lunedì 15 ottobre 2012

Laura Puppato e il PD che (non) cambia

In vista delle elezioni politiche del 2013, il 25 novembre 2012 si terranno le elezioni primarie del centrosinistra per eleggere il leader tra i partiti che fanno parte della coalizione: Pd, Sel e PsiI principali sfidanti sono il segretario del Pd Pierluigi Bersani, il sindaco di Firenze Matteo Renzi (di cui abbiamo già avuto modo di parlare su questo blog) e il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola
Tra i candidati "minori", però, ce n'è una (ebbene si, una donna) di cui si parla molto poco ma che suscita la simpatia di molti, compreso Beppe Grillo: è Laura Puppato, che ha comunicato la sua candidatura il 13 settembre scorso.

Classe 1957, proveniente dalla provincia di Treviso, abbandona la facoltà di scienze politiche per dedicarsi alla maternità. 
Attivista e presidentessa di una sezione del WWF, si candida a sindaco di Montebelluna per scongiurare la costruzione di un inceneritore nella zona: viene appoggiata dall'Ulivo e, a sorpresa, vince. Sarà rieletta nel 2007 e sotto la sua guida il comune è diventato il primo tra quelli con più di 25mila abitanti a riciclare tutti i suoi rifiuti. 
Sfiora le elezioni europee col Pd nel 2009, diventa consigliere regionale nel 2010 per la Regione Veneto con un alto numero di preferenze nonostante l'esito disastroso del suo partito, del quale diventa capogruppo nella stessa Regione.
Infine, la candidatura di cui sopra.

Come lei stessa tiene a chiarire ogni volta che qualcuno gliene dà la possibilità, candidandosi non ha cercato lo scontro né con Renzi, né con Bersani: ha voluto piuttosto proporre un'alternativa ad una lotta fratricida in seno ad un partito che ha perso molti dei suoi elettori. Parlare solo di elezioni ha distolto l'attenzione dei politici dai programmi e dalle proposte ai cittadini, i quali vorrebbero vederli impegnati a risolvere i problemi della comunità invece di assistere ai battibecchi per le poltrone.
Nonostante affermi di avere un ottimo rapporto con Bersani, la Puppato contesta il rapporto del partito di cui è segretario con i giovani: le loro candidature dipenderebbero non da competenze specifiche, ma dal loro grado di fedeltà a chi comanda. Non è clemente nemmeno con Renzi: quella della lotta generazionale sarebbe una trovata per raccattare voti. Salvo poi ammettere che al Pd serviranno la competenza del più anziano unita alle energie del più giovane... magari con una donna al comando a fare da paciere.

Dal suo sito apprendiamo che la campagna elettorale toccherà una trentina di città raggiunte esclusivamente in treno e si baserà sull'aiuto di volontari e comitati sorti spontaneamente in giro per il Paese. 
La comunicazione sarà portata avanti tramite internet (la Puppato ha un blog sul Fatto Quotidiano e  uno su Micromega, il già citato sito, e profili su praticamente tutti i social network esistenti) e l'obiettivo sarà di ottenere il massimo risultato con la minima spesa.

Andiamo al sodo: cosa farebbe Laura Puppato se venisse eletta a capo del partito e magari anche del Paese?
Il suo programma è orientato principalmente all'economia verde, al risparmio energetico e allo stop edilizio: niente più nuove costruzioni a deturpare l'Italia, meglio ristrutturare quelle che già ci sono. 
Quali siano le energie da sfruttare (idrica? eolica? geotermica?) non viene specificato, come anche quali possano essere i siti da prendere in considerazione per la costruzione di nuovi impianti o quali saranno i fondi stanziati a questo scopo.
Nessun accenno al finanziamento alla ricerca in campo tecnologico per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale o a temi di importanza capitale come grandi opere (TAV o non TAV?) e acqua pubblica.

Sotto la voce lavoro, la proposta base si riallaccia all'idea dell'energia sostenibile, che porterebbe migliaia di nuovi posti di lavoro. 
La proposta più concreta è quella di assicurare un posto di lavoro stabile alle nuove generazioni attraverso una diminuzione del 30% del costo dei contratti a tempo indeterminato, di cui un 20% recuperato dal fisco e un 10% di riduzione del salario dei nuovi assunti. 
Come dire: stipendio basso, tasse più alte ma almeno un lavoro con cui pagarle.
Inoltre la Puppato auspica che si possa depennare il contratto a tempo determinato per sostituirlo con qualcosa di più rispettoso dei diritti del lavoratore. Il programma, però, non scende nei dettagli.

Altra tematica importante per un politico italiano è quella dei costi della politica: il programma parla di imporre un tetto ai finanziamenti pubblici ai partiti, impone trasparenza di bilancio e criteri di massima onestà per la scelta di candidati da parte del partito, il quale dovrà rifiutare chiunque non sia incensurato. Criteri che non vengono chiariti.
In tema di diritti civili, invece, emerge una politica più decisa: Laura Puppato è favorevole al testamento biologico, al riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di immigrati, alle unioni tra omosessuali e alla fecondazione eterologa
Sono queste, forse, le principali differenze emerse tra lei e gli altri candidati alle primarie e lei stessa riconosce di essere praticamente la sola a sostenere queste posizioni.

La maggiore critica che la Puppato fa al suo partito è di non riuscire a prendere delle decisioni per paura di deludere una parte degli elettori. Da oggi, però, se ne aggiunge un'altra: in un'intervista a Libero emerge l'ultima polemica riguardante i meccanismi poco chiari delle primarie
Già nei giorni scorsi, infatti, era stato chiesto ai candidati di raccogliere "95 firme tra i delegati all'Assemblea Nazionale o, in alternativa, le firme del 3% degli iscritti al Pd (18mila persone). Il tutto in una settimana", e ancora, "sabato è stato deciso che, oltre a quanto detto, i candidati debbano in soli 10 giorni (entro il 25 ottobre) raccogliere 20mila firme di elettori del centrosinistra, riconosciuti non si sa bene come, con il limite di non più di 2mila per Regione".
Insomma, una farsa per favorire la candidatura dei soliti noti, che spiegherebbe anche come mai sia stato concesso poco spazio alla Puppato su tv, giornali e radio.

Laura Puppato appare a molti elettori del centrosinistra come la persona più credibile e onesta che il partito possa offrire in questo momento: non ha pendenze con la giustizia, afferma con forza le sue posizioni in campo di diritti civili ed è un'icona di sobrietà. 
Lavora però all'interno di un partito che la critica aspramente o peggio la censura. Critica le lotte di potere e poi le alimenta candidandosi a sua volta. Critica atteggiamenti classisti di chi vuole rottamare il partito e poi cerca l'appoggio delle associazioni femministe per il solo fatto di essere una delle poche donne in politica, come se la lotta tra sessi non fosse controproducente esattamente come quella generazionale.
Inoltre, fermo restando che energie rinnovabili e sviluppo sostenibile possano e debbano essere una grande risorsa per il nostro Paese, c'è da chiedersi come mai una che parla di sviluppo appoggi in pieno un governo tecnico foriero di riforme suicide per la nostra economia. 
Europeista al punto di candidarsi alle elezioni europee del 2009, la Puppato ha affermato che l'Unione ha portato enormi benefici a Paesi come Spagna, Portogallo e Grecia, tralasciando di dire che proprio in questi mesi gli stessi Paesi sono strozzati dalla BCE e dal FMI con un Piano volto a soddisfare le esigenze dei più forti della zona euro.
Il governo tecnico che il Pd ha sempre appoggiato sta smantellando la scuola e tagliando migliaia di posti di lavoro. Come fa un politico che appoggia Monti a parlare di sviluppo, oltretutto diffondendo un programma che diventa misteriosamente fumoso proprio nei punti in cui i cittadini aspettano risposte concrete e in contrasto con l'austerity che ci è stata imposta?

Si ha l'impressione che i politici, per quanto in buona fede come sembra essere Laura Puppato, si accontentino di gridare al nuovo proponendo all'elettore la solita minestra riscaldata di sempre: si proclamano paladini dalle idee rivoluzionarie, ma non sono in grado di proporre programmi precisi, puntuali e credibili, limitandosi a ricalcare le politiche dannose e fallimentari di chi continua ad assicurare loro i privilegi di cui hanno goduto per anni. 
Ma soprattutto hanno perso il contatto con chi dovrebbe sostenerli.

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mercoledì 10 ottobre 2012

L'imprevedibile viaggio di Harold Fry

Il titolo, oltre a suscitare curiosità, risulta particolarmente azzeccato: di imprevedibile in questo viaggio c'è molto, inizio a parte.

Siamo nella tranquilla cittadina inglese di Kingsbridge, in casa di una inglesissima coppia di anziani. Entrando, ci colpisce l'immagine di un uomo rassegnato, Harold, che subisce l'acidità della moglie Maureen come se non avesse mai smesso di rimproverarlo. Un matrimonio normale, direbbero alcuni. Ma una lettera inattesa apre uno squarcio nel vissuto quotidiano: Queenie, amica di vecchia data di Harold, gli annuncia di avere il cancro e lo ringrazia della sua amicizia. Gli sta dicendo addio: è talmente evidente che lui scoppia a piangere, rivelandosi in tutta la sua debolezza e sensibilità. 
Tenta di risponderle con qualche frase di circostanza: l'amica lo ha fatto sentire in colpa perché non l'ha cercata in tanti anni di lontananza e lui è deluso, arrabbiato, addolorato. Maureen mormora che le dispiace, torna a sbrigare le sue faccende e lo accompagna borbottando alla porta quando lui va ad imbucare la lettera.
Harold ha fame e si ferma a mangiare un hamburger. Scambia due parole con la ragazza che lo serve, piuttosto insulsa e dall'aria stupida. Le parla di Queenie con ingenuità disarmante e lei gli parla di una sua zia, anche lei colpita dal cancro. Gli dice che l'unica possibilità è nella fede, ma non in senso religioso: bisogna credere di poter fare la differenza, perché sono tante le capacità che non sappiamo di avere. 
Uscendo dal fast food, Harold non riesce a smettere di pensare alla sua responsabilità nei confronti della malata e comincia pian piano a convincersi di poter fare qualcosa di concreto per lei. Evita di imbucare la lettera alla prima occasione, poi alla seconda, alla terza. Continua a camminare. Ad un tratto, fa una promessa: "finché camminerò, lei vivrà".
Non si può pensare che Harold creda davvero in un patto con Queenie, né che effettivamente una cameriera sia riuscita a trasmettergli una forza simile. Perché Harold è ancora l'uomo remissivo, debole e ingenuo che abbiamo conosciuto all'inizio. Eppure sostituisce il biglietto destinato all'amica con uno in cui le chiede di attenderlo finché non arriverà e dopo chiama la moglie per dirle che è partito. Maureen si infuria, protesta, ma non può impedirglielo.
Rimarrà a casa a fissare il telefono e ad aspettare le cartoline che la informano dei suoi progressi, ma soprattutto a riflettere.

Si, perché non bisogna farsi ingannare: la copertina è molto spiritosa, lo stile è scorrevole, la storia è piena di avventure, ma riuscire a star dietro ad Harold è molto difficile. 
Con un nome adatto più ad un cartone animato che ad un uomo della sua fragilità, Harold suscita tenerezza in chi lo incrocia e a volte viene deriso per il suo progetto, ma non è un semplice credulone. E' un uomo disperato in cui qualcosa è esploso vent'anni prima, distruggendo quel poco di serenità che era riuscito a conquistare dopo un'adolescenza difficile, terminata bruscamente quando il padre lo ha messo alla porta, all'età di 16 anni. 
La sua vita, più che affiancarlo nel cammino, lo insegue. La parte più facile è proprio camminare, mentre sono i ricordi a trafiggergli i piedi ed incurvargli le spalle. La sua onestà intellettuale e la sua nuova coscienza, costruita giorno dopo giorno e un piede avanti all'altro, sottolinea i suoi limiti e glieli agita sotto il naso, chiedendogli di superarli. 

Ogni tappa del suo viaggio lo porta ad una conquista. 
Innanzitutto riacquista il suo rapporto con la terra, che gli ha dato la vita e non ha mai smesso di mostrarsi in tutta la sua bellezza e la sua generosità. Da subito, infatti, Harold e la natura sembrano vivere in simbiosi: cieli infiammati dal sole dell'alba per la sua meraviglia, oceani di fiori per i pensieri che hanno bisogno di più spazio, nuvole di un grigio tagliente per i ricordi dolorosi, pioggia battente per un senso di abbandono e smarrimento che non lo lascia mai.
Il primo a dimostrargli di non essere all'altezza è il corpo: talloni induriti, dolori lancinanti ai polpacci e lividi accompagnano i bisogni più comuni, quelli che ci spingono a rifugiarci in casa, sotto un ombrello, fra i lembi di un cappotto. Harold rinuncia ad ogni protezione e accetta il dolore fisico, portandolo con sé come un compagno di viaggio, il più fedele. 
Il secondo grosso limite è la solitudine: la avverte come una colpa che gli altri gli hanno inflitto per la sua inadeguatezza e si rimprovera di continuo per la sua mancanza di carattere, con la quale giustifica la carenza di affetto nei suoi confronti da parte di persone importanti come sua madre. 
Ma continua a camminare, obbedendo ad un impulso fortissimo e scopre di avere una grande virtù: quella di saper ascoltare. Sono tante le storie che Harold ascolta durante il viaggio e le persone che riesce ad aiutare per il solo fatto di aver preso una decisione così grande, proprio lui che ha paura di disturbare con un rumore di troppo o una parola inopportuna, lui che ha passato la vita a tenere la testa bassa e ad evitare qualsiasi contatto fisico con gli altri. Anche la sua attitudine a passare inosservato si trasforma in un punto di forza: le persone vedono in lui la loro stessa fragilità e si abbandonano al dialogo.
Il contatto con gli altri, improvvisamente così intimo, diventa totale quando un gruppo di proseliti comincia a seguirlo e a trattarlo come fosse il loro guru. Sono persone altrettanto disperate che non hanno la forza di mettersi in cammino da sole e hanno bisogno di qualcuno che le guidi, ma senza condividerne completamente gli intenti; tra loro, alcuni manipoleranno Harold per i loro interessi, altri semplicemente lo abbandoneranno, facendogli rivivere i momenti più dolorosi della sua esistenza.
La semplicità di Harold impone un cambiamento anche in Maureen, che si era abituata ad addossargli le colpe di tutta una vita e ora, davanti alla sua presa di coscienza, deve rassegnarsi a deporre le armi e a mettersi in cammino pur rimanendo a casa. Guardarsi indietro significherà trovare la forza di andare avanti, soprattutto per il bene del marito, che la sta aspettando per l'ultima tappa, la più difficile.
Alla fine del suo viaggio, Harold deve affrontare il suo limite più grande: l'impotenza. Ha capito di essere mortale, fragile, limitato, inadeguato, ma non ha smesso di camminare perché pensava, in questo modo, di esercitare un potere sulla vita. Anche la sua ultima certezza, però, verrà messa in discussione per sempre.

Dunque, un bel libro. Non bellissimo: la parte centrale si concentra unicamente sulle emozioni dei personaggi e sulla loro evoluzione psicologica. Le loro vite si rivelano ai nostri occhi come carte da gioco: un ricordo dopo l'altro scivola lentamente nelle mani del giocatore di poker, lasciandoci in attesa della prossima carta, del prossimo pezzo del puzzle. Poi, improvvisamente, verso la fine la storia mette il turbo e siamo sopraffatti da una valanga di novità: neanche un americano avrebbe dato spazio a tanti colpi di scena. E pensare che la Joyce è inglese.
Di sicuro l'autrice o chi per lei ha fatto un lavoro di promozione molto valido: la copertina è vivace e giovanile, al punto da far pensare ad un libro per ragazzi, la storia è curiosa e avvincente, i personaggi sono credibili e le emozioni sono descritte con acume e sensibilità. 
La natura è forse un pò troppo presente: le descrizioni del panorama abbondano e verso la fine diventano un pò stancanti. 
Harold è su twitter, su facebook e in radio, ne hanno parlato persino alla BBC. Figuratevi che, quando ho acquistato il libro, mi è stata regalata una shopper di tela con la stampa del percorso di Harold!
Insomma, ha tutta l'aria di un best seller e noi glielo auguriamo.

Harold si è lasciato morire per vent'anni, stanco di soffrire. Ma quando un'amica sincera, forse l'unica che abbia mai avuto, gli scrive per dirgli addio, lui si ritrova a camminare da un capo all'altro dell'Inghilterra con un paio di scarpe da vela ai piedi. Insieme a lui comprendiamo il dovere di essere indifesi di fronte alla vita, di accettare il male che ci dà e di lasciarci amare da lei. Follemente.

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lunedì 8 ottobre 2012

Ridate a Cesare quel che è di Cesare


Notizia di ieri: la Chiesa non pagherà l'IMU sui suoi beni immobili. 
A deciderlo è stato il Consiglio di Stato, cioè il supremo organo che, tra le altre cose, tutela i diritti e gli interessi legittimi dei privati nei confronti della Pubblica Amministrazione. Dalla sua sede di Palazzo Spada, dunque, passano decisioni importanti, basti pensare alle gare d'appalto.

Occorre una piccola introduzione per capire di cosa stiamo parlando.
La nuova tassa sugli immobili introdotta dal governo Monti riguarda le abitazioni sia private che ad uso commerciale (tipo i negozi): prima avevamo una tassa simile, l'ICI, che il governo Berlusconi tolse di mezzo e che ora è risorta. Alleluia. Forse la principale differenza tra IMU e ICI è che la prima si impone anche agli immobili religiosi non usati propriamente per il culto, sorte che tocca anche alle associazioni no-profit.
Stiamo parlando del bar dell'oratorio o di sedi in cui, ad esempio, convivono un convento e un albergo.
Dopo lo scoppio di una polemica scatenata da qualche malpensante che non credeva ad una Chiesa obbligata a pagare una tassa, il Ministero del Tesoro ha diffuso un comunicato stampa in cui diceva che il ministro Vittorio Grilli aveva trasmesso "lo schema di regolamento di attuazione dell'articolo 91 bis, comma 3, del ddl numero 1 del 2012, convertito in legge numero 27 del 2012". Il comma in questione prevede appunto la tassazione delle "unità immobiliari con sedi miste", sul tipo di quelle illustrate poco più su.
Il Consiglio di Stato, però, non solo ha bocciato il regolamento, ma ha bacchettato il Ministero: non è affar suo stabilire se un'attività è commerciale o meno, dicono i giudici. O si rispetta il ruolo dell'Agenzia delle Entrate, o si fa una legge apposita.

Partono le prime due riflessioni. 
Tanto per cominciare: è opportuna una diatriba sulle imposte da far pagare o meno alla Chiesa nel momento in cui il peso delle tasse sui redditi degli italiani è salito al 44,7% e le imprese più piccole sono strozzate da IMU, IRAP e contributi? E ancora: è possibile che un ministro non sia riuscito a stilare un regolamento in modo corretto o non è più semplice pensare che ci stiano prendendo in giro per farci stare buoni?

Alla seconda domanda non posso rispondere con certezza. Alla prima invece si.
Ieri, cercando qualche notizia in più su questa faccenda, ho trovato parecchi post che definirei diversamente interessanti di liberi pensatori secondo i quali chiedere alla Santa Sede di pagare le tasse allo Stato italiano è come pretendere che la Francia o la Spagna paghino le nostre imposte, visto che lo Stato del Vaticano è indipendente e sovrano. Sempre secondo queste persone, la Chiesa Italiana (rappresentata dalla CEI, cioè la Conferenza Episcopale Italiana), gode delle stesse agevolazioni fiscali riferibili a qualsiasi cittadino, visto che non esiste alcuna norma nell'ordinamento italiano che esenti la Chiesa dal pagare i tributi in quanto Chiesa Cattolica.
A questo punto mi sembra evidente una certa confusione in materia, quindi no, parlare della questione non è opportuno, ma forse è utile.

Innanzitutto è vero che lo Stato del Vaticano è uno Stato indipendente esattamente come quello italiano: la sovranità territoriale è stata concordata con i Patti Lateranensi del 1929
Bisogna aggiungere, però, che le zone extraterritoriali della Santa Sede si estendono per una superficie complessiva di 700.000 m2 solo a Roma e provincia: un quarto del patrimonio immobiliare romano è nelle mani della Chiesa, che negli ultimi anni ha cominciato a fare trading immobiliare vendendo beni per oltre 50 milioni di euro. Il patrimonio gestito dallo IOR, la banca del Vaticano, e dall'APSA, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, sfiora i sei miliardi. Il giro d'affari del turismo religioso a Roma è stimato intorno ai 150 milioni di euro.

Vi starete chiedendo cosa c'entra tutto questo con la sovranità territoriale. Niente, sono solo le cifre di tutti i soldi che il Vaticano, Stato indipendente e sovrano, ricava da monumenti e immobili presenti sul suolo dell'Italia, altro Stato altrettanto indipendente e sovrano. 
Avete mai provato ad entrare nella Città del Vaticano? Se non avete visti particolari e non ci lavorate vi cacciano fuori a calci. Però loro da noi possono entrare quando vogliono. E non solo.
A chi pensate che vendano i loro immobili? Dovete sapere che da quindici anni a questa parte la Chiesa è protagonista di diversi sfratti a famiglie in difficoltà che risiedevano nelle case gestite dagli enti religiosi: nel momento in cui le abitazioni hanno riconquistato valore sul mercato è partita la caccia al miglior acquirente, che guarda caso è spesso e volentieri un politico al quale chiedere dei favori preziosi. 
Dunque non si limitano a possedere il 20% del patrimonio immobiliare italiano, ma lo usano per influenzare la politica a loro favore. 
Dicesi sovranità nazionale.

Direte voi: va bene, ma almeno gli immobili di importanza storica saranno ristrutturati a spese dello Stato del Vaticano, visto che è loro competenza.
Anche no e vi faccio un esempio.
L'organizzazione che gestisce i beni immobiliari della Santa Sede si chiama Propaganda Fide e ha sede a Piazza di Spagna, in un palazzo storico gigantesco che appartiene, appunto, allo Stato del Vaticano. L'ex ministro dei trasporti Pietro Lunardi ha finanziato la ristrutturazione del palazzo in cambio di appartamenti di proprietà dell'organizzazione concessi a prezzi stracciati. Per giustificare l'elargizione delle forti somme di denaro, si disse che in cambio i cittadini italiani avrebbero ottenuto l'opportunità di accedere ad una biblioteca situata all'interno del palazzo. 
Ovviamente non esiste nessuna biblioteca.

Si stima che se la Chiesa pagasse l'IMU nelle casse italiane entrerebbero circa 600 milioni di euro. A Bruxelles questi si chiamano aiuti di Stato ed è in corso un'indagine che potrebbe concludersi con delle sanzioni ai danni della Santa Sede.
Le precisazioni che seguono sono dedicate a chi non pensa che la Chiesa sia agevolata dal punto di vista fiscale. Ricordo a queste persone che anche se nell'ordinamento italiano non viene menzionata la Chiesa cattolica in riferimento ai tagli sulle imposte, i Patti Lateranensi sono ancora in vigore e anzi sono stati aggiunti ulteriori vantaggi per lo Stato del Vaticano dopo la revisione alla quale sono stati sottoposti nel 1984
Tralasciamo l'ICI, visto che ne abbiamo già parlato, e vediamo cosa rimane.


  1. La Chiesa paga solo il 50% dell'IRES, l'Imposta sul Reddito delle Società;
  2. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'Imposta locale sui redditi dei fabbricati;
  3. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'Imposta sull'incremento del valore degli immobili;
  4. I canoni, le spese per la manutenzione o il restauro dei beni e le spese per le attività commerciali svolte dall'ente sono deducibili dal reddito complessivo degli enti ecclesiastici;
  5. La Chiesa è esentata dal pagamento dell'IVA per le prestazioni rese da enti di beneficienza, ospedali, ricoveri e scuole;
  6. I sacerdoti non pagano l'IRAP sulle retribuzioni loro corrisposte;
  7. La Chiesa non paga i diritti doganali e daziari per merci estere dirette alla Città del Vaticano o agli Istituti della Santa Sede;
  8. I lavoratori assunti in società di proprietà del Vaticano sono esenti dal pagamento dell'IRPEF anche se la sede della società è in territorio italiano;
  9. Le scuole private confessionali godono di sovvenzioni statali;
  10. Gli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche godono di trattamenti contrattuali migliori rispetto ai colleghi;
  11. La Chiesa gode di fornitura idrica gratuita per la Città del Vaticano (art.6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d'Italia del 1929, non modificato dalla revisione del 1985), per un consumo annuo attestato sui 5 milioni di m3;
  12. Lo Stato Italiano prevede finanziamenti per "emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario": le uniche che rispondono ai requisiti richiesti sono Radio Padania Libera (cioè la radio della Lega Nord) e Radio Maria;
  13. Lo Stato Italiano prevede finanziamenti per l'assistenza religiosa negli ospedali pubblici: in ogni struttura sanitaria pubblica o privata deve esserci almeno un "assistente religioso", uno per ogni 350 posti letto in strutture che ne hanno più di 700. Gli assistenti devono essere assunti dalla struttura ospedaliera ospitante, che deve mettere a disposizione spazi per le funzioni del culto, alloggi per gli assistenti, uffici e arredi e deve sostenere le spese necessarie al loro mantenimento, comprese quelle di illuminazione e riscaldamento.
Ho intenzionalmente lasciato per ultimo il famigerato 8xmille, cioè una somma raccolta tramite l'IRPEF che in base alla legge 222 del 1985 deve essere destinata "in parte a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e in parte a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa Cattolica". 
Oggi tutti i cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere a chi destinare questa somma: solo il 40% degli aventi diritto opera una scelta e di questi, circa l'80% sceglie la Chiesa Cattolica. 
Il problema è che se uno non prende una decisione i soldi vanno automaticamente alla Chiesa, alla quale in questo modo arriva l'80% di tutto l'8xmille: parliamo di circa un miliardo di euro all'anno, di cui più di un terzo viene usato per gli stipendi dei sacerdoti e solo un quarto è dedicato agli interventi caritativi, senza contare i soldi utilizzati per la pubblicità della Santa Sede, che ne ha bisogno e la usa come qualsiasi azienda sulla faccia della Terra.
Ne ha talmente bisogno che ha appoggiato la decisione della Chiesa tedesca di poco tempo fa: chi non versa l'8xmille non può accedere ad alcuni sacramenti, non può proporsi come padrino/madrina di battesimo e non potrà godere di funerale celebrato in Chiesa.

Un'ultima considerazione, ma non in ordine di importanza, riguarda il legame tra lo Stato Vaticano e la nostra politica italiana.
Negli ultimi anni i finanziamenti statali all'edilizia popolare (cioè quella che si occupa di costruire abitazioni popolari) sono stati praticamente azzerati, mentre è stato stanziato più di un miliardo di euro per la costruzione di nuove chiese da parte del Vaticano. In Italia c'è la maggiore concentrazione di chiese al mondo e per me questo evidenzia il potere del Vaticano di controllare il territorio italiano in modo capillare.
Pensateci: la DC ha governato per trent'anni nel nostro Paese soprattutto grazie alla propaganda fatta dagli altari durante la messa. Inoltre c'è un politico cardine della nostra storia moderna, una persona che è stata dichiarata mafiosa e non è stata perseguita solo perché il suo reato era caduto in prescrizione. Ha fatto il bello e il cattivo tempo in Italia per parecchi anni, conquistando il potere e mantenendolo anche grazie all'appoggio incondizionato della Chiesa. 
Sto parlando di Giulio Andreotti, che oggi riveste il ruolo di Senatore a Vita.

La mia conclusione è che nessuno vuole negare che lo Stato del Vaticano sia indipendente e sovrano, ma ognuno deve essere indipendente e sovrano a casa sua. 
Se la Russia avesse la stessa quantità di sedi che il Vaticano ha sul suolo italiano, permettesse il riciclaggio di denaro attraverso una banca con sede a Roma e guadagnasse una grande quantità di denaro grazie alla compravendita di beni immobili nelle nostre città, influenzando i nostri politici, forse non sarebbe necessario scrivere certi post. Forse risulterebbe ovvio che qui se c'è qualcuno che usurpa la sovranità nazionale altrui, quella non è l'Italia. 

Agli amici di facebook, un suggerimento: vi passo il link di qualcuno che definisce chi condivide la mia conclusione come una pecora che non si informa prima di parlare. A mio avviso, urge un commento a tono.

http://www.facebook.com/notes/papa-benedetto-xvi/ma-quali-privilegi-e-ici-la-chiesa-le-tasse-le-paga-sei-non-sei-anche-tu-una-pec/247474578607943/

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domenica 7 ottobre 2012

Wall Street - Il denaro non dorme mai

Uscito nel 2010, è il sequel di Wall Street, film del 1987 dello stesso regista, il mitico Oliver Stone. Il soggetto è lo stesso: Gordon Gekko, l'anti-eroe interpretato da Michael Douglas venticinque anni fa, che ritroviamo un pò invecchiato ma ancora parecchio in forze.
Stone riprende il filo della storia per raccontare come è cambiata l'economia da quando Gekko è finito in galera: se prima ne aveva evidenziato la pericolosità, ora non può fare altro che confermare la sua idea alla luce degli avvenimenti del 2008.

Stessi protagonisti, stessi luoghi (anche comuni, con le ragazze bellissime sempre disponibili nei locali per ricconi e lo champagne che scorre a fiumi), ma se gli si parla di remake, Stone si arrabbia. La sua opera non va intesa come un semplice ve l'avevo detto, ma si propone come qualcosa di più: addirittura una saga familiare.

Calma, dall'inizio.

Gekko ha sfruttato i suoi otto anni di detenzione per riflettere sui suoi errori e si è reso conto che l'avidità sta portando i suoi colleghi manager di Wall Street a giocare col futuro dei cittadini ignari, spendendo i loro risparmi per titoli spazzatura e scommettendo su una crisi che loro stessi stanno causando. Ne avrete sentito parlare: dopo la bolla finanziaria del 2008 non ci siamo ripresi più, visto che le misure prese per evitare la chiusura delle principali banche hanno determinato la crisi economica che oggi stiamo cercando di affrontare senza particolare successo.
Ebbene, Gekko ha capito che l'unica cosa importante per lui, che ormai è solo un vecchio, è riconquistare la fiducia della figlia Winnie, la quale non gli rivolge più la parola e lo incolpa della morte del fratello, avvenuta per droga.
Mentre il padre era al fresco, Winnie ha aperto un blog di successo che punta a svelare i segreti del potere. Nome: La dura verità
Quando si dice originalità. 
Si è anche fidanzata col giovane broker Jake Moore, il quale vive la crisi da un altro punto di vista, più intimo: la banca per la quale lavora, la Keller Zabel, fallisce a causa delle speculazioni di altri manager e Louis Zabel, anziano fondatore della banca e mentore di Jake, si suicida buttandosi sotto un treno. Distrutto dal dolore, il ragazzo decide di vendicare Louis.
A questo scopo, avvicina Gordon dopo un incontro all'univesità dove Gekko ha tenuto una conferenza, presentandosi come il fidanzato di sua figlia e riuscendo così ad attirare la sua attenzione. Appena Gekko capisce che il broker ha bisogno di informazioni su chi ha tradito Zabel, gli propone uno scambio: un incontro con sua figlia per cercare la riconciliazione in cambio di tutte le notizie che sarà in grado di fornirgli sfruttando i suoi vecchi contatti.
Da quel momento, Jake mente a Winnie evitando di confessarle il suo incontro col padre, il quale riesce ad ottenere con fatica una seconda possibilità.

Ora avete capito perché Stone non vuole parlare di sequel? 
Il film non parla dei meccanismi che hanno portato al crollo delle borse del 2008, della cartolarizzazione o dei credit default swap, ma li pone come base per un dramma familiare, meglio ancora per una riflessione su ciò che ci porta a tradire chi ci è più vicino se c'è l'occasione di trarne un profitto.
Nel film la scintilla è Winnie: la ragazza non è particolarmente intelligente (come si fa ad imputare alla mancanza di un padre rinchiuso in carcere la tossicodipendenza del proprio fratello?), piagnucola per tutto il film e non è nemmeno coerente, dal momento che a Gekko bastano un paio di frasi per farla tornare a sorridere, ma è la chiave di tutto. Per un piccolo dettaglio: a suo tempo il paparino le aveva messo da parte dei soldi su un conto svizzero. E ora quella somma serve sia al futuro marito, nei guai per un investimento che non può più sostenere e senza più un lavoro, sia allo stesso papà, che anche se ripete all'infinito di essere ormai fuori dai giochi, in realtà non vede l'ora di tornare ai bei vecchi tempi e avrebbe proprio bisogno di un prestito.

Dunque, il velo cade e quello che resta non dipende né dal sistema bancario, né dall'avidità: abbiamo un uomo che tradisce la fiducia della propria compagna con l'alibi di una vendetta poco pulita e che in realtà vuole solo fare tanti soldi e un padre che sparge qualche lacrima sulla figlia che aveva abbandonato per ottenere altri soldi. Ecce homo.
Come cornice per questi lieti eventi, personaggi meno rilevanti come quello della madre di Jake (Susan Sarandon), una ex infermiera che si è buttata nel mercato immobiliare e non riesce a vendere nemmeno uno stanzino, per cui chiede continui prestiti al figlio.

La regia è come sempre limpida, geniale e priva di fronzoli, ma chi si ricorda il film del 1987 non può che rimanere deluso: niente descrizioni semplici di meccanismi complessi, solo un accenno agli eventi salienti della nostra storia economica moderna. In compenso sentimentalismi e americanate non mancano. 
Tanto per cominciare, la scelta dell'attrice per il ruolo di Winnie: Carey Mulligan ha un bel visino, ma per il resto è davvero insignificante. Attori veri come Frank Langella, Charlie Sheen e Eli Wallach lasciati in secondo piano, un cattivo dell'importanza di Josh Brolin ridicolizzato nella sua sete di potere e un giovane e bravino attore come Shia LaBeouf nei panni difficili di Jake Moore non possono reggere accanto ad una presenza come quella di Michael Douglas, che per l'interpretazione di Wall Street aveva conquistato nientemeno che l'oscar come migliore attore protagonista. 
Il film appare quindi sbilanciato: anche se Stone dice il contrario, è evidente il ricorso agli attori che avevano lavorato con lui più di vent'anni fa per tutte le scene chiave, mentre ha preferito un'attricetta mainstream e un attore più convincente per il ciuffo che non per le sue doti artistiche per i momenti più patetici (="che suscita commozione, compassione o tristezza"). 
La mia tesi è confermata dagli incassi, che in Italia hanno superato di poco i tre milioni di euro.

Oliver Stone ha ragione: non bisogna partire dal presupposto che questo film sia un remake, altrimenti non si riesce a coglierne il messaggio profondo
Il regista ci offre uno spunto di riflessione a mio avviso molto più importante di qualsiasi nozione potesse trasmetterci sugli avvenimenti economici che gli fanno da sfondo: le crisi e la corruzione non sono evitabili semplicemente modificando un sistema finanziario o criticando le gerarchie del potere. Non è demonizzando i banchieri o i "ricchi" del mondo che lo cambieremo e ci costruiremo un futuro migliore. Ci dobbiamo guardare allo specchio per vedere le stesse persone che ci hanno portato alla disoccupazione galoppante e alla perdita di diritti fondamentali, per vedere quelli che ci prendono in giro ogni giorno
Siamo noi che permettiamo a queste persone di manipolarci, tutte le volte che ci rifiutiamo di informarci sul loro conto o che accettiamo di votarli perché sono amici di amici, perché dicono cose di cui ci vogliamo fidare e sulle quali non vogliamo riflettere.
Nel film la gente e la stampa sono praticamente invisibili: si scatenano solo quando si dà loro in pasto il caprio espiatorio di turno, ma non hanno un potere reale. Forse è ora di cambiare canale.

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mercoledì 3 ottobre 2012

Musica per vecchi animali

Musica per vecchi animali è un film del 1989 scritto e diretto da Stefano Benni e Umberto Angelucci.

Non credo siano in molti a conoscerlo: fu ritirato dalle sale dopo soli tre giorni e per quanto mi sia informata a quanto pare non è mai venuto fuori il perché. Non era di certo un problema di gradimento: aveva ottenuto ottimi incassi, anche se solo per qualche giorno. Ad attirare il pubblico non erano stati solo i nomi dei registi, ma anche i due mostri sacri presenti nel cast: Paolo Rossi e il mitico Dario Fo accompagnati da una giovanissima Viola Simoncioni

Il trio vive un'avventura surreale in una città in preda ad un'emergenza di cui le forze dell'ordine non vogliono rivelare l'origine: c'è il coprifuoco, le strade sono praticamente deserte e i palazzi distrutti come dopo un bombardamento, ma i messaggi diffusi dalla radio parlano continuamente di semplici esercitazioni militari e di misure di protezione dei civili. In questo quadro bellico, vediamo Dario Fo nei panni del sessantenne professore Lucio Lucertola, Paolo Rossi nel ruolo del giovane (e incredibilmente smilzo) meccanico Lee e Viola in versione Lupetta, una ragazzina un pò sboccata e molto sveglia. 
Fra i tre nasce un'amicizia che li porterà a proteggersi ed aiutarsi reciprocamente per raggiungere i propri obiettivi di fuga: Lupetta scappa da casa, dove i suoi non smettono di litigare e di desiderarla più normale (leggi: gestibile), Lee deve attraversare tutta la città per consegnare un regalo misterioso alla sua fidanzata, bloccata in un letto d'ospedale e il professore vuole rivedere il vecchio quartiere dove ha vissuto e insegnato, ora in macerie e nel bel mezzo  di una zona inaccessibile.

Se trovate qualcosa di familiare in questi personaggi è perché sono stati ispirati da quelli di Comici spaventati guerrieri, sempre di Benni, così come le altre figure che costellano il film: Sergio, alla ricerca di un quisipuò, cioè un posto dove si possa giocare a calcio senza le proteste di passanti e inquilini imbufaliti, o Astice, che tutte le mattine va a chiamare il professore per andare a pescare col suo sidecar e il suo salsicciometiccio (nel linguaggio benniano, un cane non di razza e piuttosto in carne) con l'otite.
Ovviamente ci sono anche i cattivi, ma non fanno paura. Uno è il fascista Rambo, che ce l'ha con tutti i giovani fannulloni perché non contribuiscono alla Produttività Mondiale: insegue Lee per un motivo ben più prosaico, e cioè che gli ha fregato la macchina. L'altro ostacolo sono i poliziotti e i militari che impongono posti di blocco assurdi in giro per la città, costringendo i nostri ad inventarsi una serie di stratagemmi per aggirarli.

Come avrete intuito, il film è delirante
Ci sono delle scene che sfiorano il ridicolo, come quando i tre si conoscono: Lee è fermo ad una pompa di benzina deserta perché l'auto è a secco, Lupetta si avvicina e salta su senza smettere di prenderlo in giro e il professore di introduce nella conversazione sbucando da dietro i cespugli. Poi appare il benzinaio fantasma che gli fa il pieno a modo suo, cioè dicendo: "La benzina non esiste, la benzina siamo noi!". E la macchina riparte a tutta birra dando il via all'avventura.
Cioè, non so.
Altro momento topico è quando, per sfuggire ai controlli, il trio si inoltra nella metropolitana, scoprendo un vero e proprio mondo sotterraneo: vucumprà, donne gatto, un uomo travestito da Elvis che prima cerca di ammazzare Lucio Lucertola e poi scatena una rissa per salvarlo, santoni, commercianti di quadri che non compra nessuno convertiti al narcotraffico ("Cosa vuoi? Eroina? Cocaina? Caterina? ...è mia sorella!"). Ma soprattutto Luna, la Regina che emula una farfalla nel balletto più brutto che io abbia mai visto, programmi della De Filippi esclusi.

Nonostante questo, anzi proprio per questo, il film è da vedere: si ride tanto e si riflette ancora di più. 
Particolarmente interessante è l'edificio delle banche, fornito di un allarme che suona quando un civile alza la voce. O il museo, con un guardiano d'eccezione: Francesco Guccini che, con un cappotto consunto, un cappellaccio da spaventapasseri e barbone d'ordinanza, ha raccolto tutti gli utensili della civiltà estinta e li mostra ai nostri eroi. 
Già dall'inizio, infatti, il mondo sembra reduce da un attacco atomico e una voce fuori campo, con piglio da archeologo, parla della società moderna come della civiltà della caffettiera, che in effetti è l'unica cosa per la quale forse dovremmo essere ricordati 
Pare fossero arrivati addirittura sulla luna, anche se poi non ne fecero niente...

Eppure la terra brulica di vita, anche se la gente si va a divertire in un mondo dove polizia e istituzioni non entrano e lavora in luoghi fatiscenti. 
Ci sono i ribelli come in tutte le dittature che si rispettino: uomini che scappano e corpi coperti da teli sull'asfalto. E Lupetta che urla al poliziotto che la riporta a casa: "Non mi dire che non è successo niente! Basta un solo posto, un solo giorno e io non ti credo più!".

Poiché il film è diventato più unico che raro, la cosa più semplice è andarlo a vedere sul sito di Benni, che lo ha gentilmente messo a disposizione degli internauti. Vi passo il link: http://www.stefanobenni.it/

Per quanto riguarda gli attori, l'unica interpretazione adatta al grande schermo è quella di Paolo Rossi. 
Dario Fo, nella sua indiscutibile bravura, è lo stesso che vediamo a teatro: stessi gesti, stesse pause, stesso ritmo di declamazione. In una scena, guardandolo ballare, sembra di rivedere Ruzzante. Anche due ragazzini come Sergio e Lupetta adottano un tipo di recitazione più indicata al teatro: i loro personaggi ricalcano quelli tipici di Benni, che è un autore decisamente teatrale
La predilezione per il monologo e il modo quasi fumettistico di costruire i dialoghi (frasi ad effetto, tono di voce quasi sempre alto, ritmi serrati) fanno di lui uno dei migliori scrittori in circolazione, ma sul grande schermo trasmettono un senso di artefazione e di dispersione che non funziona.
Il film somiglia più ad un racconto aiutato dalle immagini e interpretato da attori eccellenti che parlano e si muovono come a teatro e ne sembrano consapevoli.

Forse la razionalità esce sconfitta da certe scene e la realtà, pur essendo vicinissima alla nostra, è talmente estremizzata da richiedere uno sforzo di fantasia perché l'opera risulti gradevole.
Ma anche se il film non parla direttamente al cervello, vi posso assicurare che arriva dritto al cuore.
Buona visione!

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martedì 2 ottobre 2012

Di tutte le ricchezze - Stefano Benni


Il 26 settembre è approdato nelle librerie il nuovo libro di Benni. L'ho sorpreso sugli scaffali qualche sera fa: spesso basta una copertina con un nome atteso per farci sorridere. E qualche sera passata a leggere per dimenticare consiglieri vergognosi, politici corrotti e tutta l'italia con la i minuscola che ci sta mangiando il futuro.

Questa volta il protagonista è un professore dal ciuffo bianco, Martin. Le avete viste le foto dell'ultimo Benni, capello bianco arruffato e svolazzante annesso? 
Il prof dice di andare per i settanta (Benni ha 64 anni) e ha voglia di raccontarsi come tutti quelli che, arrivati ad un certo punto della vita, si guardano indietro. 
Insomma, si sente che il personaggio era in punta di penna già da un pò e si ha la netta sensazione di parlare direttamente con l'autore mentre si legge.
Non è solo la cultura che i due hanno in comune a renderli così simili (le citazioni letterarie abbondano più del solito), ma anche la ritrosia di chi, pur raccontando alla perfezione ciò che lo circonda, non sente di farne parte. Forse proprio perché, comprendendone l'essenza, se ne tiene a debita distanza.

Il professore è ormai in pensione e si è trasferito in quel di Borgocornio per seguire le tracce di un poeta, Domenico Rispoli detto il Catena, su cui ha svolto ricerche approfondite. I suoi saggi su questo personaggio misterioso, morto in manicomio in circostanze oscure, hanno contribuito a rendergli un'ottima fama tra i suoi colleghi e lettori.
Martin continua ad esaminare i documenti che ha raccolto sul Catena e l'unica cosa che fa ancora con passione è scrivereInfatti, Martin è anche l'autore di versi ora divertenti e ritmati, ora riflessivi, pacati o arrabbiati posti all'inizio di ogni capitolo, quasi come un rito ipnotico prima del racconto. 
Essi fanno da ponte con la realtà, come quando parlano dei complici, cioè quelli che passano la vita ad assecondare un padrone potente senza farsi importunare dai propri principi morali, sempre che ne abbiano ("gli prestano il coltello e ripuliscono il sangue").
Ad affiancarlo occasionalmente nella solitudine: un coetaneo che si è fermato al '68, fuma maria e indossa ancora pantaloni scampanati e gilé di cuoio meritandosi il soprannome di Vudstok, il conformismo e la chiusura dei paesani, che pur abitando sugli Appennini adottano un improbabile accento romano e l'odioso e ignorante collega Remorus. 
Benni non molla il tema a lui caro della decadenza della società moderna e anzi lo insegue e lo sviluppa dall'alto dei suoi sessanta-quasi-settant'anni, con un pizzico di alterigia che ben si addice ad un uomo della sua età.
C'è chi può. E Benni può.

La grande protagonista insieme al professore è la natura, rappresentata dai suoi inquilini, gli animali, coi quali Martin parla ogni giorno. Gli offrono consigli, lo prendono in giro e in generale alleviano la solitudine dell'uomo solo e con un figlio lontano chilometri.
Il ruolo migliore è affidato al cane, il terranova Ombra, di cui conosciamo non solo i pensieri, ma anche gli atteggiamenti tipicamente canini attraverso i quali non smette mai di comunicare e che obbediscono ad un regolamento preciso: il dodecalogo del cane
Ho apprezzato particolarmente il quarto comandamento, quello che recita "chi ti abbandona non ti merita".
Significativa in questo contesto è la descrizione della caccia, attività tipica degli abitanti del posto. Martin sembra accettarla, ma di fatto non smette mai di ridicolizzarla: prima insinuando che il nome del paese dipenda dal modo in cui le mogli dei cacciatori collaudano i letti quando i mariti non ci sono, poi descrivendo la vendetta di un cinghiale impagliato che si stacca dal muro del ristorante dove è stato appeso per ammazzare il cuoco che si vanta della sua uccisione.
Visionario si, sanguinario no: Benni la scena la fa solo sognare al professore addormentato, ma rende comunque l'idea.

Dunque, Martin è un uomo dotto che combatte contro la solitudine ascoltando musica dal lettore Mp3 ribattezzato Umbertofono dal nome di suo figlio che glielo ha regalato. E' l'inventore di ricette che chiunque viva da solo ha sperimentato almeno una volta, come il Vitello alla Ricordati-di-me, il cui ingrediente principale è la memoria: se lo si dimentica sul fuoco diventa vitel tonné, cioè va sostituito con una scatoletta di tonno.
E soprattutto, Martin non può rinnegare ciò che è stato: un tombeur de femme che si è innamorato una sola volta nella vita e che conserva un ricordo doloroso dentro di sé, in attesa che un'anima gentile possa liberarlo dal rimorso. L'anima gentile arriva: ha capelli biondi e occhi azzurri e risponde al nome di Michelle.
Non che sia un essere etereo: ha i suoi bei problemi col compagno Aldo, insieme al quale si trasferisce in una casa vicina a quella del professore per sfuggire dalla città. I due rappresentano le generazioni di giovani che soffrono per le mille incertezze lavorative, artisti o presunti tali che oggi più di ieri si aggrappano alle occasioni per costruirsi un futuro e che spesso si devono abbassare a compromessi sporchi per un giorno di speranza in più.
Michelle ha bisogno di essere ascoltata e Martin, di ascoltarla. Oltre ad assomigliare alla ragazza che, secondo una leggenda del borgo, si è suicidata in un lago vicino, Michelle colpisce il professore per un'altra somiglianza con una persona importante per lui, cosa che farà abbassare le sue difese davanti al fascino di lei e che riporterà a galla il passato.

No, non se la porta a letto.

Di tutte le ricchezze che il loro incontro offrirà, l'ultima è un valzer con la vita, che trascinerà Martin ad una festa alla quale da solo non sarebbe andato e in discorsi che non aveva più le energie e la lucidità di affrontare. Grazie a Michelle, l'uomo di un tempo balla su una pista nuova, eppure costellata di ricordi: in lei rivede ciò che è stato e trova il coraggio di accettarsi per ciò che è.
I centauri del bar Marlon (e figurati se non c'era un bar da qualche parte del libro), la discoteca Bully con tutta la droga che ci gira, la strage degli animali inseguiti da cacciatori ottusi perdono, a questo punto, l'importanza dei temi centrali. Avrebbero potuto averla in libri come Margherita dolcevita o L'ultima lacrimaNon stavolta: si riducono ad un bisbiglio coperto dalla musica in tre quarti e nel cerchio di luce, alla fine del valzer, il ballerino rimane solo
Il buio intorno e un terranova affianco.

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lunedì 1 ottobre 2012

Reality


Uscito tre giorni fa nelle sale, Reality è il nuovo film di Matteo Garrone, il regista di Gomorra. Il cast è d'eccezione: Loredana Simioli, Nando Paone, Nello Iorio, Graziella Marina... ma soprattutto Aniello Arena nei panni del protagonista Luciano Ciotola, napoletano umile e non troppo onesto.
Non è mai stata una Napoli pulita, quella di Garrone: siamo lontani dai personaggi tutto d'un pezzo alla Eduardo, ma anche dalla faciloneria del tifoso. Finalmente, infatti, la città campana non è associata al calcio, ma ad un'altra parabola tutta italiana: la televisione. 
Più precisamente è la notorietà che ne deriva ad affascinare non solo Luciano, ma tutta la sua numerosa famiglia: con sua moglie e i tre figli, vive in un palazzo antico insieme a madre, zii, zie, cugini e nipoti. Ha una pescheria grazie alla quale sopravvive, mentre la moglie lavora per una ditta di elettrodomestici che i due trovano il modo di truffare regolarmente per sbarcare il lunario. 
Storie di ordinaria povertà: il napoletano diventa una sintesi dell'italiano medio, con vestiti luccicanti di pessima qualità, una casa che cade praticamente a pezzi ma arredata con una serie di oggetti kitch che vorrebbero rievocare un finto lusso, amicizie tanto ostentate quanto superficiali.
Non passa giorno che Luciano non venga invitato al bar per un caffé, tutti si chiamano per nome e il barista lo tratta come fosse suo fratello. Di fondo, comunque, c'è un affetto sincero e grande solidarietà tra gli abitanti del quartiere e nonostante l'atteggiamento da piccolo mafioso che adotta durante le truffe, Luciano tiene molto alla famiglia ed è profondamente innamorato di sua moglie Maria. Quest'ultima gli rimarrà sempre accanto, prima minacciando di lasciarlo, poi andandosene in preda alla rabbia e infine ritornando sui suoi passi nel tentativo di aiutare l'uomo che ama.
Il quadro generale, inserito nella cornice suggestiva della Napoli antica e fedele alla tradizione, dà l'idea di un presepe vivente che potrebbe uscire dalla penna di un De Simone moderno. Una delle differenze sostanziali con lo scrittore del passato sarebbe sicuramente l'onnipresenza della televisione nella sua rappresentazione più grottesca: un reality, appunto, ovvero il famoso Grande Fratello. Uno dei protagonisti, Enzo, viene acclamato e invidiato fin dalle prime scene del film, appare a metà tra un imbonitore ed un imprenditore ed è pagato per il suo unico prodotto: sé stesso, o meglio la sua immagine di ex inquilino di una casa zeppa di telecamere dove l'unica attività possibile è quella dell'ozio condito coi soliti inciuci che tanto attirano gli italiani.
Lo sguardo di Luciano si sofferma affascinato su una realtà che regala una dignità fittizia per la quale non servono né capacità sostanziali, né sforzi particolari: mano a mano che si convince di poterne fare parte, lo stesso sguardo diventa eccitato, poi guardingo, paranoico e infine delirante.
La scintilla è il provino per la scelta dei nuovi partecipanti al programma: le figlie e le zie insistono per farglielo sostenere, anche se si svolge mentre lui sta lavorando. 
In seguito, una telefonata lo avvisa che ha passato il primo turno e che può partecipare ad una seconda selezione negli studi televisivi romani. Durante il colloquio davanti allo staff del reality e ad uno psicologo, Luciano mette sul tavolo tutto quello che ha: il suo vissuto, la sua sincerità di persona modesta e credulona, la sua simpatia da giullare familiare consumato.
Convinto di aver fatto colpo, comincia ad aspettare la telefonata decisiva e intanto pensa di essere spiato e di dover dimostrare di essere degno di meritare l'ingresso nella casa. I suoi atteggiamenti cambiano radicalmente: comincia a regalare le sue cose ai poveri della zona, vende la pescheria per ristrutturare il suo appartamento nel caso in cui debba sostenere una intervista e si allontana sempre di più da ciò che è realmente, recitando come se fosse perennemente di fronte ad un obiettivo.
Inizialmente ripete alla moglie spaventata che la famiglia deve accettare i cambiamenti per giocarsi una carta importante: 
"Meri, ma tu ti rendi conto di che significa? Noi ci sistemiamo per la vita! E glià Meri, non mi abbandonare proprio adesso!". 
Nel corso della storia, però, Luciano non può più mentire e non ci prova nemmeno: la ragione della sua ossessione è sé stesso, la sua vita, tutto ciò che non lo soddisfa e che vorrebbe migliorare.
La famiglia si divide tra chi continua a sostenerlo e lo incita a continuare a crederci anche se la telefonata non arriva e chi lo prende in giro, ma nessuno capisce davvero cosa succede nella sua testa, nessuno ammetterà che ha un problema grave da risolvere. Si parla di depressione, di colpo da Grande Fratello, Maria non ammette che il marito stia consultando uno psicologo e parla di dottori e medicine. In una maniera tipicamente italiana il suo dramma viene aggirato e affrontato proprio attraverso la sua ossessione: meglio continuare a parlare del programma, lasciarlo solo davanti ad uno schermo sintonizzato sempre sulla casa, piuttosto che cercare una soluzione.
Luciano impara a memoria ogni angolo della casa e osserva ogni movimento dei suoi inquilini. Sostiene di essere stato copiato nei movimenti, nei modi di fare e cerca di riprodurre quell'ambiente nel suo appartamento, ormai svuotato dopo le incursioni degli indigenti del quartiere.
L'unico rimedio che gli viene proposto è forse peggio del problema: la religiosità spinta alla cieca obbedienza e alla partecipazione a gruppi religiosi, mense dei poveri e cerimonie giornaliere alle quali si sottopone a capo chino. Il suo equilibrio è ormai compromesso e ciò che lo circonda non riesce nemmeno a scalfire il mondo che si è creato nella testa.
Aniello Arena, col suo fisico da napoletano palestrato, incarna perfettamente il suo personaggio, evidenziando con mille espressioni e grande precisione tutte le tappe che portano Luciano alla perdita della lucidità. Interpretazioni tra lo struggente e il pittoresco per gli altri attori, ben contestualizzate nella mentalità italiana del non è successo niente e del tiriamo a campare. Il dialetto napoletano è il principe del film e per fortuna ci sono i sottotitoli per i profani!
Garrone si conferma come uno dei migliori registi italiani in circolazione e riesce nel tentativo di raccontare una realtà tra la miseria dignitosa e piena di vita della Napoli antica da commedia dell'arte e le contraddizioni di una modernità che di dignità ne ha ben poca.
Napoli, città maltrattata e fraintesa, si conferma ancora una volta come estrema sintesi della bellezza malata dell'Italia: è una principessa decaduta che non può fare a meno, tra gli stracci, di mostrare il volto tipico di una splendida regina.

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