piuttosto in carne) con l'otite.
Ovviamente ci sono anche i cattivi, ma non fanno paura. Uno è il fascista Rambo, che ce l'ha con tutti i giovani fannulloni perché non contribuiscono alla Produttività Mondiale: insegue Lee per un motivo ben più prosaico, e cioè che gli ha fregato la macchina. L'altro ostacolo sono i poliziotti e i militari che impongono posti di blocco assurdi in giro per la città, costringendo i nostri ad inventarsi una serie di stratagemmi per aggirarli.

Come avrete intuito, il film è delirante. 
Ci sono delle scene che sfiorano il ridicolo, come quando i tre si conoscono: Lee è fermo ad una pompa di benzina deserta perché l'auto è a secco, Lupetta si avvicina e salta su senza smettere di prenderlo in giro e il professore di introduce nella conversazione sbucando da dietro i cespugli. Poi appare il benzinaio fantasma che gli fa il pieno a modo suo, cioè dicendo: "La benzina non esiste, la benzina siamo noi!". E la macchina riparte a tutta birra dando il via all'avventura.
Cioè, non so.
Altro momento topico è quando, per sfuggire ai controlli, il trio si inoltra nella metropolitana, scoprendo un vero e proprio mondo sotterraneo: vucumprà, donne gatto, un uomo travestito da Elvis che prima cerca di ammazzare Lucio Lucertola e poi scatena una rissa per salvarlo, santoni, commercianti di quadri che non compra nessuno convertiti al narcotraffico ("Cosa vuoi? Eroina? Cocaina? Caterina? ...è mia sorella!"). Ma soprattutto Luna, la Regina che emula una farfalla nel balletto più brutto che io abbia mai visto, programmi della De Filippi esclusi.

Nonostante questo, anzi proprio per questo, il film è da vedere: si ride tanto e si riflette ancora di più. 
Particolarmente interessante è l'edificio delle banche, fornito di un allarme che suona quando un civile alza la voce. O il museo, con un guardiano d'eccezione: Francesco Guccini che, con un cappotto consunto, un cappellaccio da spaventapasseri e barbone d'ordinanza, ha raccolto tutti gli utensili della civiltà estinta e li mostra ai nostri eroi. 
Già dall'inizio, infatti, il mondo sembra reduce da un attacco atomico e una voce fuori campo, con piglio da archeologo, parla della società moderna come della civiltà della caffettiera, che in effetti è l'unica cosa per la quale forse dovremmo essere ricordati 
Pare fossero arrivati addirittura sulla luna, anche se poi non ne fecero niente...

Eppure la terra brulica di vita, anche se la gente si va a divertire in un mondo dove polizia e istituzioni non entrano e lavora in luoghi fatiscenti. 
Ci sono i ribelli come in tutte le dittature che si rispettino: uomini che scappano e corpi coperti da teli sull'asfalto. E Lupetta che urla al poliziotto che la riporta a casa: "Non mi dire che non è successo niente! Basta un solo posto, un solo giorno e io non ti credo più!".

Poiché il film è diventato più unico che raro, la cosa più semplice è andarlo a vedere sul sito di Benni, che lo ha gentilmente messo a disposizione degli internauti. Vi passo il link: http://www.stefanobenni.it/

Per quanto riguarda gli attori, l'unica interpretazione adatta al grande schermo è quella di Paolo Rossi. 
Dario Fo, nella sua indiscutibile bravura, è lo stesso che vediamo a teatro: stessi gesti, stesse pause, stesso ritmo di declamazione. In una scena, guardandolo ballare, sembra di rivedere Ruzzante. Anche due ragazzini come Sergio e Lupetta adottano un tipo di recitazione più indicata al teatro: i loro personaggi ricalcano quelli tipici di Benni, che è un autore decisamente teatrale. 
La predilezione per il monologo e il modo quasi fumettistico di costruire i dialoghi (frasi ad effetto, tono di voce quasi sempre alto, ritmi serrati) fanno di lui uno dei migliori scrittori in circolazione, ma sul grande schermo trasmettono un senso di artefazione e di dispersione che non funziona.
Il film somiglia più ad un racconto aiutato dalle immagini e interpretato da attori eccellenti che parlano e si muovono come a teatro e ne sembrano consapevoli.

Forse la razionalità esce sconfitta da certe scene e la realtà, pur essendo vicinissima alla nostra, è talmente estremizzata da richiedere uno sforzo di fantasia perché l'opera risulti gradevole.
Ma anche se il film non parla direttamente al cervello, vi posso assicurare che arriva dritto al cuore.
Buona visione!

Ascolto consigliato:



lunedì 1 ottobre 2012

Reality


Uscito tre giorni fa nelle sale, Reality è il nuovo film di Matteo Garrone, il regista di Gomorra. Il cast è d'eccezione: Loredana Simioli, Nando Paone, Nello Iorio, Graziella Marina... ma soprattutto Aniello Arena nei panni del protagonista Luciano Ciotola, napoletano umile e non troppo onesto.
Non è mai stata una Napoli pulita, quella di Garrone: siamo lontani dai personaggi tutto d'un pezzo alla Eduardo, ma anche dalla faciloneria del tifoso. Finalmente, infatti, la città campana non è associata al calcio, ma ad un'altra parabola tutta italiana: la televisione. 
Più precisamente è la notorietà che ne deriva ad affascinare non solo Luciano, ma tutta la sua numerosa famiglia: con sua moglie e i tre figli, vive in un palazzo antico insieme a madre, zii, zie, cugini e nipoti. Ha una pescheria grazie alla quale sopravvive, mentre la moglie lavora per una ditta di elettrodomestici che i due trovano il modo di truffare regolarmente per sbarcare il lunario. 
Storie di ordinaria povertà: il napoletano diventa una sintesi dell'italiano medio, con vestiti luccicanti di pessima qualità, una casa che cade praticamente a pezzi ma arredata con una serie di oggetti kitch che vorrebbero rievocare un finto lusso, amicizie tanto ostentate quanto superficiali.
Non passa giorno che Luciano non venga invitato al bar per un caffé, tutti si chiamano per nome e il barista lo tratta come fosse suo fratello. Di fondo, comunque, c'è un affetto sincero e grande solidarietà tra gli abitanti del quartiere e nonostante l'atteggiamento da piccolo mafioso che adotta durante le truffe, Luciano tiene molto alla famiglia ed è profondamente innamorato di sua moglie Maria. Quest'ultima gli rimarrà sempre accanto, prima minacciando di lasciarlo, poi andandosene in preda alla rabbia e infine ritornando sui suoi passi nel tentativo di aiutare l'uomo che ama.
Il quadro generale, inserito nella cornice suggestiva della Napoli antica e fedele alla tradizione, dà l'idea di un presepe vivente che potrebbe uscire dalla penna di un De Simone moderno. Una delle differenze sostanziali con lo scrittore del passato sarebbe sicuramente l'onnipresenza della televisione nella sua rappresentazione più grottesca: un reality, appunto, ovvero il famoso Grande Fratello. Uno dei protagonisti, Enzo, viene acclamato e invidiato fin dalle prime scene del film, appare a metà tra un imbonitore ed un imprenditore ed è pagato per il suo unico prodotto: sé stesso, o meglio la sua immagine di ex inquilino di una casa zeppa di telecamere dove l'unica attività possibile è quella dell'ozio condito coi soliti inciuci che tanto attirano gli italiani.
Lo sguardo di Luciano si sofferma affascinato su una realtà che regala una dignità fittizia per la quale non servono né capacità sostanziali, né sforzi particolari: mano a mano che si convince di poterne fare parte, lo stesso sguardo diventa eccitato, poi guardingo, paranoico e infine delirante.
La scintilla è il provino per la scelta dei nuovi partecipanti al programma: le figlie e le zie insistono per farglielo sostenere, anche se si svolge mentre lui sta lavorando. 
In seguito, una telefonata lo avvisa che ha passato il primo turno e che può partecipare ad una seconda selezione negli studi televisivi romani. Durante il colloquio davanti allo staff del reality e ad uno psicologo, Luciano mette sul tavolo tutto quello che ha: il suo vissuto, la sua sincerità di persona modesta e credulona, la sua simpatia da giullare familiare consumato.
Convinto di aver fatto colpo, comincia ad aspettare la telefonata decisiva e intanto pensa di essere spiato e di dover dimostrare di essere degno di meritare l'ingresso nella casa. I suoi atteggiamenti cambiano radicalmente: comincia a regalare le sue cose ai poveri della zona, vende la pescheria per ristrutturare il suo appartamento nel caso in cui debba sostenere una intervista e si allontana sempre di più da ciò che è realmente, recitando come se fosse perennemente di fronte ad un obiettivo.
Inizialmente ripete alla moglie spaventata che la famiglia deve accettare i cambiamenti per giocarsi una carta importante: 
"Meri, ma tu ti rendi conto di che significa? Noi ci sistemiamo per la vita! E glià Meri, non mi abbandonare proprio adesso!". 
Nel corso della storia, però, Luciano non può più mentire e non ci prova nemmeno: la ragione della sua ossessione è sé stesso, la sua vita, tutto ciò che non lo soddisfa e che vorrebbe migliorare.
La famiglia si divide tra chi continua a sostenerlo e lo incita a continuare a crederci anche se la telefonata non arriva e chi lo prende in giro, ma nessuno capisce davvero cosa succede nella sua testa, nessuno ammetterà che ha un problema grave da risolvere. Si parla di depressione, di colpo da Grande Fratello, Maria non ammette che il marito stia consultando uno psicologo e parla di dottori e medicine. In una maniera tipicamente italiana il suo dramma viene aggirato e affrontato proprio attraverso la sua ossessione: meglio continuare a parlare del programma, lasciarlo solo davanti ad uno schermo sintonizzato sempre sulla casa, piuttosto che cercare una soluzione.
Luciano impara a memoria ogni angolo della casa e osserva ogni movimento dei suoi inquilini. Sostiene di essere stato copiato nei movimenti, nei modi di fare e cerca di riprodurre quell'ambiente nel suo appartamento, ormai svuotato dopo le incursioni degli indigenti del quartiere.
L'unico rimedio che gli viene proposto è forse peggio del problema: la religiosità spinta alla cieca obbedienza e alla partecipazione a gruppi religiosi, mense dei poveri e cerimonie giornaliere alle quali si sottopone a capo chino. Il suo equilibrio è ormai compromesso e ciò che lo circonda non riesce nemmeno a scalfire il mondo che si è creato nella testa.
Aniello Arena, col suo fisico da napoletano palestrato, incarna perfettamente il suo personaggio, evidenziando con mille espressioni e grande precisione tutte le tappe che portano Luciano alla perdita della lucidità. Interpretazioni tra lo struggente e il pittoresco per gli altri attori, ben contestualizzate nella mentalità italiana del non è successo niente e del tiriamo a campare. Il dialetto napoletano è il principe del film e per fortuna ci sono i sottotitoli per i profani!
Garrone si conferma come uno dei migliori registi italiani in circolazione e riesce nel tentativo di raccontare una realtà tra la miseria dignitosa e piena di vita della Napoli antica da commedia dell'arte e le contraddizioni di una modernità che di dignità ne ha ben poca.
Napoli, città maltrattata e fraintesa, si conferma ancora una volta come estrema sintesi della bellezza malata dell'Italia: è una principessa decaduta che non può fare a meno, tra gli stracci, di mostrare il volto tipico di una splendida regina.

Ascolto consigliato:



domenica 16 settembre 2012

Batman: il ritorno del Cavaliere in chiaroscuro.



Ieri sera sono andata a vedere Il cavaliere oscuro - il ritorno, il nuovo film su Batman diretto da Christopher Nolan. 
Se ancora non lo avete visto, non andate su Wikipedia: c'è scritto tutto per filo e per segno, anche la fine! 

Nel film precedente il procuratore distrettuale Harvey Dent veniva corrotto al male da Joker e diventava uno dei nemici peggiori di Batman, Due Facce, che poi veniva sconfitto dal pipistrello. Si riparte da qui: il commissario Gordon ha nascosto i crimini di Dent attribuendoli a Batman e ha contribuito a creare l'immagine di un procuratore che ha salvato Gotham dalla criminalità. 
In effetti sono otto anni che la città, in passato prodiga di svitati e criminali in costume, gode di un periodo di calma. Quindi ovviamente deve succedere qualcosa. 

E infatti: nei sotterranei della città si rifugia un terrorista di nome Bane, addestrato e poi scomunicato dalla Setta delle Ombre di Ra's Al Ghul. 
Anche Bruce Wayne è stato addestrato da questo tipo prima di diventare l'uomo pipistrello, ma senza condividerne l'ideologia: Ra's voleva eliminare la criminalità annientando l'umanità in alcune zone del mondo per poi riedificarla. Nel 2005, in Batman Begins, avevamo visto come Bruce si fosse rifiutato di uccidere un assassino e avesse preferito, se proprio doveva ammazzare qualcuno, fare fuori il capo della Setta.

Bane non è dello stesso avviso: si impadronisce di un prototipo della Wayne Enterprises che permette di produrre energia completamente pulita ma che, nelle mani sbagliate, diventa un'arma micidiale e assume la stessa funzione di una bomba atomica. Facile immaginare quanto siano sbagliate le sue mani, grosse quanto le pale di un elicottero. 
Ebbene, l'energumeno fa un esperimento che ha sollecitato la mia fantasia più di una volta: innesca la bomba e dà a Gotham cinque mesi di tempo per giustiziare i ricchi e i prepotenti e ridare potere ai cittadini oppressi. Peccato che alla fine debbano morire tutti. 

Basta trama, se volete saperne qualcosa in più andatevelo a vedere.
Tanto guardate, non è importante: come in tutti i film di Nolan la cosa più bella sono i costumi, gli effetti speciali e il cast.
Partiamo da quest'ultimo. 

Christian Bale è Batman, con la sua solita espressività da tavolino di marmo e il perenne sguardo buono ma anche aggressivo del povero figlio a cui hanno ammazzato i genitori, che ad un certo punto ha deciso di salvare tutta la città dal male indossando un costumino con le orecchie a punta. Un mito, insomma.
Il maggiordomo Alfred, del quale ammetto di essermi perdutamente innamorata quando ero bambina, è un eccezionale Michael Caine, che conferma le sue qualità di ottimo attore. Vale la pena di vedere il film anche solo per la sua interpretazione, anche se qui ha un ruolo più marginale perché ad un certo punto, stanco di ricucire il padrone, se ne va. Ma poi torna, tranquilli.
Stesso apprezzamento si può fare al bravissimo Morgan Freeman, con una annotazione: è invecchiato parecchio e mi sa che gli hanno cambiato il doppiatore, prendendone uno con una voce più dolce che meglio si addice alla sua età. Affascinante come sempre, è Lucius Fox, CEO della Wayne Enterprises. Insomma, quello che inventa e fornisce i giocattoli armati a Batman.
Tom Hardy, nel ruolo di Baine, non ha avuto vita facile: per tutto il film porta una maschera orrenda che gli copre quasi tutto il volto lasciando scoperti solo gli occhi e limitando parecchio la sua espressività. Per fortuna riesce ad esprimere parecchia ferocia con lo sguardo ed è tutto quello che deve fare: al resto ci pensano i muscoli. E lui ne ha tanti, di muscoli.
Marion Cotillard è Miranda Tate, membro del consiglio di amministrazione della Wayne Enterprises che poi si rivela essere... no, non ve lo dico. Però vi dico che fa la gatta morta per quasi tutto il tempo, tranne alla fine, quando si ricorda di avere un paio di sopracciglia e ci regala qualche espressione in più.
Dulcis in fundo, oltre al solito Gary Oldman nei panni del commissario Gordon, c'è Joseph Gordon-Levitt, promettente poliziotto che  viene promosso da Gordon stesso a detective nel bel mezzo del film. Piccolo particolare che si scopre alla fine: il suo vero nome è Robin. 
Si ma tranquilli: Nolan ha dichiarato di non voler fare un film con l'aiutante di Batman perché tutta la sua attenzione va al nostro amato pipistrello.

Ah, quasi dimenticavo: c'è pure Catwoman, ma nel film viene menzionata solo col suo nome, cioè Selina Kyle. La interpreta una insipida Anne Hathaway, che però ha tre particolarità interessanti: combatte come un uomo, si muove benissimo (si è sottoposta a lezioni di danza e ad un addestramento fisico con esercizi per acrobazie) e ha un costumino di pelle aderentissimo, un motivo in più per rimanere incollati alla sedia. Potrebbe recitare meglio di Anna Magnani, nessuno se ne accorgerebbe.

La colonna sonora è affidata ad Hans Zimmer come negli altri due film di Nolan su Batman. Sempre la stessa solfa di fiati e ottoni sparati a mille nei combattimenti e di sviolinate romantiche nelle (poche) scene in cui Bruce Wayne ritrova la sua antica attitudine da conquistatore. Insomma, John Williams' style.
Bello invece il Valzer della scena del ballo; d'altra parte lo stesso compositore ha ammesso di essersi ispirato a Verdi, che da allora si starà rivoltando nella tomba. 

Ovviamente non mancano i gingilli super tecnologici del migliore Batman: la moto con le ruote da camion che si capovolgono per permettere le sgommate tipiche del nostro eroe, la Bat Mobile rivisitata tipo carrarmato ma senza pilota automatico (chiaramente c'è un motivo anche per questo) e le armi. Tante armi, che come vuole la tradizione spuntano da cappotti e borse nei posti più opportuni, per esempio nel Palazzo della Borsa: mi sa che i metal detector in America non funzionano tanto bene.

Tutto è nero: non solo ciò che appartiene al supereroe (che imita un animale notturno, quindi ci mancherebbe altro), ma anche i costumi dei cattivi. Potremmo dilungarci sul fatto che lo stesso colore per tutti vuole dare un messaggio, ovvero che bene e male non sono poi così lontani, che i buoni sono anche cattivi quando qualcuno gliene dà la possibilità e l'occasione, che i cattivi a volte sono più autentici dei buoni.
La verità è che il nero è figo.

A parte gli scherzi, il messaggio c'è davvero e Nolan lo lancia con la naturalezza che avevamo intravisto in Joker grazie al bravo e purtroppo scomparso Heath Ledger. 
La figura di Gordon, ad esempio, è emblematica: ha sempre combattuto per il bene ed è stato sempre dipinto come l'onesto per eccellenza in una città corrotta, ma nel film è stato abbandonato dalla moglie e dai figli e appare un uomo distrutto sotto il peso del senso di colpa. La notte in cui Dent è morto ha acconsentito a tenere per sé la verità come gli chiedeva Batman per regalare un periodo di finta calma alla città e creare un eroe dal nulla. 
Ha mentito: le istituzioni vogliono scaricarlo e la gente, quando la verità si viene a sapere, lo lascia completamente solo. Ma sono le azioni che contano e come sempre avrà un ruolo fondamentale nella salvezza dei suoi concittadini.

La corruzione è un tema da sempre affrontato nella saga del supereroe ed è quantomai attuale, soprattutto per gli italiani; ricca di spunti di riflessione, invece, è la soluzione del terrorista: un tribunale fatto dal popolo in cui la colpa è già stabilita e il processo serve solo ad offrire una finta scelta al condannato, che può essere ammazzato per impiccagione o mandato in esilio sulla coltre di ghiaccio che circonda la città. 
In periodo di elezioni, ho un paio di persone in mente alle quali far vedere questo film.

Tra gli eroi del bene e la popolazione allo sbando non c'è nulla: la polizia è impotente, priva di mezzi e comandata da imbecilli, mentre le istituzioni sono corrotte. I nemici dell'ordine pubblico sono persone alle quali è stato fatto del male dalle istituzioni stesse e che si ribellano ad un sistema in cui il più debole soccombe: trovano nella violenza la risposta alla loro sete di giustizia e suscitano molta più empatia che antipatia in ognuno di noi.

Anche Batman usa la violenza per mantenere l'ordine pubblico, infatti sia nei film sia nei fumetti si vedono mazzate da orbi, ma si propone come aiuto alle istituzioni, perché sa che esistono ancora persone oneste al loro interno che hanno solo bisogno di essere affiancate da qualcuno che ha mezzi potenti. 
Bruce Wayne ci suggerisce di continuare ad avere fede in chi ci governa e ci spinge a tentare di migliorare ciò che non funziona attraverso l'intelligenza, l'onestà e la speranza.

Ciò ci riporta all' altro tema del film: Baine all'inizio afferma che nel distruggere la città lascerà ai suoi cittadini la speranza, in maniera da annientarli non solo nel fisico, ma soprattutto nell'anima.

Forse è questo il messaggio migliore del film, al di là dei combattimenti assurdi che sfidano qualsiasi legge della fisica e degli effetti speciali spinti oltre i confini della logica: il pipistrello non si sacrifica per la sopravvivenza della sua città. Per lui la cosa più importante è dimostrare a sé stesso che anche se i suoi genitori sono stati uccisi da un criminale la sua rabbia non può essere la soluzione e non deve diventare un alibi per esercitare la violenza o per smettere di credere nell'umanità. 
La capacità di sperare in un mondo nuovo e di usare la nostra intelligenza per cambiare quello che non ci piace può renderci liberi.
Anche se non giriamo con un costume di pelle nera e gli addominali scolpiti.

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